Cultura è Sviluppo

Giovedì, 2 Settembre 2010
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Lettere alla redazione

Se vuoi comunicare con la redazione per avere informazioni di carattere generale, per intervenire su ogni argomento trattato da Tafter o proporre delle tematiche di particolare interesse nel campo dell’economia della cultura e dei beni culturali scrivi a info@tafter.it

La redazione valuterà le vostre richieste e ne pubblicherà una selezione in questa sezione.

12 maggio 2010
Dopo le offese del tempo e dello smog ora il Colosseo rischia anche l’incauto restauro

Appena pochi giorni fa l’ARI, Associazione Restauratori d’Italia, denunciava la ricorrente prassi mediante la quale le Amministrazioni pubbliche affidano impropriamente il restauro di porzioni del patrimonio storico ed artistico nazionale ad imprese non qualificate ad operare nell’ambito del restauro delle superfici di beni architettonici secondo le normative vigenti. 
Ora l’Associazione rileva che la pratica riguarda da vicino il monumento per eccellenza, cioè il Colosseo.
La questione investe, infatti, la procedura negoziata dei lavori di campionatura per il restauro e la pulitura dell’Anfiteatro Flavio, il cui appalto è gestito in emergenza dal Commissario per le aree archeologiche del comune di Roma, organismo scaturito dalle copiose piogge che hanno investito la Capitale nel 2008 e che dipende direttamente dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.
In questa procedura, la categoria di lavori OS2, cioè quella che qualifica le imprese specializzate nel restauro delle superfici é già stata “esclusa” dalla possibilità di concorrere alla gara, alla quale sono state chiamate a partecipare unicamente le imprese edili, in evidente omissione alla normativa sui lavori pubblici.
Ma c’è di più. Nel lontano anno 2000 si diede corso ad un “cantiere pilota” di restauro conservativo di quattro arcate del prospetto verso Via dei Fori imperiali per la definizione delle metodologie da adottare e dei relativi costi. In quell’occasione, per delineare l’intervento di restauro, furono differenziati in tipologie di opere antiche e di materiali, il travertino, il peperino, i laterizi, l’opus caementicium, gli intonaci e gli stucchi e fu individuata una metodologia messa a punto dall’Istituto Centrale per il Restauro e dalla Soprintendenza Archeologica di Roma negli anni 1981-88 sulla base delle migliori esperienze maturate nel restauro di importanti complessi scultorei romani quali, ad esempio, l’Arco di Costantino, la colonna Traiana e la Colonna Antonina. La metodologia che risultò più efficace fu la nebulizzazione con acqua a temperatura ambiente, senza pressione, senza aggiunta di solventi, né di altre sostanze, la cui venne sperimentata con il controllo alle indagini spettrofotometriche per stabilire con esattezza i tempi di applicazione degli interventi. La scelta della migliore metodologia d’intervento era, dunque, frutto di un processo di studio ed analisi che aveva in primo luogo l’obiettivo di salvaguardare le patine presenti sulla superficie antiche, le quali concorrono all’effetto di chiaroscuro degli aggetti.
Oggi, nell’anno 2010, dello studio intrapreso allora, non solo non rimane alcuna traccia, ma il bando in questione prescrive alle imprese edili concorrenti, cioè ai muratori che metteranno mano al monumento più importante del mondo, un “trattamento speciale” a base di “bicarbonato di sodio in sospensione di colla d’amido” con eventuale uso di “acido organico”. Pratiche di “pulizia”, come recita il bando stesso con lessico di tipo antiquariale, che risultano poco scientifiche ed inefficaci, se non addirittura dannose e che, in   ogni caso che portano indietro le conoscenze sul restauro di almeno 50 anni.
Si profilano tempi sempre più difficili per il monumento, sul quale potrebbero piovere, insieme ai denari degli sponsor, anche le mani poco esperte di imprese con personale non qualificato, con l’aggravante che la preclusione alle imprese specializzate nel restauro di superfici renderà, di fatto, del tutto accessoria anche la presenza di un direttore tecnico Restauratore di Beni culturali.

Scarica il bando

Associazione Restauratori d’Italia

 

15 febbraio 2010
Quale economia della cultura, se non riparte dagli operatori culturali?

Gentile Redazione di Tafter,
desidero segnalare qui di seguito alcune righe di riflessione scappate fuori dopo l’ennesima constatazione sul nostro Paese, che continua a rappresentare un Brand artistico e culturale fortemente attrattivo all’estero, nonostante le politiche inadeguate dei governi che si sono succeduti e la situazione disastrosa in cui versa il nostro patrimonio artistico e culturale in patria. Ma fino a quando sarà così? Un piccolo sfogo, ma anche la voglia di rimboccarsi le maniche di un operatore culturale da condividere con voi e magari con i lettori di Tafter.
“Siamo sicuri di non essere anche noi operatori culturali come le grottesche strutture ministeriali ed i feudi culturali che tanto vorremmo modernizzare ed imprenditorializzare sui modelli di marketing culturale degli altri paesi? Siamo sicuri che queste strutture ministeriali e feudali in fondo non siano esattamente lo specchio di quello che siamo noi in realtà, cioè che non ce le siamo meritate così come sono?

Come abitudine quotidiana, anche la sera di venerdì 12 febbraio ho aperto la pagina web del quotidiano spagnolo El Pais, che dedicava un’ampia e fascinosa finestra all’Andrea Chénier in scena al Teatro Real di Madrid, con la regia dell’italiano ed internazionale Giancarlo Del Monaco. Cliccando si poteva accedere ad uno fantastico mondo virtuale di suggestione estetica e promozione culturale, che non mi pare abbia eguali referenti sulle pagine dei nostri giornali, virtuali e non.

Sentiamo continuamente parlare di “Made in Italy”, il riferimento alla moda, al design e all’enogastronomia sono solo la punta di un processo artistico e secolare che non valorizziamo a sufficienza e così trascurato stiamo perdendo. Sempre nella stessa fatidica sera, il Corriere.it pubblicava in un articolo la notizia che il Metropolitan di New York ha commissionato un’opera lirica, che s’intitolerà “Two Boys”, al giovane compositore Nico Muhly, snobbando il patrimonio della tradizione musicale italiana (ma si potrebbe anche aggiungere commissionano finalmente nuove opere).

Ma gli operatori culturali, gli studiosi ed i critici d’arte, i giornalisti culturali cosa fanno davvero per il Made in Italy prima del “Made in Italy”, intendo quello artistico e secolare, noi cosa facciamo in realtà? Quale potenzialità del brand “Italia” utilizziamo e quali ricadute positive ne sappiamo ricavare per le politiche culturali e nella vita di tutti i giorni? Basta cliccare su Google alla voce “Brand Italia” che appare un sito dedicato al “leader nel settore della produzione e distribuzione di raccorderia per l’idraulica e termo idraulica”, dove peraltro al posto di “produzione” c’è anche scritto “poduzione”, meritevole sicuramente, ma non certo quello che si aspetta di trovare un operatore culturale alla voce “Brand Italia”.

Restiamo seduti su un patrimonio mirabile e straordinario, anche se solo ci limitassimo all’universo dell’Opera, all’interno dei nostri teatri vittima della politica degli abbonamenti, che in molte rappresentazioni lascia i teatri semivuoti, a sua volta vittima di mille altri fattori anche più gravi.
Ricordo poco tempo fa a Varsavia, al contrario, al Teatr Wielki Opera Narodowa, due ragazze giapponesi disperate strapparsi i capelli perché il teatro era esaurito per una replica in un semplice turno infrasettimanale. L’italiano che vi scrive, rimasto come le due giapponesi senza biglietti, si lustrava a più riprese gli occhi perché non credeva a quello che stava vedendo, questa scena doveva svolgersi in Italia o in Polonia? Accadeva per la rappresentazione di un’Opera italiana o per il concerto live di una Rockstar? Mi ripetevano “Bilety są wyprzedane”, forse per ricordare dove mi trovavo.

Restando a Varsavia, non lontano dal Teatr Wielki, ha sede un progetto molto interessante ed intenso che merita di essere segnalato anche in Italia, “Pharmacy of Arts”, una galleria d’arte per artisti disabili, sostenuta dalla Gazeta. E se non fosse la cultura italiana la sola in crisi, se lo fossimo noi operatori culturali?
Con l’attenuante dello sfinimento, dello svenamento, o con l’aggravante di essere a corto di idee imprenditoriali innovative e non capaci di sostenerle appieno?

Probabilmente l’economia della cultura, prima che dalla politica, può ripartire dagli operatori culturali, dagli studiosi e critici d’arte, dai giornalisti culturali, insomma da tutti noi, dalle nostre conoscenze e dalla nostra passione.

Andrea Tavano
Operatore culturale -  ideatore, fundraiser e direttore artistico di progetti culturali dedicati a cinema, teatro e musica, come feste, premi e festival,  e curatore di percorsi visivi ed espositivi

17 luglio 2009
Disagi al Roma Fiction Festival: Parla il pubblico.

 

Spett.le redazione,
Vi scrivo per far presente che nel periodo in cui si è tenuto il festival Roma Fiction Festival sono riuscita ad accedere solo a tre proiezioni, due delle quali erano in concorso per la casa di produzione in cui lavoro: la Dania Film s.r.l.,con “Un coccodrillo per amico”e “The African Game”. Per il resto delle proiezioni mi è stato da Voi detto che l’accredito aveva la priorità su tutto anche se, stando a quanto è successo, a me e a molte altre persone è stato interdetto l’accesso ad alcune proiezioni e nello specifico a “Boris 3” martedì 7 luglio 2009, con priorità del biglietto rispetto all’accredito e mercoledì 8 luglio 2009 per Grey’s anatomy con priorità del biglietto rispetto all’accredito e all’invito. Io ho un accredito che non ho mai usato, e degli inviti che nessuno mi ha mai controllato. Di seguito parlo in modo dettagliato di quanto è accaduto. [...]

Nella lettera inviataci segue la spiegazione dell’accaduto nei dettagli. Per esigenze editoriali la pubblichiamo nella versione integrale in allegato.

[...] Suggerirei di allegare alla pubblicità del Roma fiction festival un foglietto illustrativo simile a quello dei medicinali con un paragrafo dedicato alle controindicazioni.
Il Dalai Lama disse “Ero intelligente e ho cercato di cambiare il mondo. Ora sono saggio e cambio me stesso”. Beh in effetti ognuno di noi ha un ruolo e una posizione nella propria vita e credo sia tempo, soprattutto oltrepassata la soglia della maggiore età, di prendersi le proprie responsabilità e farsi un lungo e dettagliato esame di coscienza. Il Roma fiction festival si propone di valorizzare la fiction italiana e di ospitare alcune serie tv straniere, offrendo al pubblico la possibilità di accedere gratuitamente agli eventi organizzati. Quello che ho visto però è stata solo una grossa disorganizzazione, mancanza di rispetto e assenza totale di regole. Molte persone direbbero che “l’Italia è così” o  “gli italiani sono così”. Io dico invece che ognuno di noi può fare tanto per realizzare la stessa cosa con poco più impegno e con uno spirito diverso, e soprattutto sempre nel rispetto per il prossimo. A me di rispetto non ne è stato dato neanche un po’, come anche a tutte quelle persone che sono arrivate, si sono messe in fila e ai quali è stato detto, senza una motivazione reale, di tornarsene a casa.
La mia non è una voce di quelle che il mondo ascolta al telegiornale o di quelle che fanno notizia, ma è pur sempre la voce di tante persone che vogliono far presente che se una cosa non funziona va cambiata e spero davvero che il Vs. comportamento possa cambiare.

Deborah Romagnuolo
DANIA FILM S.R.L.

Prima della pubblicazione della lettera, la redazione ha contattato l’organizzazione del RomaFictionFest sia in virtù del diritto di replica che per la correttezza di informazione che intendiamo rendere pubblica.
Siamo ancora in fiduciosa attesa di una replica.
 

16 aprile 2009
Ministero del turismo? SI, ma con qualcuno che se ne capisca davvero.

I risultati ottenuti nel turismo nazionale dal lontano 1993, anno dell’abrogazione del Ministero del Turismo, sono talmente negativi ed evidenti che sarebbero necessarie le pagine della Treccani per descriverli tutti; non che nei vent’anni precedenti, con il Ministero in funzione, andasse poi così meglio, per carità; ma tutti conosciamo quale rifugio sia diventato questo settore così importante a livello di entrate monetarie, erariali e di impiego.
Come ampliamente già accennato nelle mie precedenti e a parere di molti, questo è risultato il ricovero per trombati politici, nullafacenti e raccomandati che hanno avuto tra loro un unico collegamento; l’incompetenza, che purtroppo per le cause sopra accennate è rimasta tale negli anni a seguire; un po’ come se io dovessi occuparmi all’improvviso di cardiochirurgia e non avessi neanche voglia di studiarne i contenuti, poveri degenti.
Tale situazione ha permesso alla altre nazioni del globo di sopravanzarci nonostante l’indiscussa bellezza della nostra patria, dell’enorme patrimonio artistico/culturale in nostro possesso ed anche della professionalità degli addetti nel settore turistico; infatti, a cavallo degli anni ‘60/’70, le scuole alberghiere della nostra penisola risultavano indiscutibilmente, al pari della Svizzera, nell’elite mondiale e molti altri stati indirizzavano i propri studenti presso i nostri istituti scolastici per apprenderne le basi dell’accoglienza, dell’ospitalità e della cucina. Ci rimane solo la cucina.
Attualmente Francia, Spagna, USA e Cina ci surclassano come numero delle presenze turistiche annuali mentre alle spalle sopravanzano prepotentemente UK, Germania e Hong Kong, che viene ancora separata dalla Repubblica Popolare secondo il World Tourism Organization, e che tra breve ci sorpasseranno.
I circa 8.000 assessori regionali, provinciali, comunali a cui si sommano anche quelli dei piccoli municipi cittadini, persone che nella quasi totalità non provengono dal settore e le oltre 10.000 società di varia natura che senza una regia centrale hanno contribuito in maniera determinante alla pessima situazione attuale.
Le responsabilità che sono state demandate alle varie regioni hanno contribuito ad aumentare il bailamme in forma ancor più esagerata; differenti classificazioni alberghiere tra regione e regione e politiche turistiche disomogenee, nonostante l’assembramento sotto un’unica organizzazione nazionale, hanno variegato in atteggiamenti incomprensibili l’offerta turistica, aumentando solo ed esclusivamente i costi di gestione, come in un Gran Premio dove alle monoposto viene concesso di girare da una parte o dall’altra.
Con l’avvento del sottosegretariato con delega al turismo si ipotizzava un leggero miglioramento, almeno a livello di guida e tutti verso una sola direzione, ma le varie esternazioni o eclatanti proclami annunciati nell’arco dell’ultimo anno, la nuova classificazione alberghiera che rispecchia, a mio opinabile parere, una grave inconcludenza professionale, gli enigmatici piani di marketing e tanto altro hanno mantenuto inalterato il poco valore che gli stranieri hanno nei nostri confronti a livello turistico, continuando a dimenticarci dalle loro mete poiché i risultati parlano ampliamente.
Il Ministero del Turismo serve, eccome se serve, ma con il portafolgio!
Riusciamo forse ad immaginare un’Arabia Saudita senza il Ministero del petrolio che è la maggior fonte di ricchezza di quel paese (?), quindi come possiamo ipotizzarne la mancanza di quello del turismo per una nazione che si basa (12% del PIL) con 2 milioni e mezzo di impiegati senza il medesimo corrispondente?
Per piacere, astenetevi per una volta alle str…anezze a cui ci avete insaziabilmente abituati; siamo grassi delle vostre parole.
Il Ministero serve come servono immediatamente alla direzione di questo, persone capaci, professionali ed esperte della materia, uniche voci che sappiano rispondere per le rime agli pseudo conoscitori della materia, perché non possiamo permetterci il lusso di aspettare che voi impariate l’arte del turismo; quasi 13.000 aziende sono in sentore di chiusura probabilmente fallimentare e 150.000 addetti cambieranno mestiere, sempre se trovano altrove.
Serve forse una riforma del Titolo V della Costituzione che dia almeno un potere concorrente sulla materia allo Stato, dato che oggi il potere delle Regioni sul turismo è esclusivo; cambiatelo e cambiate la vostra prosopopea in qualcosa di finalmente produttivo!
Luciano Ardoino
http://tuttosbagliatotuttodarifare.blogspot.com

26 marzo 2009
Piano Casa: la differenza tra “edifici storici” pubblici e privati

Spettabile Redazione,
vi scrivo dopo aver letto il vostro articolo dedicato al cosiddetto Piano casa (Piano casa sotto accusa), pubblicato in data 25 marzo 2009, avendo rilevato che contiene una informazione inesatta, peraltro presente diffusamente su tutti i giornali.

I commenti e gli approfondimenti giornalistici dedicati al provvedimento del governo in materia di sostegno al settore edilizio – allo stato attuale oggetto di confronto tra Stato e Regioni -, pur offrendo posizioni diversificate tra favorevoli e contrari, hanno un punto in comune: sostengono che per gli edifici storici le Soprintendenze avranno 30 giorni di tempo per verificare o meno la sussistenza dell’interesse storico artistico, decorsi i quali la verifica si considera negativa e dunque si formerebbe il fatidico silenzio assenso.

A sostegno della tesi secondo la quale, una volta approvato questo decreto, i proprietari di “edifici storici” – per richiamare l’espressione utilizzata da Salvatore Settis nel suo articolo comparso su Repubblica sabato scorso – avranno diritto, a fronte della mancata pronuncia della Soprintendenza, di procedere all’esecuzione degli interventi previsti dal decreto: tanto i contrari quanto i favorevoli richiamano il contenuto dell’articolo 5 comma 3 della bozza di decreto trasmessa il 19 marzo scorso alle Regioni. Ma una lettura del testo consente di verificare come questa interpretazione non risponda al vero, o meglio, non risponda alla lettera all’articolo incriminato. L’articolo 5, comma 3, in discussione si applica, infatti, agli immobili di cui all’articolo 12 del Codice dei beni culturali, e dunque ai beni culturali appartenenti agli enti pubblici (Stato, regioni, altri enti pubblici territoriali, enti ed istituto pubblici e persone giuridiche private senza fine di lucro), e non a quelli riconosciuti di interesse storico artistico di proprietà di privati cittadini per i quali, ai sensi del comma 2 dell’art. 5 della stessa bozza di decreto, la possibilità di realizzare gli interventi ammessi dal decreto resta subordinata al rilascio dell’autorizzazione richiesta da parte della Soprintendenza competente che, come è noto, la rilascia entro 120 giorni, decorsi i quali il proprietario non acquisisce alcun tacito consenso a realizzare gli interventi per i quali ha precedentemente richiesto l’autorizzazione.
Quanto agli edifici presenti nei centri storici, ma non oggetto di un’apposita tutela, si introduce un obbligo generalizzato aggiuntivo rispetto a quanto previsto dal Testo Unico – ma imposto dai regolamenti o dalle Norme Tecniche dei Piani Regolatori di molte città che come Roma contano su centri storici di particolare rilievo ed estensione – di presentare comunque il progetto alla Soprintendenza che avrà, in questo caso, 30 giorni per imporre specifiche prescrizioni da osservare nella realizzazione dell’intervento in questione.

A riprova ulteriore del fatto che per quanto riguarda i beni vincolati (non solo quelli di interesse storico-artistico ma anche le aree o gli immobili soggetti ad altre forme di tutela) restano invariati i procedimenti autorizzativi previsti dalla normativa di settore (come il Codice dei Beni Culturali) – e dunque per i beni di interesse storico-artistico una forma di silenzio diniego – va osservato che l’estensore del decreto ha scritto al comma 2 dello stesso articolo 5 che “il provvedimento autorizzatorio è negato solo ove l’intervento sia concretamente e motivatamente incompatibile con l’interesse tutelato dal vincolo”.
A questo proposito si può dire che se a fugare dubbi su ipotesi di silenzio assenso generalizzato non basterà la lettura dell’articolo 12 del Codice dei Beni Culturali richiamato all’inizio, ai più scettici potrà essere di aiuto chiedersi perché mai il legislatore direbbe che le Soprintendenze e gli altri soggetti preposti alla tutela di specifici beni o interessi, devono motivare il loro no se davvero potesse contare sul loro silenzio per autorizzare l’esecuzione degli interventi di ampliamento e sostituzione previsti dal decreto.

Marco Eramo

La redazione di Tafter.it ringrazia il lettore Marco Eramo per la precisazione relativa al nostro articolo e la rilettura accurata del controverso art.5 del cosiddetto decreto Piano Casa, fornendoci l’occasione di dedicare all’argomento uno spazio di ulteriore approfondimento.

5 novembre 2008
Il mio posto nel mondo del restauro

Il mondo del restauro, che si nutre ogni anno della passione di giovani diplomati, sembra essere privo di regole. Nessuna regolazione per le tipologie di contratti applicati  alla categoria dei restauratori, nessuna tutela della professione mediante l’istituzione di un albo o attraverso un serio controllo delle qualifiche professionali, sia sulle modalità di acquisizione che sul grado di specializzazione.

Tanto per cominciare, il continuo e indiscriminato abuso dei contratti a progetto è ormai una prassi comune per tutte le ditte, studi e singoli operatori. Una situazione grave, a mio parere contro legge, di cui nessuno sembra essere responsabile.
In televisione sono andati in onda una serie di servizi sul precariato nel settore medico: ma dei medici dell’arte, i restauratori, che percepiscono stipendi tra 700-1000 euro al mese con contratto a progetto che si rinnova ogni 4 mesi non ne parla nessuno.

Inutile attribuire falsamente le “colpe” alla crisi del mercato. Non mi risulta che il mercato dell’arte sia in crisi, anzi, continua a ricevere fondi, anche europei. E questo è sotto gli occhi di tutti, lo si può verificare anche su internet.

Vogliamo parlare dello sbarramento che i neodiplomati hanno sul mercato?
I lavori sono tanti, così come lo sono le persone che lavorano in questo campo. Ma perché i lavori di restauro finiscono sempre nelle mani dei soliti noti? Sarà pure una questione di fiducia conquistata e di esperienza consolidata, ma un gruppo che crea una nuova ditta, come può riuscire onestamente a fare il proprio lavoro?

L’ultimo aspetto sul quale vorrei aprire il dibattito riguarda la formazione dei restauratori e tecnici del restauro. Ricordo che nel periodo in cui frequentavo i 3 anni formativi per ricevere un diploma che attestasse le mie effettive capacità nel restauro architettonico, si stava discutendo sulle modalità per tutelare la figura professionale da tutte quelle nuove categorie di lauree relative al settore.
Allo stato attuale, non mi risulta che ci sia una distinzione tra l’OPD (Opificio delle Pietre Dure), l’Istituto superiore per la conservazione ed il restauro, La Scuola di restauro di Botticino e l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia a Brescia, o l’Istituto Santa Paola di Mantova, e le mille università di filosofia che fanno beni culturali. In questo modo il numero delle ore di pratica svolte in quegli anni non sono valutate e non incidono sulle differenze formative, o sbaglio?
L’uniformità dei titoli di studio manca della considerazione preliminare che per entrare in una scuola di restauro si debba essere valutati -  essendo le scuole a numero chiuso-, mentre nelle Accademie possano entrare tutti; con 20 ore di moduli contro le 400 della Scuola di Botticino, per esempio, i differenti corsi si traducono nella stessa identica figura professionale, ovvero tecnico del restauro. Questo  non è anomalo?

Da questo scaturisce la reale necessità di un Ordine professionale, perchè si identifichi quale preciso percorso di studi conduce all’acquisizione delle competenze e del titolo per occuparsi di restauro.

Facevo fatica a credere che la passione per un lavoro tanto importante, che tutela le testimonianze del divenire artistico dell’uomo nella storia ( perchè per me significa questo il restauro), potesse essere uccisa dallo stesso mercato del lavoro.
Scrivo questa lettera perchè penso sia giusto dire la mia opinione, per vedere se le informazioni ricevute sono vere, e se qualcun altro la pensa come me.
Si può fare qualcosa insieme per difendere la nostra professione?
Paola

Occupandoci di cultura e trattando generalmente con le numerose professionalità che nel settore si adoperano, ci è sembrato doveroso dare visibilità alla denuncia aperta dello stato dell’arte di una nostra lettrice che a fatica lavora nel comparto del restauro.

14 ottobre 2008
Incongruenze del bando della Provincia di Roma “Progetti Culturali per la promozione dei soggetti espressione del territorio-anno 2008”

Gentile redazione di Tafter,
scrivo questa lettera di protesta in qualità di assegnatario di un contributo in relazione agli esiti del Bando della Provincia di Roma denominato  “Progetti Culturali per la promozione dei soggetti espressione del territorio-anno 2008”.   In particolare, vorrei esprimere un malumore rispetto alle criticità del Bando. Un malumore che penso appartenga a tutti coloro che si sono imbattuti nelle situazioni di squilibrio di risorse pubbliche congrue alla portata dei progetti presentati, soprattutto se si fa riferimento al contenuto dei progetti in questione, che necessitano fortemente di questi contributi per poter esistere ed operare efficacemente.

Più precisamente, la decisione di abbandonare questa opportunità offerta dal Bando è determinata da un preciso imbarazzo: il contributo assegnato corrisponde a meno della metà (19.000) di ciò che era stato richiesto (46.000). Ma ciò che è più grave risiede nella richiesta di dovere rendicontare l’intera cifra indicata in bilancio preventivo  (77.000).

Nonostante sia inoltrata la richiesta di una  Revisione  del Progetto  e del corrispondente bilancio preventivo ci si è trovati di fronte ad un diniego che rivela una rigidità d’impostazione burocratica incapace di misurarsi con le caratteristiche del progetto.
Nel mio caso specifico, il progetto promosso Performing Media per l’Innovazione Territoriale. Azioni urbane, interaction design, teatri virtuali della memoria non si poneva come una rassegna di spettacoli, con sbigliettamenti ed altre possibili soluzioni d’entrata economica, bensì di un progetto culturale orientato all’apertura d’orizzonte rispetto ai nuovi paradigmi delle politiche culturali in una Società dell’Informazione che impone nuove competenze ed una revisione delle iniziative culturali, connesse a ciò che viene definita l’Innovazione Territoriale.

L’intento di questa lettera vuole essere quella di far emergere i punti di criticità e di incongruenza di questo bando ed avere altresì espresso una visione costruttiva di confronto soprattutto in vista dei futuri bandi che verranno formulati da Provincia e Regione, sperando in termini più incentivanti ed equilibrati per i promotori dei progetti stessi.
Carlo Infante
presidente associazione culturale teatron.org

Il Prof. Carlo Infante ci ha inviato questa lettera qualche giorno fa per rendere pubbliche le criticità che ha riscontrato nel Bando suddetto della Provincia di Roma. Per completezza informativa la redazione di Tafter ha contattato l’amministrazione responsabile del procedimento perchè anche la controparte potesse esprimere un parere,  tecnico e di metodo, sulla  revisione della gestione delle risorse pubbliche destinate al Bando.


Provincia di Roma
Gabinetto del Presidente
Servizio n.1

Gentile redazione,
facendo seguito alla vostra richiesta di risposta alla lettera di protesta del dott. Carlo Infante – presidente dell’Ass. Cult. Teatron.org  siamo spiacenti di dover registrare questo malumore dovuto ad una non corretta interpretazione del Bando “Progetti Culturali per la promozione dei soggetti espressione del territorio – anno 2008”. Il bando, nello specifico, prevedeva la possibilità di un contributo economico da parte della Provincia di Roma non inferiore a € 5.000,00 e non superiore a € 50.000,00 rispetto al progetto presentato.
Si fa presente, inoltre, che a fronte delle oltre 500 richieste di contributo pervenute, la commissione valutatrice ha ammesso a finanziamento 80 soggetti dei quali 75 hanno sottoscritto il disciplinare di esecuzione. Hanno rinunciato soltanto 5 associazioni di cui una per motivi non legati alla modalità di rendicontazione con ciò confermando la validità dell’iniziativa.
Pur comprendendo le difficoltà esposte dal dott. Infante, occorre evidenziare che la rimodulazione di progetti non era consentita dai principi di trasparenza e di parità di  condizione tra tutti i concorrenti. Si tratta di applicazione di principi generali che obbligano l’Amministrazione all’imparzialità. Chiarito questo, riteniamo che il dott. Infante potrà ricredersi e superare la sua opinione circa la nostra “rigidità d’impostazione burocratica incapace di misurarsi con le caratteristiche del progetto”. L’Amministrazione ha semplicemente applicato quanto previsto dal bando e dal vigente regolamento provinciale in materia di concessione di contributi.
Siamo convinti, comunque, che la lettera inviata dal Dott. Infante rappresenti un modo costruttivo di confronto per far emergere i punti di criticità in vista dei prossimi bandi, ed uno stimolo per questa Amministrazione che considera tra gli obiettivi fondamentali della propria azione la promozione e il sostegno alle attività culturali. Per cui è in corso di studio una nuova formulazione del bando che consenta, nel rispetto del principi sopra ricordati, di conciliare le esigenze rappresentate dal dott. Infante con le necessarie regole delle procedure concorsuali.

Cordiali saluti
IL DIRIGENTE
Dott.ssa Maria Pia Arcari

Nota: in allegato la lettera firmata della Dott.ssa Maria Pia Arcari
8 agosto 2008
Lettera di protesta di un visitatore del M.A.V.

Mercoledì 30 luglio mi sono recato a Ercolano per visitare gli splendidi scavi archeologici. Avendo sentito parlare della recente iniziativa di una ricostruzione virtuale degli antichi scavi, spinto dalla curiosità mi sono informato e ho scoperto l’esistenza del Museo Archeologico Virtuale (M.A.V.). Dislocato a poche centinaia di metri da ciò che fino ad oggi è stato portato alla luce della meravigliosa città vesuviana dei primi secoli avanti Cristo, l’edificio adibito a Museo è attraente e dà l’impressione, all’esterno, di essere un Museo vero e proprio. Una volta visitato però, chiunque dotato di un minimo di senso critico e di conoscenza della lingua italiana rimane sbalordito nell’accorgersi dell’abuso che è stato fatto delle parole: non è davvero un Museo Archeologico quello che si è visto. Virtuale lo è di sicuro, ma in senso ironico… sicché d’un tratto si realizza di essere stati truffati, di essere vittime di uno specchietto per allodole, e si pensa subito al prezzo del biglietto pagato: 7 euro.
Descrivere brevemente com’è fatto il M.A.V. è molto facile. Tutti una volta nella vita sono andati al Luna Park e hanno visto la casa degli spettri o qualcosa del genere. Vi è un percorso obbligato a piedi in cui si cerca di sorprendere o spaventare lo spettatore, per fargli vivere qualche breve e forte emozione. Al posto degli specchi o dei pupazzetti di plastica, il M.A.V. presenta delle finte ricostruzioni semoventi di esterni e interni delle antiche città di Ercolano e Pompei, inframmezzate da immagini fotografiche prese in prestito alle pareti dipinte delle case. Il tutto realizzato al computer con una grafica da playstation, e senza la benché minima traccia di “istruzioni del gioco”. Un gusto più cattivo non lo si poteva avere. Piuttosto che prendere il “visitatore” per mano e condurlo in un viaggio attraverso il mondo antico come poteva essere, con l’obiettivo di capirlo meglio o perlomeno di orientarvisi al meglio, il M.A.V. lascia lo stesso alla sua povertà di nozioni e alla sua incompetenza per rimbambirlo con un gioco di prestigio fatto d’immagini. E che immagini! La grafica non è neanche paragonabile agli ultimi modelli di videogioco, l’interattività è ridotta al minimo e la simulazione delle onde del mare con il ventilatore dal vivo che diffonde vapore è da spettacolino di provincia. Senza contare che le poche sale in cui c’è l’audio questo è pessimo e le parole non si capiscono. In una saletta si ha addirittura la pretesa folle di far ascoltare al visitatore le voci degli antichi romani per strada, e in italiano! Inutile diffondersi sul contenuto delle frasi e sulla qualità del doppiaggio.
Come se ciò non bastasse, più di uno schermo televisivo presenta spudoratamente e senza nessun commento scritto ai bambini (accompagnati dai genitori, questa è la scusa) i dipinti ricostruiti al computer delle pareti del Lupanare di Pompei. Per chi non lo sapesse, si tratta di illustrazioni da kamasutra per coppie e per terzetti, con uomini dal fallo enorme e donne seminude in procinto di prostituirsi. Sembrerà strano, ma la presenza dei bambini al M.A.V. era preponderante, e tra le altre cose questa rendeva le registrazioni del parlato praticamente incomprensibili.
All’uscita dal museo – e si consideri che in quel momento non avevo raggiunto piena coscienza di tutti i particolari – mi sono rivolto agli uffici della direzione per chiedere il rimborso almeno parziale del biglietto, considerato il disagio in cui ero incorso. Mi è stato impossibile parlare con il direttore perché “in riunione”, ma mi è stato concesso di lamentarmi con un’impiegata la quale, senza alcun pudore, ha tentato di paragonare la visita del M.A.V. a quella di un patrimonio dell’umanità come gli scavi di Ercolano. Desidero che i molti curiosi come me siano ben preparati alla visita di questo pseudo-museo, armati di pazienza e di corazza contro il cattivo gusto, oltre che contro i colpi di tanta arroganza.
Nel caso qualcuno non riuscisse a contenere la rabbia, non potrà certo dirsi di non essere stato avvisato.
Giuseppe Sparapano

La lettera del nostro lettore ci ha lasciati non poco perplessi.

Il Museo Virtuale di Ercolano ci è sembrato subito un esempio di buona pratica nel campo delle nuove tecnologie applicate ai beni culturali, tale da aver catturato l’interesse della nostra redazione. Ne abbiamo infatti parlato in un articolo, pubblicato in data 25 luglio 2008 dal titolo “Tra virtualità e riqualificazione ambientale“, evidenziandone – in particolare – la capacità di innovazione nel trasportare il visitatore in un suggestivo viaggio virtuale.

Vista la non coincidenza tra la nostra percezione del Museo Virtuale di Ercolano e l’esperienza vissuta da un visitatore, preferiamo applicare una sospensione di giudizio.

Allo scopo di chiarirci e chiarire le idee sulla valenza o meno del MAV come museo virtuale, abbiamo contattato la direzione del museo, dalla quale aspettiamo fiduciosi una risposta esplicativa.