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	<title>Tafter &#187; Miss Marple</title>
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	<description>Cultura è Sviluppo</description>
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		<title>L&#8217;Italia che piace negli spot della Fiat</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Feb 2012 16:51:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laterza Chiara</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Se lo scopo della pubblicità è quello di far parlare di sé allora in questo molti spot riescono: e spesso si parla anche con più fervore dello spot in sé che non del prodotto che reclamizza.Un esempio è dato dai nuovi spot della Fiat-Chrysler, uno italiano, per la Nuova Panda, l'altro americano, andato in onda durante il Super Bowl]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-89281" title="italiachepiacefiat" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/02/italiachepiacefiat.jpg" alt="" width="449" height="277" />Se lo scopo della pubblicità è quello di far parlare di sé allora in questo molti spot riescono: e spesso si parla anche con più fervore dello spot in sé che non del prodotto che reclamizza.<br />
A due giorni dall’evento mediatico mondiale più seguito della storia, il <strong>Super Bowl</strong> americano, è difficile non parlare di spot: sono stati infatti i commercial i veri protagonisti della comunicazione, almeno nei Paesi come il nostro in cui il numero dei tifosi appassionati al football americano non è così alto come Oltreoceano<br />
Ma qualcosa, in comune con gli Stati Uniti, lo abbiamo eccome: si tratta di una fabbrica di auto, la <strong>Fiat Chrysler che, come di consueto, ha confezionato per questo grande evento ben 2 spot</strong>, uno di 2 minuti per la nuova Chrysler, l’altro di 30 secondi per la 500 Abarth spendendo, secondo indiscrezioni, oltre 15 milioni di dollari per la loro trasmissione.<br />
Molte sono state le <strong>polemiche susseguitesi dopo la messa in onda dei commercial</strong>: il primo è infatti un cortometraggio in cui ad essere protagonista è<strong> l’81enne premio oscar Clint Eastwood</strong>, che a Detroit a girato il suo celebre film “Gran Torino”.<br />
L’apertura, epica, recita: <strong>“It’s half time America”</strong> simboleggiando quindi, sia la fine del primo tempo della partita ma anche la fine del primo tempo dell’America, stremata da una crisi che mai avrebbe pensato di affrontare.<br />
&#8220;La gente non ha lavoro e soffre &#8211; prosegue Clint Eastwood &#8211; e tutti si chiedono cosa si può fare per riprendersi. E tutti noi siamo spaventati: perché questo non è un gioco. La gente di Detroit ne sa qualcosa. Aveva perso quasi tutto. Ma ci siamo rimessi al lavoro insieme: e adesso Motor City è tornata a combattere&#8221;.</p>
<p><span id="more-89280"></span><br />
<object width="400" height="233" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/b2d4FH38uXM?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="400" height="233" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/b2d4FH38uXM?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
<p>Uno spot che non parla di auto, quindi, ma dell’America e degli americani, che punta al sentimentalismo e al patriottismo e che molti hanno interpretato come un gesto di approvazione, da parte di Eastwood e Marchionne, alla politica del presidente Obama, volta al salvataggio dell’industria dell’auto.<br />
L’attore, da sempre più vicino ai repubblicani che non ai democratici, ha subito precisato che il messaggio dello spot non è affatto politico, aggiungendo però che non sarebbe per niente seccato se qualsiasi esponente politico prendesse a riferimento lo spirito di questa campagna promozionale per la prossima campagna elettorale.<br />
Per Chrysler si tratta dunque di un’operazione di posizionamento del brand, la stessa che Fiat ha pensato anche per la campagna pubblicitaria italiana della <strong>nuova Panda</strong>. E’ evidente dal fatto che in nessuno dei due spot si confrontano dettagli tecnici, si snocciolano caratteristiche dei motori o delle cilindrate: l’unica cosa che conta è <strong>riconoscersi nel marchio e nella filosofia nazional-popolare</strong> che pervade lo schermo per ben 90 secondi.<br />
“<strong>Questa è l’Italia che piace</strong>”, il pay off scelto dall’azienda torinese, quella che lavora per mantenere alte le eccellenze e le tecniche, non quella, che appare in modo furtivo e cadenzato, degli stereotipi alla “pizza e mandolino”.<br />
Un messaggio sicuramente profondo che ha commosso gli animi di alcuni (che chissà, però se davvero compreranno poi una Panda) e imbarazzato altri: tra questi ci sono sicuramente i cassa integrati dell’azienda, coloro che non saranno assorbiti nella newco creata dalla Fiat, la Fabbrica Italiana Pomigliano (FIP) e che si chiedono: <strong>“E le famiglie in cassa integrazione e gli stabilimenti spostati nell’Est Europa? Anche questa è l’Italia che piace?”</strong></p>
<p><!--more--></p>
<p><object width="400" height="233" classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="allowFullScreen" value="true" /><param name="allowscriptaccess" value="always" /><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/heCVR7kKyRw?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" /><param name="allowfullscreen" value="true" /><embed width="400" height="233" type="application/x-shockwave-flash" src="http://www.youtube.com/v/heCVR7kKyRw?version=3&amp;hl=it_IT&amp;rel=0" allowFullScreen="true" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" /></object></p>
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		<title>#twittercensored</title>
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		<pubDate>Thu, 02 Feb 2012 11:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Twitter si apre alla censura per i Paesi che ne faranno richiesta, oscurando i messaggi ritenuti sconvenienti dai governi, e lasciandoli visibili solo all'estero. Il grande social network di Jack Dorsey si trova perciò diviso tra libertà di espressione e controllo della comunicazione, esigenze degli utenti e volontà dei poteri politici, popolarità e profitto.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-88704" title="twittercensored" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/02/twittercensored.jpg" alt="" width="324" height="244" />Twitter e censura</strong>: poco tempo fa sarebbe apparso come un ossimoro accostare il social network strumento della <strong>Primavera araba</strong>, voce dei <strong>dissidenti iraniani</strong>, riparo salvifico di<strong> Wikileaks</strong> e altoparlante del movimento <strong>Occupy Wall Street</strong>, a pratiche di limitazione della libertà di espressione.<br />
Eppure pochi giorni fa è giunto l’annuncio inaspettato di<strong> Jack Dorsey</strong>, padre del social network cinguettante che, di ritorno dal suo viaggio a <strong>Shanghai</strong>, si è reso disponibile a rimuovere messaggi su richiesta dei singoli Paesi. Il giovane informatico e imprenditore statunitense, assecondando le mire di controllo da parte dei governi sull’imponente flusso di comunicazione che avviene su <strong>Twitter</strong>, ha inevitabilmente scatenato la preoccupazione dei cento milioni di utenti che quotidianamente affidano a tale innovativo strumento le loro note.<br />
La mossa è chiaramente dettata da ragioni imprenditoriali: Dorsey punta infatti ad attaccare anche il <strong>mercato cinese</strong> che fino ad ora è rimasto chiuso nella propria autarchia, dominato dai nazionali <strong>Sina e Tencent</strong>. Del resto, molti Paesi in cui la libertà in rete è limitata, godono di un numero sorprendente di potenziali utenti: oltre alla <strong>Cina</strong>, si pensi all’<strong>India</strong>, ma anche alla <strong>Thailandia</strong>; per arrivare a loro si è ritenuto necessario prima conquistare la fiducia dei politici al potere, assicurando loro che l’introduzione di nuovi mezzi di comunicazione non andasse a ledere la loro autorità.<br />
L’altra faccia della medaglia è però la caduta d’immagine agli occhi di tutti quelli utenti che hanno guardato a Twitter come arma rivoluzionaria per far sentire la propria voce e portare avanti importanti battaglie per la libertà: si pensi all’artista dissidente cinese<strong> Ai Weiwei</strong> che, tramite i<strong> 140 caratteri</strong>, è riuscito a rimanere in contatto con il resto del Mondo denunciando il suo stato di detenzione; proprio lui, apprendendo la decisione di Twitter di sposare la censura, ha annunciato che, se così fosse, uscirà dal social network.<br />
L’azienda ha in realtà spiegato che l’annunciata rimozione dei tweet avverrà in modo trasparente, corredata dai motivi dell’oscuramento del messaggio in quel dato Paese, che rimane invece visibile all’estero. La censura non è del resto cosa nuova per Twitter, che già la applica in patria per garantire il rispetto del <strong>copyright.</strong><br />
Guardandolo sotto questa ottica, il social di Dorsey perde quell’aurea di eroismo con cui gli ultimi avvenimenti lo hanno sublimato e torna alla sua essenza di multinazionale delle telecomunicazioni, che si barcamena tra le complesse normative dei governi e le stringenti maglie dei regimi, oltre a dover chiaramente garantirsi i necessari profitti.<br />
Il sistema appare perciò come un compromesso tra l’aspirazione di massima libertà voluta dai fruitori e l’esigenza di controllo mossa dalle istituzioni più o meno democratiche, una contraddizione affatto latente che potrebbe rappresentare un boomerang per Twitter. L’innovazione di cui è portatore ha infatti aperto la strada a molti siti suoi emuli: non è da escludere quindi che i milioni di internauti preferiscano affidare i propri messaggi a nuovi sistemi, che si dimostrano più corretti nei loro confronti. Il mercato d’altronde è volubile e più si cresce, maggiori sono le difficoltà cui si va incontro.</p>
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		<title>“Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”: è polemica</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Jan 2012 16:31:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Blasfemia e censura, proteste e pubblicità: tanto clamore attorno allo spettacolo di Romeo Castellucci in scena al Teatro Franco Parenti di Milano. Tra agguerriti integralisti e istituzioni travolte nell'impasse, torna in scena l'epocale scontro tra sacro e profano, religione e laicità.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-87960" title="sulconcettodelvoltodelfigliodidio" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/01/sulconcettodelvoltodelfigliodidio.jpg" alt="" width="491" height="369" />Siamo nel<strong> 2012</strong> e la Chiesa cattolica con il suo più alto rappresentante ha voluto dare dimostrazione di essere al passo con i tempi: solo ieri, in occasione della <strong>Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali 2012</strong>,<strong> Papa Benedetto XVI</strong>, sottolineando in particolare l’importante ruolo svolto dal <strong>silenzio</strong> per poter ascoltare il prossimo, ha elogiato la funzione di <strong>Internet</strong> come fonte di risposte.<br />
La stonatura a questa dimostrazione di apertura e modernità viene purtroppo dalle manifestazioni dei cattolici integralisti che in questi giorni stanno animando <strong>Milano.</strong> Il gruppo di fedeli ha infatti avviato una protesta contro la piece teatrale del regista <strong>Romeo Castellucci</strong>, dal titolo<strong> “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”</strong>, accusata di blasfemia. Lo spettacolo è in scena sul palcoscenico meneghino del <strong>Franco Parenti</strong> ma, fino al giorno della prima, la direttrice del teatro <strong>Andée Ruth Shammah</strong> ha temuto di dover rivedere la programmazione, preoccupazione che l’ha indotta ad inviare una lettera aperta alle autorità religiose e civili di Milano affinché contribuissero a placare i toni.<br />
Reazioni simili si erano già verificate lo scorso ottobre al <strong>Theatre de la Ville di Parigi</strong>, mentre in altre capitali europee lo spettacolo non ha destato nulla di simile. La sera della prima milanese attorno al teatro Franco Parenti si è invece adunata una schiera di fedeli contestatori, cui si sono aggiunti anche rappresentanti di <strong>Forza Nuova</strong>, riuniti per manifestare la loro contrarietà allo spettacolo giudicato irrispettoso. Per evitare che la situazione degenerasse erano presenti anche forze dell’ordine con blindati, alla stregua delle movimentate prime alla <strong>Scala.</strong><br />
Il dispiegamento di Carabinieri e Polizia è stato motivato dalla campagna di protesta, aizzata anche tramite i social network, che già da mesi girava on line e tra le curie più intransigenti, tra cui quella di Milano, arrivando persino nelle sale pontificie. Il portavoce vaticano padre <strong>Federico Lombardi</strong>, in un comunicato, ha parlato “di un’opera che risulta offensiva delle convinzioni religiose dei cristiani”, ma ha anche auspicato “che ogni mancanza di rispetto incontri la reazione ferma e composta dei cristiani”.<br />
Dinanzi a tanto trambusto è ovvio chiedersi di cosa tratti “Sul concetto di volto nel Figlio di Dio”: lo spettacolo vede in scena due attori, un padre e un figlio, l’uno malato e anziano accudito dall’altro. Campeggia sul retro della scena il dipinto del volto di Cristo di Antonello Da Messina, vittima nella sceneggiatura originaria del lancio di granate da parte di un gruppo di bambini, scena convertita per motivi logistici, e non di auto-censura, in un dissolvimento temporaneo.<br />
Il regista Romeo Castellucci, ha spiegato che la sceneggiatura prende in realtà spunto proprio dalle Sacre scritture, e precisamente dal quarto comandamento (“Onora il padre e la madre”) e dai Salmi 22 e 23 (del Buon Pastore), mettendo in luce il difficile <strong>rapporto tra Uomo e Dio</strong>, nei momenti di difficoltà e sofferenza, per giungere alla catarsi finale della riappacificazione.<br />
Le contestazioni nascono dunque da un equivoco che ha lasciato sorpreso lo stesso Castellucci, che ha invitato a visionare l’opera prima di accusarla, sebbene le sia derivata una pubblicità gratuita di ampia risonanza.<br />
Gli accaniti fedeli, crociati moderni di questa vicenda, frastornati dalla loro battaglia non hanno dunque recepito il messaggio del Papa secondo cui “Tacendo si permette all’altra persona di parlare, di esprimere se stessa, e a noi di non rimanere legati, senza un opportuno confronto, soltanto alle nostre parole o alle nostre idee”.</p>
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		<title>SOPA e PIPA, gli incubi del Web</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 2012 15:49:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Proteste on line per i due disegni di legge statunitensi volti a tutelare il copyright in rete, ma accusati di prevedere metodi di censura iniqui: i maggiori siti web hanno aderito alla manifestazione di dissenso contro SOPA e PIPA, con oscuramento delle pagine, petizioni e comunicati. La battaglia tra major dello spettacolo e le grandi aziende della rete continua.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-87301" title="sopa" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/01/sopa.jpg" alt="" width="320" height="238" />Wikipedia</strong> ha oggi oscurato le proprie voci,<strong> Google America</strong> ha manifestato la sua preoccupazione in homepage e<strong> Twitter</strong> è stato selezionato come principale forum di discussione: a scatenare tale inquietudine nella rete sono i <strong>disegni di legge statunitensi</strong> detti <strong>SOPA (Stop Online Piracy Act)</strong> e <strong>PIPA (Protect Intellectual Property Act).</strong><br />
La querelle vede nuovamente schierati su fronti opposti le potenti <strong>major cinematografiche e discografiche</strong>, cui fanno da contraltare le altrettanto energiche forze del<strong> Web</strong>.<br />
La battaglia ruota ufficialmente attorno alla questione della <strong>tutela del diritto d’autore in rete</strong>, ma si contesta che le leggi proposte implichino in realtà conseguenze che vanno oltre tale obiettivo.<br />
Il <strong>SOPA</strong> è stato presentato da <strong>Lamar Smith</strong> alla <strong>Camera dei Rappresentanti</strong> lo scorso <strong>26 ottobre</strong>, anticipato dal<strong> PIPA</strong>, appunto, introdotto al <strong>Senato</strong> nel <strong>maggio 2011</strong>.<br />
Il primo provvedimento autorizza il <strong>Dipartimento di Giustizia statunitense</strong> ad emanare <strong>ordini restrittivi</strong> contro siti internet, anche al di fuori della propria giurisdizione, accusati di infrangere o rendere labile il diritto d’autore, sino a vietare ai network pubblicitari o ai gestori dei pagamenti on line d’intrattenere rapporti con gli indirizzi accusati delle infrazioni, ai motori di ricerca di mantenere attivi i link verso di loro e consentirebbe inoltre di richiedere agli Internet Service Provider di bloccare l’accesso ai siti giudicati fuorilegge.  Ai responsabili degli indirizzi internet accusati è inoltre previsto il pagamento di una multa.<br />
Il <strong>Protect Intellectual Property Act</strong> prevede invece la creazione di un<strong> filtro per i DNS</strong> tramite cui diverrebbe possibile agire direttamente sugli indirizzi web giudicati illegali, attraverso gli ISP, colpendo così anche i siti internet che condividono link degli indirizzi posti sotto accusa.<br />
I discografici e le case di produzione cinematografica, tra cui si annovera anche la posizione di <strong>Rupert Murdoch</strong>, guardano ovviamente con grande favore a queste soluzioni legislative, che contribuirebbero in modo considerevole alla lotta contro la pirateria, ma la comunità virtuale denuncia invece come l’adozione di queste misure vada a ledere altri diritti come la <strong>libertà di espressione</strong> e la<strong> privacy</strong>, oltre a consentire alla giurisdizione americana di agire su soggetti al di fuori della sua sfera.<br />
<strong>Wikipedia</strong>, tra i più accaniti oppositori dei due disegni di legge al vaglio negli USA, chiarisce in un comunicato che condivide pienamente l’esigenza di <strong>tutelare il copyright</strong>, ma ritiene ingiusto e eccessivo il metodo profilato da SOPA e PIPA, contro cui ha intentato una pacifica protesta oscurando i propri contenuti in lingua inglese. Si trova in disaccordo anche <strong>Google</strong> che, essendo un motore di ricerca, dovrebbe preoccuparsi di bloccare gli indirizzi accusati di non rispettare il diritto d’autore, mentre molti altri <strong>nomi noti del Web</strong> hanno mostrato il loro dissenso con comunicati e oscuramenti di pagine.<br />
Il <strong>Congresso statunitense</strong> non è rimasto indifferente a tale contrarietà, rinviando la discussione del SOPA a <strong>febbraio</strong>, mentre in molti sostengono che il <strong>presidente Obama</strong>, fin dalla sua campagna elettorale beniamino del web libero, giocherà la carta del <strong>veto</strong> per scongiurare che si giunga alla legge.<br />
La faccenda supera la <strong>sfera giuridica</strong> e giunge prepotentemente sul <strong>piano politico ed economico</strong>, dove il ruolo di decision-maker è ricoperto dalle lobbies più potenti: tra qualche mese sapremo se le aziende del web, in piena espansione, avranno superato le multinazionali di Hollywood. Eppure lontani i tempi in cui le leggi si basavano su ben altri valori.</p>
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		<title>Olimpiadi di Londra 2012 senza social network</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Jan 2012 12:02:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A duecento giorni dall'avvio dei giochi olimpici, Londra impone restrizioni nell'utilizzo dei social network da parte dei Games Makers, i volontari che presteranno servizio durante l'evento. La notizia ha lasciato non poco sorpresi dato che le Olimpiadi 2012 erano state presentate come i "Twitter Games".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-86584" title="olimpico" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/01/olimpico.jpg" alt="" width="460" height="288" />I festeggiamenti per il nuovo anno si sono da poco conclusi e in questa occasione il<strong> 2012</strong> è stato accolto come l’<strong>anno di Londra</strong>. La capitale inglese sarà infatti protagonista di due eventi straordinari: il <strong>“giubileo di diamante”</strong>, che festeggerà i <strong>sessant’anni di trono</strong> della <strong>Regina Elisabetta</strong>, e le<strong> Olimpiadi</strong>.<br />
Se il primo appuntamento interesserà principalmente i monarchici e gli appassionati della casa reale, il secondo è invece un avvenimento dalla portata mondiale.<br />
Le <a href="http://www.london2012.com/"><strong>Olimpiadi di Londra</strong> </a>sono inoltre state annunciate come le<strong> “Twitter Games”</strong>, in onore al social network consacrato come <strong>mezzo di comunicazione rivelazione del 2011</strong>: la moltitudine di partecipanti, ricorrendo a <strong>Twitter, Facebook, Foresquare</strong> e simili, può così ampliare la visibilità dei giochi e la loro portata mediatica.<br />
Sarebbe però opportuno utilizzare il condizionale ‘potrebbero’, poiché il <strong>comitato olimpico LOCOG</strong>, il quale ha coinvolto <strong>circa 70.000 giovani volontari</strong> affinché contribuiscano al buon funzionamento della macchina, ha proibito loro l’utilizzo di ogni social per tutto il corso dell’evento.<br />
Il <strong>regolamento</strong> diffuso ai volontari prevede infatti il divieto di rivelare dove si trovino, pubblicare foto che ritraggano atleti o personaggi famosi, o aprire discussioni in rete riguardo le Olimpiadi; unica facoltà è quella di postare commenti e dichiarazioni provenienti dallo stesso comitato olimpico.<br />
La linea adottata appare come una <strong>censura bella e buona</strong>, mal motivata dai responsabili con l’esigenza di tutelare <strong>reputazione e sicurezza</strong>.<br />
La scure restrittiva è poi giunta a sorpresa e in completa contrapposizione agli iniziali buoni propositi dei Twitter Games. Il cambio di rotta, denunciato da <strong>Forbes</strong>, è stato così accolto con sorpresa a soli <strong>200 giorni dall’inaugurazione delle competizioni sportive</strong>.<br />
Sarà stata forse la vicenda della pubblicità su <strong>Google AdWords</strong> ad indurre la demonizzazione del web da parte della LOCOG: da tempo infatti sono presenti in rete inserzioni che reclamizzano la vendita non autorizzata di biglietti per partecipare agli appuntamenti olimpici, tanto da costringere la <strong>Polizia Metropolitana di Londra</strong> ad avviare un’indagine e ad intimare la cancellazioni degli annunci da parte di Google.<br />
Eppure, nonostante questo inconveniente, internet e i social network potrebbero rappresentare una gran cassa capace di moltiplicare esponenzialmente la comunicazione dei giochi. Basti ricordare che nelle scorse <strong>Olimpiadi di Beijing</strong>, nel <strong>2008</strong>, la stampa cinese, di certo non tra le più libere del pianeta, dichiarò che gran parte del successo dell’evento era dovuto ad internet. Se la <strong>Cina</strong>, tra i paesi dichiarati nemici del web da<strong> Reporters sans Frontieres</strong>, è stata capace di fare tale ammissione, sorprende che un Paese come il <strong>Regno Unito</strong> abbia invece voluto ingessare le possibilità del web 2.0: l’unica spiegazione è che prevalga il timore di controllare quel che dei giochi si dice, evitando che vengano denunciate carenze ed errori, il che sembra già un primo riconoscimento di colpevolezza.<br />
Pensare che solo un anno fa, per lanciare i giochi di Londra, è partita su Twitter l’iniziativa tutt’ora in corso<strong> <a href="http://www.london2012.com/get-involved/one-year-to-go.php">#1YearToGo</a></strong>, tramite cui gli utenti cinguettanti possono votare la loro nazione preferita facendola salire nella classifica virtuale creata per l’occasione. Ad oggi i voti hanno raggiunto quota<strong> 85.853</strong>, con gli <strong>USA</strong> in testa, secondo il<strong> Brasile</strong> e terza la <strong>Gran Bretagna</strong>, che pur giocando in casa si precluderà il sostegno di tanti utenti.</p>
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		<title>8 X 1.000 ma non per tutti</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2012 16:04:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I fondi dell'otto per mille andranno a Protezione civile e carceri: così è stato deciso dal governo Monti con il decreto-legge n.211 varato lo scorso dicembre. I 4,5 milioni di euro inizialmente previsti a sostegno dei beni culturali dovranno dunque essere reperiti altrove.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-86030" title="irpef" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/01/irpef.jpg" alt="" width="348" height="257" />L’<strong>Italia</strong> possiede il più ampio<strong> patrimonio culturale</strong> al Mondo con<strong> oltre 3.400 musei</strong>, circa <strong>2.100 aree e parchi archeologici</strong> e il maggior numero di <strong>siti Unesco</strong> (1).<br />
<strong>4,5 milioni di euro</strong>, derivanti dai 145 dell’<strong>otto per mille</strong>, rappresenterebbero dunque una somma davvero irrisoria da destinare a cotanta abbondanza. Così si ragionerebbe in <strong>condizioni ‘normali’</strong>, ma in tempo di crisi e perpetua carenza, anche l’ultimo spicciolo sembra fondamentale, soprattutto per i <strong>centri culturali minori</strong>, dove mancano gli sponsor e scarseggiano i visitatori.<br />
A quanto pare però neppure questo contributo andrà ad alleviare la difficile situazione dei <strong>1.600 siti</strong> che hanno avanzato richiesta di contributo alla <strong>Presidenza del Consiglio dei Ministri</strong> (con un <strong>aumento delle richieste del 30%</strong> rispetto al 2010).<br />
I <strong>4,5 milioni</strong>, parte dell’otto per mille e inizialmente riservati per il restauro e la riqualificazione del patrimonio artistico, contribuiranno invece a raggiungere i <strong>57.277.063 di euro</strong> necessari “per le esigenze connesse all&#8217;adeguamento, potenziamento e alla messa a norma delle infrastrutture penitenziarie”, secondo quanto stabilito dal<a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/01/decreto-legge211.pdf"> <strong>decreto legge n. 211</strong> </a>varato dal governo Monti e recante <strong>“Interventi urgenti per il contrasto della tensione detentiva determinata dal sovraffollamento delle carceri”.</strong><br />
La questione ha generato disordine, tanto che l’attuale Ministro dei Beni culturali<strong> Lorenzo Ornaghi</strong> ha dovuto rispondere agli attacchi del predecessore <strong>Giancarlo Galan</strong> il quale, confondendo l’ammontare inizialmente rivolto al patrimonio artistico, ha anche ritenuto che tale cambiamento di rotta potesse vanificare il <strong>5 per mille alla cultura</strong> ottenuto con l’ultimo governo Berlusconi.<br />
Ornaghi dal canto suo ha rassicurato con una <a href="http://www.tafter.it/2012/01/02/economia-della-cultura-il-mibac-chirisce-la-questione-dei-fondi-otto-per-mille/">nota stampa </a>che la cifra ‘persa’ a vantaggio dell’emergenza carceri sarà “ricavata nel riparto dei proventi delle <strong>accise sui carburanti</strong> destinato ai beni culturali per il 2012”.<br />
Da <strong>Palazzo Chigi</strong> è poi giunto l’ennesimo chiarimento: nel 2011 l’importo totale dell’otto per mille a gestione statale era inizialmente di <strong>145 milioni di euro</strong>,<strong> 64</strong> dei quali sono stati destinati dal precedente governo Berlusconi alla <strong>Protezione civile</strong>, mentre<strong> 57 milioni</strong> andranno appunto a tamponare l’<strong>emergenza carceri</strong>.<br />
Se la matematica non è un’opinione, dal totale avanzano ancora <strong>24 milioni di euro</strong>, la cui destinazione non è ancora del tutto chiara, ma nel <a href="http://www.governo.it/Presidenza/Comunicati/dettaglio.asp?d=66024">medesimo comunicato </a>il governo rende noto che “non sono stati toccati i fondi del Ministero per i Beni culturali”.<br />
Piuttosto dunque che adottare una <strong>distribuzione dei fondi ‘a pioggia’</strong>, l’esecutivo Monti ha preferito concentrare le risorse. Tale razionalizzazione non è certo deprecabile ed è ben risaputo che il sistema penitenziario del Paese è al collasso, per cui il principio di urgenza è pienamente rispettato.<br />
Chiunque non concordasse nel mettere al primo posto la dignità umana verrebbe di certo tacciato di insensibilità, per cui la decisione di dare la precedenza al problema dei penitenziari, in cui continuano a registrarsi numerosi casi di suicidi tra i detenuti, non può certo essere messa in discussione.<br />
Ci si chiede tuttavia se ciò significa non ritenere impellente anche il soccorso al patrimonio culturale italiano, dove luoghi storici di importanza fondamentale, sono al collasso per carenza di fondi.<br />
Il nocciolo della questione è tuttavia un altro: i 4,5 milioni dei fondi dell’otto per mille, avrebbero sì aiutato, ma non sarebbero certo stati in grado di risollevare la sorte di monumenti e beni culturali, né tantomeno i 57 milioni di euro, da soli, garantiranno il decente funzionamento delle carceri italiane.<br />
Non si può seguitare a contare su<strong> “interventi tampone”</strong> per risolvere gli atavici problemi che attanagliano tanti settori, ma è giunto il momento di <strong>cambiare la gestione di fondo del sistema-Paese</strong>: se i penitenziari rappresentano una “emergenza nazionale”, forse và ripensato l’impianto dalla radice, commutando magari la detenzione con la prestazione di lavori socialmente utili, mentre per quanto riguarda il restauro e la valorizzazione dei beni culturali, insieme ai finanziamenti, è certamente necessario reperire, così come insegnano <strong>Christian Caliandro e Pier Luigi Sacco</strong> nell&#8217;illuminate<strong><a href="http://www.tafter.it/2011/05/04/italia-reloaded/"> &#8220;Italia Reloaded&#8221;</a></strong>, una sapiente amministrazione di questa immensa ricchezza, capace di assicurare indotti altrettanto preziosi, che eviteranno in futuro di dover ricorrere a contributi ulteriori.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Cattivi bilanci e buoni propositi di fine anno</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Dec 2011 07:42:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 2011 volge al termine e come ogni fine dell'anno si ripercorre quanto accaduto. Tra crolli di borsa e di monumenti, tagli ai fondi per la cultura e proteste, catastrofi naturali e tragedie ecologiche, quello che ci stiamo lasciando alle spalle non è stato proprio un anno positivo. Avanti allora i buoni propositi affinchè il 2012 sia un anno migliore!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-85344" title="calendar" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/12/calendar.jpg" alt="" width="357" height="236" />Questo<strong> 2011</strong> sta volgendo al termine e come ogni fine anno è tempo di <strong>bilanci</strong>; è bene infatti considerare gli sviluppi intercorsi in questo periodo per individuare eventuali possibili<strong> soluzioni</strong> a problemi vecchi e nuovi.<br />
La novità dello<strong> scorso gennaio</strong> è stata la scelta della giunta capitolina di introdurre il <a href="http://www.tafter.it/2011/01/05/residente-o-non-residente-questo-e-il-problema%e2%80%a6/"><strong>rincaro del biglietto al museo</strong> </a>per i non residenti a Roma: la tempesta è infuriata per qualche giorno, ma è stata presto messa in secondo piano dall’istituzione, con <strong>decreto legislativo 14 marzo 2011</strong> in materia di <strong>federalismo fiscale municipale</strong>, della <strong><a href="http://www.tafter.it/2011/11/07/turismo-il-consiglio-dei-ministri-ha-approvato-lo-schema-di-decreto-sulla-tassa-di-soggiorno/">tassa di soggiorno</a></strong>, cui continuano gradualmente ad aderire numerosi Comuni, stretti nella morsa di una crisi economica sempre più pesante.<br />
Ma un anno fa, di questi tempi, non appena trascorse le festività natalizie, gli italiani hanno da subito cominciato a prepararsi ai <strong>quattro fatidici quesiti referendari</strong>: gestione del servizio idrico, profitti garantiti per il privato gestore del servizio idrico, centrali nucleari e legittimo impedimento erano i temi su cui il <strong>12 e 13 giugno</strong> il Paese si è poi espresso. Un’affluenza cospicua alle urne ha decretato con la vittoria di quattro ‘sì’ l’abrogazione delle norme, dando una prima spallata al <strong>governo Berlusconi</strong> in carica e affermando in modo decisivo la contrarietà alla privatizzazione dell’acqua, insieme al rifiuto di convertirsi al nucleare. Ancora era vivido il ricordo del <strong>devastante terremoto in Giappone</strong> solo due mesi prima l’appuntamento referendario, che ha terrorizzato il mondo causando le fuoriuscite radioattive dalla <strong>centrale nucleare di Fukushima.</strong><br />
All’inizio del 2011, a catturare l’attenzione mediatica internazionale, è stato poi quello straordinario movimento dal basso conosciuto come <strong>“primavera araba”</strong>, cui ha contribuito in modo rivoluzionario il web con i suoi <strong>social network</strong>: ha così fatto irruzione nelle nostre realtà la forza di popolazioni desiderose di riscattare la propria libertà per l’affermazione di un sistema politico democratico. Dall’<strong>Egitto</strong> alla <strong>Tunisia</strong>, dallo <strong>Yemen</strong> alla <strong>Libia</strong>, diversi paesi dalla storia millenaria hanno visto strenue manifestazioni per deporre gli usurpatori al potere, con duri scontri che in più occasioni hanno messo a repentaglio la<strong><a href="http://www.tafter.it/2011/02/02/proteggere-i-beni-culturali-e-il-primo-passo-verso-la-democrazia/"> salvaguardia dei preziosi monumenti</a></strong> locali: ultime vittime di questa battaglia ancora in corso sono stati i volumi storici presenti all’<strong>Istituto dell’Associazione Egiziana di Studi Storici</strong>, archivio inestimabile del Cairo, dove è andato perso tra l’altro l’originale del documento napoleonico<strong> <a href="http://www.tafter.it/2011/12/21/fuoco-e-fiamme-al-cairo-vittima-la-napoleonica-%e2%80%9cdescription-de-l%e2%80%99egypte%e2%80%9d/">“Description de l’Egypte”</a>.</strong><br />
Ma il 2011 sarà sicuramente ricordato come l’anno della <strong>grande crisi economica</strong>, sfociata appieno solo in questi ultimi mesi, con il <strong>crollo delle borse europee</strong> e il repentino ricorso al <strong>governo tecnico di Mario Monti</strong>. L’andamento negativo era già in atto da tempo, e nel <strong>panorama culturale</strong> era chiaramente ravvisato dai numerosi <strong>tagli ai finanziamenti</strong>, che hanno fatto temere la chiusura di appuntamenti di successo come il <strong><a href="http://www.tafter.it/2011/02/16/napoli-saluta-il-suo-teatro-festival/">Napoli Teatro Festival</a></strong>, la privatizzazione di Villa <strong>Reale a Monza</strong>, ha visto la soppressione dell’<strong>ETI</strong> e il successivo tentativo di reazione con l’occupazione del <strong><a href="http://www.tafter.it/2011/11/07/loccupazione-del-teatro-valle/">Teatro Valle </a>di Roma</strong>, mentre solo l’altro giorno, proprio a stagione appena iniziata, è andato in scena alla <strong>Scala di Milano</strong> uno <strong><a href="http://www.tafter.it/2011/12/19/teatro-a-rischio-spettacolo-del-21-dicembre-alla-scala-per-sciopero/">sciopero di protesta</a></strong>, con tanto di cancellazione del programma.<br />
Per non parlare della situazione fragile in cui versa il nostro patrimonio culturale! Dopo il crollo nel <strong>novembre del 2010</strong> della <strong><a href="http://www.tafter.it/2010/11/06/archeologia-crollata-la-domus-dei-gladiatori-a-pompei/">Domus dei Gladiatori </a>a Pompei</strong>, che ha aperto la strada alle successive tormentate dimissioni dell’allora ministro <strong>Sandro Bondi</strong>, al dicastero MiBAC è giunto <strong>Giancarlo Galan</strong>, il quale a sua volta ha assistito al cedimento della <a href="http://www.tafter.it/2011/10/25/archeologia-nuovi-cedimenti-di-murature-di-epoca-moderna-a-pompei/"><strong>cinta muraria</strong> </a>del sito. Ora che c’è <strong>Lorenzo Ornaghi</strong> alla guida del Ministero, a soccombere è stato invece il pergolato esterno della <strong><a href="http://www.tafter.it/2011/12/22/archeologia-crollo-a-pompei-nella-casa-di-loreio-tiburtino/">Casa di Loreio Tiburtino</a></strong>. Mentre i ministri si susseguono e i bandi si indicono, uno dei tesori più preziosi dell’archeologia si sta dunque sgretolando inesorabilmente sotto i nostri occhi. Il sito di Pompei non è tuttavia il solo monumento in pericolo, lo segue infatti una <strong>lunghissima e penosa lista</strong>, cui si sommano i nomi di tutti quei beni culturali che l’<strong>inciviltà</strong> contribuisce a deturpare.<br />
Alla fine di questo <strong>faticoso anno</strong>, dopo aver fatto i dovuti bilanci, è opportuno però anche avanzare nuovi e buoni propositi, affinché si possa augurare a voi tutti, ma anche alla cultura, un<strong> 2012</strong> migliore.</p>
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		<title>Fuoco e fiamme al Cairo, vittima la napoleonica “Description de l’Egypte”</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Dec 2011 17:44:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un incendio è divampato sabato scorso all'Istituto dell’Associazione Egiziana di Studi Storici a seguito degli scontri tra manifestanti e milizie nella città del Cairo. Numerosi documenti storici sono andati perduti tra le fiamme, come la “Description de l’Egypte” redatta a seguito della campagna d'Egitto di Napoleone. ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-85056" title="fuocolibriegitto" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/12/fuocolibriegitto.jpg" alt="" width="410" height="254" />L’ambita democrazia in <strong>Egitto</strong> è un traguardo ancora lungi da raggiungere, tanto che dopo la cacciata di <strong>Mubarak</strong> hanno preso il sopravvento gli <strong>organismi militari</strong>. La popolazione non è però disposta a rinunciare al proprio sogno di <strong>libertà e giustizia</strong> e, nonostante la forte repressione, continua a manifestare affinché si giunga a <strong>democratiche elezioni</strong>.<br />
In questo <strong>clima rovente</strong>, oltre al sacrificio di numerose<strong> vite umane</strong>, in una città come <strong>Il Cairo</strong>, centro nevralgico della protesta, dove numerosi sono i musei e le testimonianze di un millenario passato, alto è il rischio per il <strong>patrimonio culturale</strong> qui presente.<br />
Già negli scorsi mesi, quando si combatteva per eliminare la dittatura di Mubarak, è stato colpito il<strong><a href="http://www.tafter.it/2011/02/14/archeologia-reperti-trafugati-al-museo-egizio-del-cairo/">Museo Egizio </a>di Piazza Tahrir</strong>, mentre negli ultimi scontri è stato incendiato l’<strong>Istituto dell’Associazione Egiziana di Studi Storici</strong>: qui sono conservati ben<strong> 196.000 testi</strong>, che costituiscono una collezione dall’inestimabile valore.<br />
Il centro culturale, fondato da<strong> Bonaparte</strong>, si trova proprio nei pressi degli edifici governativi, dove sabato scorso un’accesa protesta contro le milizie è sfociata in un<strong> grave incendio</strong> dell’istituto, che ha fatto temere persino per la tenuta della struttura. Il palazzo è ancora in piedi ma le fiamme, attive per <strong>circa 24 ore</strong>, hanno provocato pesanti danneggiamenti all’edificio, e, soprattutto, sono andati persi <strong>documenti storici di estrema importanza</strong>. L’intervento di molti<strong> volontari</strong>, intenti a mettere in salvo i testi, non ha potuto infatti evitare che il fuoco attaccasse i preziosi documenti.<br />
Tra le perdite si menziona in particolare la raccolta <strong>“Description de l’Egypte”</strong>, frutto della ricerca effettuata dai <strong>160</strong> <strong>tra esploratori e geografi</strong> che accompagnarono <strong>Napoleone Bonaparte</strong> durante la <strong>campagna d’Egitto nel 1798</strong>. Il rapporto andato perduto, che è stato presentato per la prima volta nel <strong>1809</strong> per poi essere perfezionato nel <strong>1829</strong>, è considerato dagli studiosi una delle più importanti <strong>testimonianze storiche dell’epoca</strong>, fotografia autorevole ed attendibile della realtà del nord Africa nel periodo napoleonico.<br />
<strong>Shaker Abdel Hamid</strong>, attuale ministro della cultura, ha definito il fatto <strong>“una catastrofe per la scienza”</strong> e si è affrettato ad istituire una commissione per il restauro delle opere ancora recuperabili.<br />
L’incendio sarebbe stato conseguente al lancio di<strong> bottiglie incendiarie</strong> da parte dei rivoltosi scagliatisi contro le milizie, barricate dietro un muro eretto a protezione delle sedi di potere, cui ha fatto seguito la morte accertata di<strong> dodici persone</strong>.<br />
C’è chi ha lamentato un eccessivo ritardo nell’arrivo dei <strong>pompieri</strong> per domare le fiamme, placate solo molte ore dopo.<br />
Le responsabilità sono tuttavia ancora da chiarire: se è vero che i manifestanti hanno fatto ricorso ad ordigni incendiari, è anche giusto sottolineare che loro stessi hanno tentato di salvare il patrimonio conservato nell’istituto, avventurandosi pericolosamente nelle sale. Desta maggior sospetto la lungaggine dei soccorritori nell’intervenire per spegnere il fuoco, che suona molto più come una manovra per screditare il movimento di protesta della popolazione agli occhi dell’<strong>opinione pubblica internazionale.</strong> Non sarebbe infatti da escludere che i militari usurpatori del potere abbiano lasciato che il misfatto si consumasse per dipingere gli oppositori come<strong> incivili.</strong><br />
E intanto torna alla mente l’epilogo tragico della gloriosa <strong>Biblioteca di Alessandria d’Egitto</strong>, vittima sacrificale della furia conquistatrice di <strong>Giulio Cesare.</strong></p>
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		<title>L&#8217;amore lascia il segno&#8230;sui monumenti</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Dec 2011 11:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Graffiti, lucchetti e murales sono diventati i rituali delle promesse d'amore, ma in realtà queste espressioni, da molti giudicate come atti vandalici, hanno antichissime origini, testimoni di sentimenti che accompagnano il genere umano da sempre.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-84262" title="graffito" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/12/graffito.jpg" alt="" width="435" height="290" />L’<strong>amore</strong> ispira l’essere umano fin dalla notte dei tempi e induce l’ingegno a componimenti per comunicare i propri sentimenti. Fin dall’antichità ci si serviva infatti di luoghi pubblici e frequentati per far arrivare il proprio messaggio all’amata.<br />
L’usanza è pervenuta sino ai nostri giorni, con adolescenti in preda a turbe amorose intenti ad affidare i loro messaggi ai <strong>muri delle abitazioni</strong>, delle<strong> stazioni</strong>, agli <strong>spazi pubblici</strong> più disparati, ma il supporto più ambito sembra essere quello di <strong>monumenti e beni culturali</strong>: il sentimento di questi innamorati vuole forse eguagliare l’<strong>eternità del patrimonio artistico</strong>.<br />
Sarà probabilmente questo il motivo per il quale la<strong> coppia di giovani turisti francesi</strong>, durante un romantico soggiorno a <strong>Roma</strong>, ha deciso di lasciare un “segno” del loro amore sul monumento più famoso: il<strong> Colosseo</strong>. I ragazzi hanno scalfito i loro nomi su un pilastro dell’<strong>Anfiteatro Flavio</strong>, scatenando l’ira funesta e un po’ esterofoba dell’amministrazione capitolina, che ha sottolineato come in altri Paesi azioni del genere vengano punite duramente. I 25enni sono stati dunque denunciati a piede libero per deturpamento e imbrattamento di monumenti di interesse artistico rilevante.<br />
Ma nella città di <strong>“Tre Metri sopra il cielo”</strong>, libro scritto da <strong>Federico Moccia</strong>, i fidanzatini sono invece soliti emulare i personaggi del romanzo adornando<strong> Ponte Milvio</strong> con numerosi <strong>lucchetti</strong>, cui affidano le loro promesse d’amore per poi gettare le chiavi nelle sottostanti acque del Tevere. Attorno al fenomeno si è così sviluppato un vero e proprio mercato di ambulanti che vendono tutto il necessario per compiere tale <strong>“rito propiziatorio”</strong>, e negli anni il ponte è divenuto meta di <strong>pellegrinaggio di amanti adolescenti</strong>, che hanno letteralmente coperto i pali della luce, i muretti e qualsivoglia tipo di sostegno con i loro lucchetti; c’è chi , poi, non soddisfatto, suggella il tutto con graffiti e scritte. Il <strong>Campidoglio</strong>, su pressante richiesta dei rappresentanti del <strong>XX Municipio</strong>, è giunto dunque alla decisione di rimuovere tali pegni d’eterno amore, disilludendo i promittenti.<br />
<strong>“Amore corre verso amore”</strong> e fa sì che un po’ ovunque si trovino scritte sui monumenti, come accade da tempo nella <strong>casa di Giulietta a Verona</strong>: centinaia di migliaia di messaggi d’amore, in forma di graffiti, scritte e post-it, ricoprono infatti le mura dell’abitazione del <strong>XIII secolo</strong>. Il sindaco di Verona, <strong>Flavio Tosi,</strong> alla fine ha rinunciato a contrastare tale accanimento, soprattutto dopo che, nel<strong> 2009</strong>, l’artista inglese <strong>Marc Quinn</strong> scelse la dimora medievale per ospitare una sua mostra: durante la sua esibizione il creativo decise di mettere a disposizione tele per i messaggi dei visitatori che in seguito vendette alla straordinaria cifra di <strong>300.000 euro</strong> ad esemplare. L’amministrazione ha così optato per la<strong> liberalizzazione dei graffiti</strong> nel <strong>tempio dell’amore shakespeariano</strong>.<br />
Il dibattito tra accusatori e difensori è dunque sempre aperto e attuale: c’è chi demonizza i graffiti additandoli come atti vandalici e chi invece li assolve ritenendoli nuove forme d’arte o comunque testimonianze di un presente che diverrà presto passato. Magari tra qualche secolo i ricercatori del futuro studieranno messaggi quali<strong> “Io ti sento, lo stomaco si chiude, il resto se la ride, appena ridi tu”</strong>, così come oggi fantastichiamo leggendo frasi latine tipo <strong>“Quisquis amat valeat / pereat qui nescit amare / bis tanto pereat / quisquis amare vetat”</strong>(1) scritto da un pompeiano di 2000 anni fa; del resto, sempre a Pompei, anche il  romanziere<strong> Stendhal</strong>, nel <strong>1827</strong>, non ha resistito a lasciare una sua traccia, scrivendo il proprio nome sulla parete del <strong>Tempio di Iside</strong>.</p>
<p><em>Note:</em><br />
1. Chi ama prosperi, muoia chi non sa amare; due volte tanto, poi, muoia chi impedisce d’amare. </p>
<p><em>La foto è tratta da flickr e l&#8217;autore è<a href="http://www.flickr.com/photos/49631574@N00/4566045447/"> Pomponio52</a></em></p>
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		<title>Battaglie per la battaglia di Anghiari</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Dec 2011 12:53:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La ricerca della "Battaglia di Anghiari" dipinta da Leonardo da Vinci nel Salone dei Cinquecento a Firenze, rischia di compromettere le opere di Girogio Vasari. I ricercatori e il sindaco della città escludono tale ipotesi, ma intellettuali ed esperti diffidano della sicurezza dell'operazione, che vede un'importante giro di interessi con a capo la National Geographic.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-83666" title="ricercanghiari" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/12/ricercanghiari.jpg" alt="" width="410" height="306" />La <strong>storia</strong> è fatta da <strong>eventi</strong> che si susseguono vicendevolmente, per cui gli ultimi accadimenti scalzano in qualche modo quelli passati, generando una <strong>stratificazione di periodi</strong>.<br />
Allo stesso modo nella <strong>storia dell’arte</strong> si succedono gli stili, i movimenti culturali e gli artisti, magari prendendo spunto dal passato, ma generando comunque qualcosa di nuovo.<br />
Ci sono poi alcuni luoghi in cui tale avvicendarsi di fatti storici ed idee trasuda letteralmente dai muri: parliamo del <strong>Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio a Firenze</strong>.<br />
Questo maestoso esempio di architettura rinascimentale fu costruito nel <strong>1494</strong> per volere del domenicano<strong> Girolamo Savonarola</strong>, fautore della <strong>Repubblica Fiorentina</strong> dopo la cacciata di <strong>Piero II de’ Medici</strong>: il salone fu detto dei <strong>Cinquecento</strong> dal numero dei rappresentanti chiamati a formare il <strong>Maggior Consiglio</strong>, organismo decisionale aperto al popolo. Per celebrare questa ‘rivoluzione’ furono incaricati a decorare il Salone artisti del calibro di <strong>Michelangelo Buonarroti</strong> e<strong> Leonardo Da Vinci</strong>, l’uno impegnato a raffigurare sul lato destro la <strong>Battaglia di Cascina del 1364</strong>, in cui i fiorentini ebbero la meglio sui pisani, e l’altro la <strong>Battaglia di Anghiari del 1440</strong> sul lato opposto, per ricordare la vittoria sui milanesi.<br />
Gli storici ipotizzano tuttavia che le opere non ebbero buona riuscita, poiché il genio di<strong> Leonardo</strong> lo condusse a sperimentare la <strong>tecnica dell’encausto</strong> che non diede i risultati sperati, mentre <strong>Michelangelo</strong>, chiamato a Roma da <strong>Giulio II</strong>, non andò oltre la fase preparatoria dei cartoni per l’affresco.<br />
Tale insuccesso sembrava premonire la fine dell’avventura repubblicana per la città gigliata, che nel <strong>1537</strong> vide la salita al potere di <strong>Cosimo I de’ Medici</strong>. Il Duca scelse Palazzo Vecchio come sede della sua corte, deputando il Salone, non più dei Cinquecento, a sala di rappresentanza; come tale, le mura necessitavano di un adeguato rifacimento: fu chiamato a tal scopo l’architetto e artista Giorgio Vasari, che abbellì il Salone con un affresco raffigurante la<strong> Sconfitta dei pisani a San Vincenzo</strong>, avvenuta per opera della famiglia de’ Medici. Per compiere tale operazione il Vasari operò al di sopra delle opere preesistenti.<br />
Oggi, dopo secoli di storia, diversi ricercatori intendono attraversare quei centimetri di intonaco, che hanno assistito, tra l’altro, alle adunanze del <strong>parlamento italiano tra 1865 e 1871</strong>, per un viaggio indietro nel tempo: lo scopo è quello di verificare l’esistenza dell’affresco di Leonardo, suggerito dallo stesso Vasari che, in uno stendardo presente nella scena della <strong>Vittoria di Cosimo I a Marciano in val di Chiana</strong>, vi iscrive <strong>“Cerca trova”.</strong><br />
Nel progetto sono coinvolti la <strong>National Geographic Society</strong>, il<strong> Center of Interdisciplinary Science for Art, Architecture and Archaeology (CISA3) dell’Università della California San Diego</strong> in collaborazione con il <strong>Comune di Firenze</strong>. A capo della ricerca vi è poi <strong>Maurizio Seracini</strong> della Editech di Firenze, sostenuto dalla Soprintendenza dei beni artistici e architettonici e dall’<strong>Opificio delle Pietre Dure</strong>.<br />
Dopo una prima fase di analisi che ha rilevato l’esistenza di un’<strong>intercapedine</strong>, indice dell’esistenza di un ulteriore muro, si è aperto un secondo stadio di ricerca: le rilevazioni sono consistite ora nella <strong>perforazione in sei punti dell’opera del Vasari</strong> per l’inserimento di sonde, scatenando la preoccupazione di molti storici e intellettuali, 101 per l’esattezza, che hanno sottoscritto un<strong> appello</strong>, insieme all’allarme di <strong>Italia Nostra</strong>, che ha presentato un esposto alla magistratura per danneggiamento di opere d’arte. A tale azione è seguita l’apertura di un fascicolo in procura e l’avvio di indagini da parte dei carabinieri.<br />
La difesa dell’operato dei ricercatori tenuta dal <strong>sindaco Renzi</strong>, tra i sostenitori del progetto, è stata ferma e non ha voluto sentire ragioni, fomentata probabilmente da quei <strong>250 mila dollari</strong> di sovvenzioni da parte della <strong>National Geographic</strong>. Alla voce del primo cittadino di Firenze si è unita poi anche quella di <strong>Silvano Vinceti</strong>, responsabile della<strong> ricerca della tomba di Lisa Gherardini, la presunta Gioconda, nell&#8217;ex convento di Sant’Orsola</strong> che, non a caso, è a sua volta seguita dalle troupe della <strong>National Geographic</strong>, impegnate come per la Battaglia di Anghiari, a girare un documentario da inserire nel format <strong>“Ancient X Files”</strong>, distribuito in tutto il mondo.<br />
Intanto nomi del calibro di <strong>Cecilia Frosini, Salvatore Settis, Tomaso Montanari</strong>, intendono porre l’attenzione maggiormente al mantenimento degli affreschi di sicuro esistenti, piuttosto che perpetuare una rischiosa ricerca, dai risultati probabilmente deludenti o, peggio, disastrosi.</p>
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		<title>Clima surriscaldato alla conferenza di Durban</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 11:56:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal 28 novembre al 9 dicembre si terrà a Durban, in Sudafrica, la diciassettesima conferenza ONU sul clima: tanti i rappresentanti accorsi per tentare di fermare il surriscaldamento globale, ma la crisi economica sembra un forte deterrente per la riuscita dell'incontro. Eppure la ricerca sulle fonti rinnovabili e sulle tecnologie ecologiche potrebbe rappresentare una via d'uscita.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-82886" title="climatechange" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/climatechange1.jpg" alt="" width="460" height="430" />Lunedì 28 novembre</strong> si è aperta a<strong> Durban</strong>, in <strong>Sudafrica</strong>, la <strong><a href="http://www.cop17-cmp7durban.com/">diciassettesima conferenza ONU sul clima (COP17)</a></strong>, che proseguirà <strong>fino al 9 dicembre prossimo</strong>.<br />
Per l’occasione sono giunti nella <strong>provincia del KwaZulu-Natal</strong> i <strong>rappresentanti dei governi mondiali, delle organizzazioni internazionali e della società civile</strong>, riuniti per implementare la <strong>convenzione ONU sui cambiamenti climatici</strong> e il famigerato <strong>Protocollo di Kyoto</strong>, così come si è già tentato di fare, con scarsi risultati, lo scorso anno durante il meeting di <strong>Cancun in Messico</strong>, e nel <strong>2009 a Copenaghen</strong>.<br />
L’incontro sudafricano non si apre tuttavia con aspettative migliori, poiché l’imminente <strong>scadenza del Protocollo di Kyoto</strong> e la galoppante <strong>crisi economica</strong> vedono i governi adottare una <strong>posizione di chiusura e diffidenza reciproca</strong>.<br />
Il panorama geopolitico è inoltre mutato<strong> dal 2004</strong>, quando la <strong>Russia</strong> ratificò finalmente il Protocollo di Kyoto, consentendo la sua entrata in vigore, e ancor più da quel lontano <strong>11 dicembre 1997</strong>, quando nella cittadina giapponese il testo fu sottoscritto.<br />
A Kyoto le nazioni del mondo furono infatti suddivise in due grandi categorie, che da una parte ponevano gli Stati <strong>“industrializzati”</strong> e dall’altra quelli in<strong> “via di sviluppo”</strong>; i primi chiamati a <strong>ridurre perentoriamente le emissioni di gas serra non meno del 5%</strong> rispetto alle emissioni registrate nel <strong>1990</strong>, mentre i secondi esonerati da tali obblighi perché non considerati responsabili dell’inquinamento atmosferico avvenuto durante il <strong>periodo di industrializzazione</strong>. Tra questi ultimi figurano anche <strong>Cina e India</strong>, che superato il primo decennio del XXI secolo, sono invece divenute rispettivamente <strong>la prima e la quarta economia produttrice di gas serra</strong>.<br />
Alla luce di tali considerazioni sembra dunque che il Protocollo, al di là della sua naturale <strong>scadenza prevista a fine 2012</strong>, vada necessariamente rimesso in discussione, dato anche il mancato raggiungimento degli obiettivi che si era preposto.<br />
Dinanzi ad un peggioramento della salute globale, con fenomeni climatici che denunciano chiaramente il danneggiamento dell’equilibrio naturale del pianeta, l’atteggiamento degli <strong>stakeholders</strong> non sembra tuttavia accennare ad una presa di responsabilità.<br />
La <strong>Cina</strong>, in primis, rifiuta di stringere accordi che vincolino in qualche modo la sua produzione da record, così come anche <strong>Canada, Giappone e Russia</strong>.<br />
Gli <strong>Stati Uniti</strong>, grandi assenti tra i sottoscrittori del Protocollo di Kyoto, hanno visto il presidente Obama, sensibile all’inizio del suo mandato alle tematiche ambientali, proporre il <strong>Climate Change Bill</strong>, che fu stroncato però al Senato dopo una timida approvazione alla Camera, nonostante la maggioranza democratica al Congresso; medesimo destino toccò all’avanzata ipotesi di una <strong>carbon tax</strong>, data l’avversione bipartisan.<br />
Per quel che concerne l’<strong>Unione Europea</strong>, bisogna riconoscere che, almeno in questo ambito, si è mostrata coesa e ferma assertrice della necessità di un cambio di rotta: tra i principali sostenitori del Protocollo di Kyoto, oggi il vecchio continente si trova però fiaccato da una pesante crisi di produzione e sviluppo, che gli rende particolarmente difficoltoso mantenere politiche di contenimento di CO2.<br />
La<strong> crisi economica</strong> fa inoltre dubitare del versamento annuo che gli Stati hanno preso come<strong> impegno per finanziare la ricerca sulle energie alternative e l’efficienza energetica dei paesi più poveri</strong>, e che sarebbe anche dovuto aumentare nel 2013.<br />
In questa situazione di crollo dei mercati si adottano poi politiche urgenti rivolte piuttosto al sollevamento delle economie e poco attente ai criteri di rispetto ambientale, come sta facendo ad esempio il colosso <strong>Google</strong>, che ha rinunciato all’operazione <strong>“Renewable Energy Cheaper than Coal”</strong> e al finanziamento di un enorme<strong> impianto solare termico</strong>, la cui realizzazione era prevista da Mountain View entro il 2013.<br />
Sicuramente risulta complesso non pensare a soluzioni immediate di problematiche pressanti, ma le <strong>energie alternative</strong>, le <strong>tecnologie eco-friendly</strong> e la <strong>ricerca</strong> possono rappresentare strade che coniugano le due esigenze: essere pionieri in questo campo può essere anche molto conveniente dal punto di vista economico, assicurando <strong>sviluppo sostenibile</strong> e<strong> crescita produttiva</strong>; sembra averlo compreso la<strong> Cina</strong> che ha investito <strong>quasi 250 miliardi di dollari</strong> in energia solare ed eolica.<br />
L’atteggiamento dei governi presenti a Durban rende però difficile sperare nel raggiungimento di un nuovo accordo ampio, condiviso e vincolante, che possa realmente contenere l’innalzamento entro i <strong>due gradi della temperatura globale</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Sardegna malata da &#8220;uranio impoverito&#8221;</title>
		<link>http://www.tafter.it/2011/11/23/sardegna-malata-da-uranio-impoverito/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Nov 2011 11:43:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[L'uranio impoverito continua da anni ad essere presente nelle basi militari sarde, contaminando l'ambiente e causando malattie alla popolazione; una piaga che flagella da anni la regione e che rischia di insinuarsi nella catena alimentare con conseguenze irreparabile anche per le generazioni future. L'allarme è tornato proprio in questi giorni, con la nascita e morte dell'ennesimo capo di bestiame malformato.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/uranio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-82062" title="uranio" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/uranio.jpg" alt="" width="453" height="236" /></a>Questi sono<strong> giorni critici per il nostro Paese</strong> in cui la notizia della nascita di un <strong>agnello con gravi malformazioni</strong> passa inosservata o comunque fa pensare a scherzi che la natura di tanto in tanto si diverte a fare.<br />
Così purtroppo non è, poiché il fenomeno ha già avuto dei precedenti non solo sul bestiame, ma anche tra gli esseri umani colpiti da <strong>lucemia linfatica acuta</strong> e da <strong>linfoma non hodgkin</strong>, un tumore che attacca le cellule linfatiche dell’organismo.<br />
Tutto ciò accade in Sardegna, nel territorio attorno al <strong>Poligono Interforze di Perdasdefogu-Salto di Quirra (PISQ).</strong> In questo sito militare operano nuclei dell’<strong>Esercito Italiano</strong>, della <strong>Marina Militare</strong>, dell’<strong>Aeronautica Militare</strong> e dell’<strong>Arma dei Carabinieri</strong>, con attività sia nel settore della sperimentazione a terra ed in volo di sistemi d&#8217;arma complessi, sia in quello dell&#8217;addestramento all&#8217;impiego di ogni tipologia di armamento per l&#8217;uso aereo, navale e terrestre. Il PISQ è costituito da un <strong>&#8220;poligono a terra&#8221;</strong>, con sede nel <strong>centro abitato di Perdasdefogu</strong>, dove si trova il Comando, e da un<strong> &#8220;poligono a mare&#8221;</strong>, con sede a <strong>Capo San Lorenzo</strong>, interessando dunque una <strong>vasta area</strong>.<br />
Le prime denunce relative a fenomeni di avvelenamento ambientale risalgono già al <strong>2002</strong>, quando alcuni cronisti locali, supportati da relazioni mediche, posero la questione dell’impennata di malati di tumore nella zona all’attenzione dell’allora onorevole sardo <strong>Tonino Loddo</strong>. Il deputato avanzò dunque una proposta di legge per istituire una commissione d&#8217;inchiesta parlamentare sull&#8217;utilizzo nei poligoni militari italiani di munizioni all&#8217;uranio impoverito, sostanza principale imputata dei casi.<br />
In realtà l’impiego di queste sostanze è riconducibile a molto tempo prima del 2002: già durante la <strong>guerra del Vietnam (1960-1975)</strong> le <strong>forze armate statunitensi</strong> hanno utilizzato uranio impoverito, come pure nella <strong>guerra del Golfo (1990-1991)</strong>, e lo stesso ha fatto l’<strong>esercito della NATO</strong> durante la più recente guerra in<strong> Kosovo (1996-1999)</strong>, di cui le conseguenze su soldati e civili si stanno tuttora pagando. La <strong>Sardegna</strong> ospita dagli <strong>anni ’50</strong> <strong>basi NATO e USA</strong>, il che non fa escludere che simili armi belliche siano state sperimentate e sviluppate proprio sull’isola.<br />
L’<strong>11 ottobre del 2006</strong> il Senato giunse finalmente all’istituzione di una<strong> Commissione parlamentare d’inchiesta</strong> che si occupasse del caso ‘uranio impoverito’, intraprendendo “un’attività conoscitiva tesa ad accertare le effettive condizioni di sicurezza e di salubrità dei poligoni di tiro in Italia, mediante una serie di sopralluoghi” presso il<strong> poligono di Torre Veneri in Puglia</strong> e presso i <strong>poligoni di Capo Teulada e di Salto di Quirra in Sardegna</strong>. Le<a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/relazione_finale.pdf"><strong> conclusioni</strong> </a>cui giunse il gruppo presieduto dalla <strong>senatrice Brisca Menapace</strong> furono deludenti: si escluse la possibilità di stabilire un <strong>nesso di causa-effetto</strong> tra patologie e impiego di uranio impoverito, ma ci si limitò a riconoscere un<strong> criterio di probabilità</strong>, che avrebbe consentito alle vittime di richiedere risarcimenti agli organi competenti. La relazione si concludeva poi con un auspicio: “in base al principio di precauzione, l’uranio impoverito non sia utilizzato a fini bellici, stanti la sua natura radioattiva e genotossica ed i sicuri effetti di inquinamento ambientale, come confermato dalla letteratura internazionale, e indica la necessità di un approfondimento della ricerca sui suoi meccanismi d’azione, soprattutto in relazione agli aspetti sinergici”. La<strong> crisi di governo</strong> che si aprì interruppe però la messa in pratica di questi propositi.<br />
Sul finire del<strong> 2011</strong>, la contaminazione ambientale dei siti militari sardi non è risolta. Dal <strong>Ministero della Difesa</strong> la collaborazione è stata evidentemente scarsa e le istituzioni sembrano mostrare poca premura al riguardo: è stata costituita una nuova commissione d&#8217;inchiesta parlamentare il <strong>16 marzo 2010</strong>, presieduta da <strong>Rosario Giorgio Costa</strong>, ma si apprende che solo in questi giorni sono in corso le audizioni di una rappresentanza del <strong>Comitato per la Prevenzione ed il Controllo delle Malattie (CPCM) del Ministero della difesa</strong>.<br />
La nascita dell’ennesimo animale malato e i numerosi casi di tumore nell’area vicino Quirra ha indotto però il <strong>procuratore della repubblica di Lanusei, Domenico Fiordalisi</strong>, ad aprire un’inchiesta che si è chiusa con <strong>sei richieste di rinvio a giudizio.<br />
</strong>Solo il mese scorso il <strong>Prof. Riccardo Cerri</strong>, luminare in materia di tossicologia e chimica farmaceutica avanzata, ha condotto un seminario dal titolo <strong>“Uranio Impoverito”</strong> all’<strong>Università di Sassari</strong>, durante il quale ha ricordato che il problema non riguarda solo la Sardegna, ma interessa tutti: l’<strong>acqua</strong>, le <strong>coltivazioni</strong>, gli<strong> allevamenti</strong>, sono infatti<strong> irrimediabilmente contaminati</strong>, con grave danno per tutta la <strong>catena alimentare </strong>e per le<strong> generazioni future</strong>.<br />
Il fenomeno dunque ha <strong>potenzialità negative devastanti e concatenate</strong>, che colpiscono la<strong> salute</strong>, l’<strong>ambiente</strong>, l’<strong>economia</strong>; urgono provvedimenti che non si limitino alla <strong>cura</strong>, ma agiscano sulla <strong>prevenzione</strong>.</p>
<p><em>Foto di Jander Minesso</em></p>
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		<title>Fondi bloccati, ma in Abruzzo il &#8220;Domani è già qui&#8221;</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Nov 2011 10:36:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[A due anni dal disastroso terremoto, i fondi raccolti dagli Artisti Uniti per l'Abruzzo con il disco "Domani 21/04/09", sono ancora fermi e inutilizzati: l'assenza di un progetto, il conflitto di competenze e costi mal calcolati hanno così ritardato il restauro del Conservatorio “Alfredo Casella” e della sede del Teatro Stabile dell’Aquila, obiettivo ultimo della raccolta benefica.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="size-full wp-image-81102 alignleft" title="strumentimusicale" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/strumentimusicale.jpg" alt="" width="345" height="246" />“Dove sarò domani? Dove sarò?”.</strong> Così cantava la canzona scritta dagli<strong> Artisti Uniti per l’Abruzzo</strong>, all’indomani del sisma che sconvolse la regione nell’<strong>aprile del 2009</strong>. E la stessa domanda se la pongono i <strong>proventi raccolti con tale iniziativa</strong>.<br />
Il gruppo di <strong>56 cantanti</strong>, capeggiati da <strong>Mauro Pagani, Lorenzo Jovanotti e Giuliano Sangiorgi</strong> dei Negramaro, incise infatti il disco<strong> “Domani 21/04/2009”</strong> nel tempo record di un giorno, per raccogliere fondi volti al <strong>restauro del Conservatorio “Alfredo Casella” e della sede del Teatro Stabile dell’Aquila</strong>.<br />
Ad oggi tuttavia ben <strong>1,2 milioni di euro</strong>, tratti dalla vendita di<strong> 539.000 copie</strong> dell’album, rimangono bloccati: questa è la denuncia mossa dallo stesso Pagani in occasione del <strong>Premio Tenco</strong> tenutosi recentemente a Sanremo. Il denaro è infatti fermo su un<strong> conto del ministero dei beni culturali</strong> senza poter essere utilizzato, poiché il suo impiego è strettamente vincolato all’obiettivo di restauro, mentre a nulla sono valse le proposte di destinarlo per altre finalità come il sostegno degli artisti locali o di attività culturali sul territorio.<br />
Già lo scorso anno <strong>Jovanotti</strong> aveva richiamato l’attenzione sulla vicenda, rivolgendosi con una lettera aperta all’allora ministro della cultura <strong>Sandro Bondi</strong>. Dal <strong>MiBAC</strong> giunse prontamente risposta: la somma delle donazioni era nella “piena disponibilità” del commissario straordinario per la ricostruzione<strong> Gianni Chiodi</strong>; il ritardo era piuttosto dovuto alla definizione dei progetti ed alla stima dei tempi di realizzazione, oltre alla necessità di reperire ulteriori fondi in aggiunta a quelli già raccolti.<br />
Dopo due anni da quel fatidico <strong>29 aprile</strong> e a seguito dei <strong>numerosi appelli</strong>, si attende dunque la presentazione del progetto di restauro da parte del responsabile, il vice commissario <strong>Luciano Marchetti</strong>, in occasione del quale le donazioni saranno finalmente devolute.<br />
Anche siffatto evento risolutore non è tuttavia scevro da contorte complicanze, così come sostiene l&#8217;assessore alla Cultura del Comune dell&#8217;Aquila <strong>Stefania Pezzopane</strong>, che denuncia un <strong>conflitto di competenza</strong> tra commissario straordinario, sovrintendenza regionale e provincia.<br />
La vicenda è molto delicata, non solo per il progetto ancora irrealizzato e per il denaro in ballo, ma soprattutto per la tragedia attorno a cui ruota e per la delusa fiducia di volontari e benefattori. Se da un lato è un bene che l’impiego delle donazioni sia vincolato ad un <strong>obiettivo ben preciso</strong>, che evita lo sperpero di tali risorse, dall’altro, dopo anni di attese, sarebbe opportuno giungere ad una degna soluzione del caso.<br />
La perfetta conclusione della storia sarebbe infatti l’inaugurazione del Conservatorio “Alfredo Casella” e della sede del Teatro Stabile, alla presenza degli artisti coinvolti, delle istituzioni e, in particolare, di molti giovani talenti: un progetto riuscito è la migliore pubblicità per opere di beneficenza presenti e future. La realtà invece è purtroppo un’altra, e mentre a L&#8217;Aquila il <strong>&#8220;Domani è già qui&#8221;,</strong> non persuade certo la gente a &#8216;far del bene&#8217;.</p>
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		<title>Con l&#8217;Enit immobile il turismo non viaggia</title>
		<link>http://www.tafter.it/2011/11/09/con-lenit-immobile-il-turismo-non-viaggia/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 14:14:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il turismo è da sempre per l'Italia un elemento trainante dell'economia, ma la crisi, le recenti alluvioni e la disorganizzazione istituzionale rischiano di indebolirlo gravemente. Affinchè si eviti il peggio è dunque necessaria un'organizzazione precisa e professionale che conduca verso la ripresa immediata del settore...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-80403" title="italiaminiatura" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/italiaminiatura.jpg" alt="" width="432" height="309" />Il <strong>turismo italiano</strong> sembrava fin’ora essere uno dei pochi settori a resistere, seppur strenuamente, alla <strong>crisi</strong> che sta investendo l’economia nel nostro Paese; eppure il caso sembra non voler risparmiare neanche lui.<br />
Le <strong>tragiche alluvioni</strong> di questi giorni hanno causato danni estremamente gravi a molti territori della penisola, come le <strong>Cinque Terre</strong>, la <strong>Lunigiana</strong> o l’<strong>Isola d’Elba</strong>, mete privilegiate per i vacanzieri nostrani e stranieri.<br />
Alla furia della natura si aggiungono però anche <strong>scelte istituzionali</strong> dagli effetti incerti per il turismo.<br />
Parliamo di misure come la tassa di soggiorno, già in vigore nelle città d’arte di <strong>Roma, Firenze e Venezia</strong>, la cui adozione è vicina anche in <strong>Alto Adige</strong>, nei<strong> comuni della Costa d’Amalfi</strong> e in altri luoghi ad ampia vocazione turistica, come del resto era facile prevedere data la necessità di rimpinguare le casse delle amministrazioni.<br />
Il provvedimento è inoltre contenuto in un <strong>decreto presidenziale</strong>, già approvato dal <strong>Consiglio dei Ministri</strong> e ora in attesa della pronuncia del <strong>Consiglio di Stato</strong>, che estenderebbe la possibilità di imporre la tassa su scala nazionale. Sebbene secondo il decreto l’imposta di soggiorno sarebbe finalizzata “esclusivamente per il finanziamento totale o parziale degli interventi in materia di turismo, ivi compresi quelli a sostegno delle strutture ricettive”, gli operatori del settore temono che, in un periodo di <strong>significativa stretta dei consumi</strong>, questo aumento di spesa possa essere un ulteriore e significativo<strong> detraente</strong> per chi viaggia.<br />
Le preoccupazioni per chi lavora nel turismo sono inoltre aggravate dall’inerzia in cui versano le istituzioni che dovrebbero rappresentare il comparto: l’<strong>Agenzia nazionale per il turismo</strong>, l’<strong>ENIT</strong>, è infatti in una situazione di<strong> immobilismo</strong> che si protrae ormai da diverso tempo.<br />
Basti ricordare che l’ente è al momento privo di un presidente, data la mancata conferma di<strong> Matteo Marzotto</strong> da parte della <strong>Commissione Attività produttive della Camera dei Deputati</strong>, cui ha fatto seguito l’intervento del ministro <strong>Michela Brambilla</strong>, che ha annunciato la rinuncia da parte del governo all’acquisire il parere parlamentare: l’escamotage, volto a mascherare il <strong>fragile sostegno all’esecutivo</strong>, ha tuttavia di fatto bloccato l’iter per il rinnovo dei vertici Enit.<br />
<strong>Dal 2009</strong>, per “snellire la struttura” e “renderla adeguata alle nuove condizioni del mercato turistico internazionale”, l’agenzia era stata posta sotto<strong> commissariamento</strong>, terminato ufficialmente lo scorso<strong> 13 luglio</strong>, quando il ministro Brambilla ha nominato il <strong>nuovo cda</strong>. Il nuovo assetto, “grazie ad un’organizzazione moderna e flessibile”, avrebbe dovuto garantire un’azione più incisiva dell’ente nella promozione turistica del territorio, con un ruolo importante delle sedi estere. Questo è quanto assicurava in una nota <strong>Palazzo Chigi.</strong><br />
<strong>Dopo quattro mesi</strong>, però, le rappresentanze del settore denunciano una <strong>grave situazione di stallo</strong> dell’Enit, di cui ancora non si è insediato il nuovo consiglio di amministrazione: se formalmente il commissariamento si è concluso, in sostanza permane, con l’aggravante che manca un<strong> ruolo apicale</strong>, presente invece nella precedente fase. <strong>Confesercenti, Confcommercio e Confindustria</strong> hanno perciò proposto, anche a<strong> titolo gratuito</strong>, di sedere attorno ad un tavolo per riavviare l’attività dell’agenzia, ed evitare che vadano perse le sedi estere, in difficoltà per l’assenza di un centro di coordinamento.<br />
Per non parlare del <strong>Convention Bureau Nazionale</strong>, società neonata in seno all’Agenzia nazionale del Turismo, a capo della quale vi sono tre dirigenti &#8211; <strong>Paolo Rubini, Mario Resca e Rino Lepore</strong> &#8211; del tutto estranei al settore del turismo d’affari per cui la s.r.l è stata istituita. Così ha tuonato <strong>Federcongressi</strong>, sul cui malcontento deve aver pesato anche l’uscita del suo presidente, <strong>Paolo Zona</strong>, dal cda del Bureau.<br />
Sembra insomma che il settore su cui in molti puntano per la faticosa ripresa dell’Italia, abbia urgente bisogno di una <strong>guida capace e ferma</strong>, che sia pronta a prendere le redini del turismo così da renderlo il<strong> &#8220;cavallo vincente&#8221;</strong> della corsa al <strong>risanamento nazionale</strong>.</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La stonatura della SIAE sui trailer cinematografici</title>
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		<pubDate>Wed, 02 Nov 2011 10:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La SIAE richiama all'ordine blog e siti internet che trasmettono trailer cinematografici, richiedendo loro il pagamento di una licenza per l'utilizzo delle colonne sonore, nel rispetto del diritto d'autore. La risposta del web non si è fatta attendere, nella convinzione che per la pubblicazione di un video promozionale non si debba sostenere alcun costo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-77933" title="trai" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/11/trai.jpg" alt="" width="415" height="339" />La<strong> stagione fredda</strong>, è risaputo, invoglia a trascorrere il <strong>tempo libero</strong> nelle <strong>sale cinematografiche</strong>, magari alla scoperta di pellicole osannate dalla critica nella <strong>kermesse di turno</strong>, o di quei film il cui<strong> trailer</strong> ci ha tanto incuriosito.<br />
Proprio i <strong>trailer cinematografici</strong> sono in questi giorni al centro di una serie di<strong> controversie</strong> insorte tra la<strong> SIAE, Società degli Autori e degli Editori</strong>, e <strong>siti internet e blogger</strong>, che nei loro indirizzi virtuali ospitano proprio le sequenze promozionali.<br />
La SIAE ha infatti richiesto anche a webzine e blog l’applicazione ed il rispetto delle <strong>norme relative al diritto d’autore sulla musica contenuta nei trailer</strong>, così come previsto dalla <strong>legislazione nazionale ed internazionale</strong>, per cui se viene utilizzata una <strong>colonna sonora</strong>, il creatore ha diritto ad un compenso. Tale corrispettivo passa però dalla SIAE che, a mezzo del rilascio, previo pagamento, di un’<strong>apposita licenza</strong>, garantisce il dovuto agli autori.<br />
A tale soluzione si è giunti di concerto con <strong>AGIS e ANICA</strong>, rappresentanze di produttori e distributori, nonché proprietarie appunto dei contenuti audiovisivi promozionali.<br />
Il costo della licenza SIAE, che i siti internet dovrebbero pagare per poter trasmettere i trailer corredati dalla musica, è pari a <strong>1.800 euro annuali</strong>, con il limite di <strong>trenta video complessivi</strong>, il cui costo singolo, se la matematica non è un’opinione, è dunque pari a <strong>60 euro.</strong><br />
La SIAE motiva questa richiesta sostenendo che gli indirizzi on line che rendono visibili questi contenuti hanno un <strong>ritorno economico</strong> e sviluppano un<strong> commercio</strong> su tali pubblicazioni, perciò “Dov’è la sorpresa se un’impresa deve pagare quando si procura le materie prime per fare business?”.<br />
Considerato che negli ultimi tempi la circolazione di contenuti su internet è divenuta assai più agevole, contribuendo alla nascita di numerosi blog, magazine on line e canali di condivisione incentrati proprio sull’<strong>audiovisivo</strong>, l’imposizione del pagamento di siffatta licenza anche alle realtà virtuali, rappresenterebbe per la SIAE una fonte di entrate considerevole. Per la rete, invece, i costi da sostenere per la pubblicazione di trailer e simili, comporterebbero un<strong> livellamento dell’offerta</strong>, non più libera, ma irretita nelle maglie della <strong>ragione economica</strong>: solo chi può permettersi il pagamento della licenza SIAE sarà in grado di garantire contenuti adeguati agli utenti, venendo così meno il <strong>potenziale democratico</strong> di cui internet è capace.<br />
Gli editori web e i blogger hanno però reagito a questa richiesta della SIAE, chi <strong>interrompendo la trasmissione dei contenuti</strong>, chi con <strong>proteste e lamentele</strong>: l’assunto principale di questo movimento di risposta è nel ricordare che il ‘trailer’ è di fatto un <strong>contenuto promozionale</strong>, una <strong>pubblicità del film</strong>, che questi canali on line promuovono e diffondono senza ricevere compenso alcuno.<br />
Gli autori delle musiche utilizzate nei film e nei video avranno già ricevuto il <strong>dovuto corrispettivo</strong> da parte dei produttori cinematografici per i <strong>diritti di utilizzo</strong>, in cui rientrano anche gli impieghi nei trailer.<br />
Il pagamento della licenza per la rete appare dunque un’interpretazione forzata della norma (artt. 46bis e 18bis della L.d.A. n. 633/1941 e successive modificazioni) su cui la SIAE fonda la richiesta: se è vero che i siti web interessati dalla regola attraggono utenti grazie alla presenza dei trailer, e di conseguenza commercializzano spazi pubblicitari, è vero anche che rappresentano per i produttori e i distributori cinematografici <strong>pubblicità gratuita e capillare </strong>dei loro prodotti.<br />
E’ come se si fosse sviluppata una <strong>consuetudine</strong> per cui vige una sorta di <strong>“do ut des”</strong> che conviene ad entrambe le parti, autori inclusi: grazie alla rete vengono infatti scoperti nuovi talenti e valorizzati alcuni contenuti, altrimenti destinati all’<strong>anonimato</strong>.<br />
La SIAE farebbe bene probabilmente a rivedere le sue posizioni e a <strong>reinterpretare la norma in modo più elastico e funzionale</strong>, per la convenienza di tutti.</p>
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		<title>Wikileaks vs. Banks</title>
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		<pubDate>Wed, 26 Oct 2011 10:21:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Wikileaks annuncia l'interruzione della sua attività per far fronte all'azione di boicottaggio intrapresa dalle banche a suo danno: il 95% delle donazioni volte a sostenere l'attività dell'organizzazione di Assange sono infatti state bloccate da major finanziarie come VISA, MasterCard, PayPal, Western Union e Bank of America. Ne è derivata l'avvio dell'ennesimo scontro, che ha inevitabilmente coinvolto gli opinion leaders internazionali...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-77364" title="wiki" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/10/wiki2.jpg" alt="" width="412" height="268" />Censure, minacce e detenzione</strong> del fondatore <strong>Julian Assange</strong> non hanno fiaccato fino ad ora l’attività di<strong> Wikileaks</strong>, l’organizzazione giornalistica no profit da sempre nell’occhio del ciclone per la pubblicazione di numerosi <strong>documenti ufficiali riservati.</strong><br />
Ora a minare l’esistenza dell’organismo è però la <strong>mancanza di fondi</strong> derivante non tanto dall’assenza di <strong>seguaci e sostenitori</strong>, bensì da un’<strong>operazione di boicottaggio</strong> da parte di <strong>cinque major finanziarie statunitensi</strong> quali <strong>VISA, MasterCard, PayPal, Western Union e Bank of America</strong>. Queste hanno infatti bloccato circa il<strong> 95% delle donazioni</strong> destinate a finanziare Wikileaks, arrecandole una perdita che si aggira attorno ai <strong>10 milioni di dollari</strong>. L’azione di bloccaggio è stata avviata il <strong>7 dicembre</strong>, dieci giorni dopo la pubblicazione da parte dell’organizzazione di Assange del cosiddetto <strong><a href="http://www.tafter.it/2010/11/03/wikileaks-svela-l%e2%80%99altra-faccia-della-guerra-e-dell%e2%80%99informazione/">“Cablegate”</a></strong>, una raccolta di<strong> 250.000 documenti ufficiali</strong> che testimoniano i rapporti intercorsi tra i funzionari degli Stati Uniti e tra questi e personalità diplomatiche straniere.<br />
Il fermo messo in atto dalle compagnie finanziarie americane ai danni di Wikileaks è stato oggetto di critiche persino da parte dell’<strong>Alto Commissario Onu per i Diritti Umani</strong>, e nel <strong>gennaio del 2011 Timothy C. Geithner</strong>, segretario del tesoro degli Sati Uniti, ha dichiarato che non persistevano <strong>basi giuridiche</strong> per il blocco finanziario perpetuato a danno dell’organizzazione giornalistica.<br />
Nonostante l’assenza di motivazioni legalmente valide per il comportamento delle banche, Wikileaks non ha ancora avuto modo di superare l’impasse e, vedendosi privata di fondi vitali per il suo sostentamento, ha annunciato che dovrà <strong>interrompere momentaneamente il suo lavoro di informazione</strong> per contrastare l’attacco che le è stato rivolto e per procurarsi il sostegno necessario a sopravvivere.<br />
Sul sito dell’organizzazione no profit vengono mosse pesanti accuse alla<strong> Bank of America</strong> la quale avrebbe organizzato, con l’aiuto di <strong>tre organismi investigativi statunitensi</strong>, l’<strong>attacco hacker</strong> contro Wikileaks, oltre ad una <strong>progressiva opera di screditamento</strong> a suo danno; il piano avrebbe previsto poi il<strong> rintracciamento dei collaboratori</strong> e l’<strong>isolamento del sistema</strong> di Assange: insieme a<strong> VISA, MasterCard, PayPal e Western Union</strong>, anche grandi aziende di portata internazionale come <strong>Amazon e Apple</strong> hanno sospeso i loro rapporti con Wikileaks.<br />
Ciò ha indotto lo staff ad avviare procedure legali in <strong>Islanda, Danimarca, Gran Bretagna, Stati Uniti e Australia</strong>, e a presentare un esposto dinanzi alla <strong>Commissione europea</strong> per il mancato rispetto delle <strong>norme comunitarie anti trust</strong>, a seguito del quale si attende in <strong>metà novembre</strong> l’avvio di<strong> indagini</strong> nei confronti di VISA e MasterCard.<br />
Il ruolo scomodo di Wikileaks ha fatto sì che in molti ne desiderassero la chiusura, inclusi ovviamente gli stessi politici oggetto delle pubblicazioni. Tra queste figure istituzionali e le banche intercorrerebbero forti <strong>legami e interessi</strong>, che spiegherebbero dunque l’ostruzionismo perpetuato contro l’organizzazione, in piena libertà e in barba alle norme della libera concorrenza e ai fondamentali principi del diritto.<br />
Quella illustrata fin’ora è la vicenda così come raccontata dalla voce di Wikileaks, che sta impiegando tutte le proprie risorse in una<strong> battaglia legale contro le major della finanza</strong> e in una vasta<strong> campagna di fundraising</strong>.<br />
Per correttezza vorremmo ascoltare anche l’altra versione dei fatti, ma a quanto pare dalla Bank of America e dalle altre componenti della controparte, non sono giunte dichiarazioni al riguardo: si potrebbe pensare ad una <strong>strategia di difesa</strong> o ad una <strong>carente forza comunicativa</strong> a dispetto del sistema Wikileaks, ma tutto ciò non fa altro che avallare la tesi di Assange sul complotto interistituzionale. La trasposizione di questa battaglia sul<strong>piano extragiudiziario</strong> potrebbe rivelarsi una delle poche armi per ostacolare Wikileaks che, muovendosi sul <strong>piano virtuale</strong>, si svincola dalle<strong> briglie giuridiche</strong> delle legislazioni <strong>nazionali.</strong> Se infatti l’azione dei politici e delle banche troverebbe giustificazione con l’esigenza di assicurare la <strong>protezione di individui coinvolti in attività internazionali</strong>, come agenti investigativi, associazioni umanitarie o operatori di pace che operano sotto copertura e la cui sicurezza e tutela richiedono il<strong> segreto di Stato</strong>, l’azione di blocco economico appare comunque come un atto <strong>poco corretto e trasparente</strong>, che risulta<strong> strategicamente sconveniente</strong> all’immagine delle istituzioni coinvolte.<br />
Per quel che concerne invece la<strong> commistione tra poteri centrali e finanziari</strong> è del resto cosa nota all’opinione pubblica, come dimostrato dalle denunce urlate in questi giorni dal movimento degli <strong>Indignados.</strong><br />
Anche in questa occasione la <strong>vox populi</strong> non può fare a meno di domandarsi come mai le istituzioni politiche si siano limitate solo a <strong>disapprovazioni informali</strong>, senza procedere a mezzo di <strong>provvedimenti concreti.</strong> Ci si chiede poi se può essere impedito ad un <strong>libero cittadino</strong> di destinare il <strong>proprio denaro</strong> ad un’organizzazione di sua preferenza, su cui non gravano tra l’altro alcune condanne pendenti.<br />
Sulla <strong>bilancia dei buoni e cattivi</strong> l’ago apparirà dunque ben lontano dal punto di equilibrio, gravato anche dal periodo di <strong>crisi economica</strong> che contribuisce al tracollo dell’<strong>indice di gradimento</strong> nei confronti di <strong>politica e finanza</strong>.</p>
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		<title>Con il bue e l&#8217;asinello spuntano le transenne in San Gregorio Armeno</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Oct 2011 09:06:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Crolli, transenne, infiltrazioni malavitose e gadget cinesi minano il sereno Natale di San Gregorio Armeno, la via dei presepi di Napoli.
Gli artigiani temono che vengano vanificati mesi di lavoro, ritnendo che questi inconvenienti allontaneranno turisti e clienti, oltre che deturpare l'immagine di questo simbolo della tradizione napoletana...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-76785" title="pres" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/10/pres.jpg" alt="" width="437" height="316" />E’ tra le vie più pittoresche della città, capace di avvolgere i visitatori con quel suo aspetto malinconicamente allegro, splendida nella sua romantica decadenza: è <strong>San Gregorio Armeno</strong>, simbolo della <strong>cultura partenopea più verace</strong>, vanto dell’<strong>artigianato locale</strong>, dove il sacro e il profano s’incontrano pacificamente tra le statuine dei presepi più famosi al mondo.<br />
Il vicolo è stretto nell’abbraccio delle <strong>molteplici botteghe artigiane</strong> che vi si affacciano, <strong>storiche sedi di laboratori di famiglia</strong> dove l’<strong>arte presepiale</strong> è un culto e in cui la sfida annuale sta nell’ideare il personaggio più divertente e attuale.<br />
San Gregorio Armeno è dunque una meta irrinunciabile per i <strong>turisti in visita a Napoli</strong>, che qui possono cogliere l’autentico spirito locale. Chi fosse già alla ricerca dei nuovi elementi per il presepe del prossimo Natale, e fosse qui diretto, rimarrà tuttavia deluso: la strada è stata infatti <strong>parzialmente chiusa da transenne</strong> che ne ostacolano il percorso, poste a seguito del parziale crollo del seicentesco<strong> Banco del Popolo</strong>, palazzo che si trova all’angolo della via.<br />
L’intervento, necessario per la messa in sicurezza del luogo, complica tuttavia il transito in San Gregorio Armeno, la cui viabilità è certamente poco agevole per la morfologia stessa della via, che arriva letteralmente a congestionarsi nei periodi a ridosso delle festività: tanto per avere un’idea ricordiamo che negli anni passati l’amministrazione istituì <strong>per i pedoni il senso unico.</strong><br />
Immaginate dunque la preoccupazione per gli artigiani della via dei presepi, che attendono proprio il periodo natalizio per raccogliere i frutti di molti mesi di lavoro; il loro timore è che i parapetti sosteranno sulla strada ben più a lungo delle <strong>due settimane</strong> previste dal Comune per la messa in sicurezza, rappresentando un deterrente per turisti e clienti.<br />
<strong>200 mila euro</strong> è l’ammontare dei fondi necessari per <strong>tamponare i crolli del Banco del Popolo</strong>, i cui costi ricadranno sui <strong>dieci proprietari</strong>, da tempo sollecitati a risolvere i cedimenti strutturali. Con una <strong>procedura d’urgenza</strong> è stata selezionata dall’amministrazione la ditta addetta ad eseguire i lavori, ma la speranza che tutto si risolva per il <strong>ponte di Ognissanti</strong>, prima data clou per San Gregorio Armeno, è molto fievole.<br />
Per tal motivo gli artigiani della via hanno minacciato la <strong>serrata</strong> e alcuni di loro sono stati costretti a lasciare le botteghe per consentire l’attività di recupero: la situazione è perciò di <strong>calma apparente</strong>, con le maestranze che si aspettano provvedimenti repentini dalle istituzioni, in mancanza dei quali non si prospetta certo un sereno Natale.<br />
Nel frattempo c’è chi, come l’assessore al Commercio <strong>Marco Esposito</strong>, prepara un’eventuale alternativa,  proponendo l’estensione del mercato nella <strong>zona pedonale di Via Duomo</strong>. Il sindaco <strong>De Magistris</strong> rassicura invece che la tradizionale passeggiata natalizia nella via dei presepi sarà garantita anche quest’anno.<br />
Il malcontento degli storici commercianti è tuttavia forte, considerando che,<strong> avvisaglie di cedimento</strong> si erano già più volte registrate, e che la loro attività non si concentra solo nelle <strong>festività di dicembre</strong>, ma normalmente parte già ora.<br />
Altro<strong> “sgambetto”</strong> per l’immagine di questi artisti napoletani sono le <strong>accuse di infiltrazione malavitosa</strong>, tanto che indiscrezioni parlano di un’indagine al via, ma l’associazione<strong> “Corpo di Napoli”</strong>, formata dagli artigiani di San Gregorio Armeno, si difende sostenendo che i loro nomi sono tutti registrati in un elenco in possesso del Comune. Il dubbio tuttavia è stato insinuato.<br />
A ciò si aggiunga anche l’incalzare di prodotti non certo <strong>“Made in Naples”</strong>, né tantomeno<strong> “in Italy”</strong>, che sempre più numerosi fanno capolino nella via dei presepi: molte sono<strong> le statuine e i gadget di provenienza orientale</strong> che contribuiscono ad affossare l’autenticità del tanto osannato artigianato locale, così come denunciò<strong> Salvatore Varriale</strong> già nel lontano<strong> 2007</strong>, quando era consigliere comunale. La sua proposta fu di utilizzare una piccola quota dei<strong> fondi Por 2007-2013</strong> per <strong>restaurare e valorizzare</strong> al meglio la tradizione di San Gregorio Armeno, difendendo appieno la sua autenticità.<br />
Da quell’intervento di Varriale sul <strong>“Giornale di Napoli”</strong> sono trascorsi quasi <strong>quattro anni</strong>, ma a quanto suggerisce la cronaca odierna, la sua voce è rimasta inascoltata.</p>
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		<title>Figlio d’arte</title>
		<link>http://www.tafter.it/2011/10/12/figlio-d%e2%80%99arte/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Oct 2011 08:50:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Essere figlio di un artista e divenire al contempo protagonista di una delle sue performance, proprio nel momento della nascita: è questa la scelta della mamma-artista Mirna Kotak per il suo bambino, che attenderà il parto nelle sale espositive della galleria Microscope di Brooklyn. Eppure l'opera "The Birth of Baby X" dimentica proprio il punto di vista del nascituro...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-76112" title="nascituro" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/10/nascituro.jpg" alt="" width="337" height="344" />Ancora non ho visto la luce, ma sono già conosciuto da tutti: la mia venuta al mondo sarà, a quanto pare, un’<strong>opera d’arte</strong> di grande levatura, o per lo meno così ne parla mia madre.<br />
Lei si chiama <a href="http://marnikotak.com/"><strong>Marni Kotak</strong> </a>ed è un’artista di Brooklyn che da alcuni giorni si è trasferita insieme a mio padre e ad un’ostetrica nella <strong>galleria Microscope di New York</strong>, dove nelle prossime cinque settimane dovrei fare il mio debutto. Questa mia primissima ed irripetibile performance ha già un titolo:<strong> “The birth of baby X”.</strong> Il mio nome di battesimo, invece, ancora non lo conosco, ma spero vivamente che non sarò chiamato X.<br />
Mia madre Marni, a quanto pare, ritiene ogni sua esperienza di vita una forma d’arte, dalla sua <strong>nascita</strong> al <strong>matrimonio</strong>, e persino gli eventi spiacevoli come la morte del mio<strong> bisnonno Chickie</strong>, di cui ha rievocato il funerale, chiamando nuovamente a raduno la famiglia, il clero e la parata militare di accompagnamento.<br />
Per quel che mi riguarda, sono già entrato nel mondo dell’arte prima ancora di entrare in quello reale, poiché il pubblico può seguire i miei ultimi giorni di gestazione, considerato che nella galleria è stata ricreata una vera e propria sala parto casalinga, con tanto di letto della nonna e la vecchia sedia a dondolo di mia madre, dove lei attende il mio arrivo sotto gli occhi dei visitatori.<br />
E non finisce qui! Dopo il parto sarò protagonista di una nuova performance intitolata<strong> “Raising Baby X”</strong>, che documenterà le cure che riceverò da mia madre fino a quando non sarò adulto e autonomo, e per cui è ben accetto il supporto di collezionisti, investitori privati e fondazioni, come dimostra l’<a href="http://www.fracturedatlas.org/site/fiscal/profile?id=5216"><strong>inserzione</strong> </a>su<strong> Fractured Atlas’s</strong>, dove s’invita a fare una donazione volta a finanziare il progetto.<br />
Sarò insomma a tutti gli effetti un<strong> “figlio d’arte”</strong>, nato e cresciuto in un ambiente dove l’avanguardia e l’apertura mentale sono le parole d’ordine, sotto gli occhi degli estimatori di Mirna Kotak e non solo.<br />
L’annuncio di questo imprevedibile evento artistico, che ha persino costretto la Microscope a modificare gli <strong>orari di apertura</strong> (sette giorni alla settimana, dalle 11,00 alle 18,00) e a cui potranno assistere solo gli avventori più tempestivi e fortunati, ha riscontrato infatti molta curiosità, ma non tutti hanno avuto reazioni positive. C’è chi accusa la mia genitrice di<strong> eccessivo esibizionismo</strong>, senza sapere che per lei questo non è certo spettacolo, ma arte allo stato puro, come del resto ha dimostrato ricostruendo la perdita della sua verginità nell’esibizione <strong>“Sunny Blue Plymouth”</strong>, ambientata nei sedili posteriori dell’auto dei miei futuri nonni.<br />
D&#8217;altronde la mia non sarà la prima <strong>nascita seguita in diretta</strong>! In<strong> tv</strong> esistono già da tempo format che propongono dal vivo il momento del parto, con tanto di doglie e taglio del cordone ombelicale: cambia solamente l’ambito e l’intento.<br />
Io però non sono stato interpellato da nessuno, ma ho tutti questi riflettori puntati addosso senza che mi sia stata data nemmeno la possibilità di esprimere un’opinione al riguardo. Ad essere sincero a preoccuparmi sono soprattutto i giudizi dei <strong>critici d’arte</strong>, abituati ad analizzare ben altre opere, e quello del <strong>pubblico</strong> e dei <strong>media</strong>, che sicuramente faranno commenti sul mio aspetto, per non parlare dei miei <strong>futuri compagni di classe</strong>, delle cui prese in giro sarò sicuramente vittima. Del resto sembra proprio che dovrò farci l’abitudine, visti i progetti che mia madre ha in riserbo per me, considerandomi più che un <strong>figlio</strong>, una delle sue <strong>creazioni artistiche </strong>da dare in pasto al<strong> voyeurismo altrui.</strong><br />
E pensare che di solito le mamme desiderano per il proprio bambino semplicemente la salute e una vita serena, consapevoli che la <strong>nascita di una nuova esistenza</strong> è già di per sé il capolavoro più pregevole e indiscutibile di <strong>Madre Natura</strong>.</p>
<p><em>Baby X</em></p>
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		<title>Il diletto per il delitto</title>
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		<pubDate>Wed, 05 Oct 2011 09:26:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Le vicende processuali di Amanda Knox e Raffaele Sollecito hanno invaso la cronaca e l'opinione pubblica è intenta a dare il proprio giudizio sui fatti. Tanti sono i delitti che infervorano il pubblico, divenendo casi mediatici fuorvianti e irrispettosi delle vittime e delle loro famiglie, in una pericolosa sovrapposizione tra realtà e finzione...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-75562" title="crime" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/10/crime.jpg" alt="" width="425" height="282" />La <strong>cronaca nera</strong>, da qualche tempo a questa parte, è sulla bocca di tutti: per strada, nei luoghi d’incontro, e persino in famiglia, ormai non si parla d’altro che dell’ultimo<strong> delitto irrisolto</strong>, si formulano ipotesi e si creano schieramenti tra <strong>accusatori e innocentisti</strong>.<br />
Ad alimentare il fenomeno contribuiscono gli <strong>organi d’informazione</strong> e i <strong>media in generale</strong>, che riservano una morbosa attenzione ai casi del momento, surrogandosi a procuratori, giudici e persino a psicologi.<br />
Nella dinamica per cui un particolare misfatto è assurto a<strong> ‘evento mediatico’</strong> sembra che vengano prediletti i casi in cui la <strong>vittima</strong> è una<strong> donna</strong>, meglio se giovane e dalla<strong> condotta ‘normale’</strong>, oggetto di una violenza immotivata da parte di un autore ancora da scovare: questa è la storia che riscontra più successo, appassionando il pubblico che subito sviluppa un <strong>sentimento di pietà</strong> nei confronti della malcapitata, facilmente associabile ad una propria conoscente o familiare.<br />
Quel che tuttavia appare particolarmente irresistibile è il tentativo di ricostruire gli eventi, di indovinare il movente, di individuare il colpevole, reso ancor più arduo e allo stesso tempo coinvolgente, quando si è di fronte ad uno <strong>scenario dall’apparenza ordinaria e comune.</strong><br />
Il <strong>confine tra realtà e finzione</strong> diventa però in questo modo labile e confuso, inducendo a seguire <strong>opinioni</strong> e non<strong> fatti oggettivi</strong>, e soprattutto dimenticando che dietro ai personaggi in causa ci sono persone e non <strong>soggetti da sceneggiatura</strong>.<br />
La realtà molto spesso riesce infatti a superare la fantasia, tanto che<strong> romanzieri, drammaturghi e sceneggiatori</strong> di tutti i tempi hanno trovato nella cronaca ottimi spunti per i loro lavori, offrendo al pubblico <strong>storie verosimili</strong>, in cui si scandaglia la psicologia dei personaggi e si svelano retroscena inaspettati a fronte di chete apparenze.<br />
Questo d’altronde è quello che genera interesse e che induce a seguire con attenzione esagerata vicende come quella di <strong>Meredith Kercher</strong>, di <strong>Melania Rea</strong>, di<strong> Sarah Scazzi</strong> o di <strong>Yara Gambirasio</strong>, per le quali l’opinione pubblica è intenta ad analizzare le vite dei protagonisti, alla ricerca di scheletri nell’armadio che spieghino gli avvenimenti.<br />
Dinanzi a simili delitti ci sono tuttavia delle indagini da effettuare, prove da raccogliere, interrogatori da porre, familiari da assistere, tutte operazioni che richiedono il massimo tatto e la maggior cura possibile. L’<strong>eccessiva attenzione mediatica</strong> può perciò essere controproducente, ancor più se gli organi d’informazione si mostrano <strong>parziali</strong>, tramutandosi in una <strong>platea giudicante</strong> che sottopone i veri deputati a pronunciarsi, a pressioni difficili da ignorare.<br />
I <strong>processi nei tribunali</strong>, relativi a questi casi, sono infatti considerati <strong>eventi spettacolari</strong> cui non poter mancare, con reti televisive che fanno a gara per aggiudicarsi la diretta, e folle di curiosi che si accalcano nelle aule per non perdersi le sentenze o per vedere dal vivo le parti in causa. A tutto ciò si aggiunga anche lo scabroso fenomeno del<strong> “turismo dell’orrore”</strong>, che vanta non pochi seguaci, intenti a ripercorrere i luoghi che hanno fatto da sfondo agli eventi criminosi.<br />
Tale vortice collettivo conduce addirittura a puntare i riflettori sui potenziali <strong>carnefici</strong>, cui vengono offerti<strong> ingaggi per interviste in esclusiva</strong> o <strong>libri da scrivere</strong>, insinuando un sovvertimento tra <strong>bene e male</strong>, pericoloso per la società.<br />
Così, mentre le <strong>tv</strong> guardano all’<strong>audience</strong>, i <strong>giornali</strong> alle <strong>impennate di vendite</strong> e gli <strong>avvocati</strong> sfruttano la <strong>notorietà</strong> dei casi a loro vantaggio, in questo <strong>macabro teatrino</strong> ci si dimentica di <strong>Chiara Poggi</strong>, di <strong>Simonetta Cesaroni</strong> o di <strong>Elisa Claps</strong>, insieme al<strong> dolore delle loro famiglie</strong>, mentre i nomi di <strong>Alberto Stasi, Raniero Busco</strong> e<strong> Danilo Restivo</strong> continuano a risuonare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Il Festival che non paga</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2011 09:01:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un nuovo Roma Fiction Fest è in corso, ma i lavoratori dell’edizione precedente ancora attendono di essere pagati per i servizi svolti. Nonostante i debiti contratti e la caduta d’immagine, il festival prosegue e come molte altre kermesse insolventi…

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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-74936" title="fest" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/09/fest.jpg" alt="" width="300" height="225" />Promoter, scenografi, tecnici, hostess, grafici, fornitori</strong> e molti altri ancora, sono gli ingranaggi che muovono la grande macchina della kermesse di turno: che si tratti di un <strong>festival teatrale</strong> o di una <strong>rassegna cinematografica</strong>, ogni evento, per dirsi ‘riuscito’, non può prescindere dall’apporto di<strong> forza lavoro</strong>.<br />
Non è purtroppo insolito tuttavia che chi ha prestato il proprio impegno nell’organizzazione di queste manifestazioni si veda negata la retribuzione pattuita. <strong>Passata la festa, dimenticato l’ingaggio</strong>.<br />
E’ quanto accaduto ad esempio a <strong>Gioia Sprizzi</strong>, giovane studentessa che ha fatto irruzione sul palco dell’<strong>Auditorium di Roma</strong>, dove <strong>Renata Polverini</strong> si apprestava a presentare la nuova edizione del <strong>Roma Fiction Fest</strong>, festival internazionale dedicato alla fiction tv. La ragazza ha denunciato di non aver mai ricevuto il compenso per il lavoro da hostess svolto durante la passata edizione del Festival, e come lei, molti altri non hanno percepito la remunerazione dovuta.<br />
La Polverini, presidente della<strong> Regione Lazio</strong>, tra gli enti promotori del Roma Fiction Fest insieme alla <strong>Camera di Commercio di Roma</strong> e all’<strong>Apt</strong>, ha spiegato in conferenza stampa che il motivo per cui gli onorari non sono stati elargiti sta nella liquidazione della<strong> Fondazione Rossellini</strong>, organizzatrice dell’<strong>edizione 2010</strong>. Secondo quanto sostenuto dalla presidente, la fondazione avrebbe accumulato un debito di<strong> 7 milioni di euro</strong> con il conseguente impedimento ad ottemperare gli impegni presi.<br />
Dalla chiamata in causa subito è giunta una precisazione: i finanziamenti stanziati per il Roma Fiction Fest 2010 ammontavano inizialmente a <strong>7 milioni e 400 mila euro</strong> che, con il <strong>cambio al vertice della giunta regionale</strong>, si sarebbero ridotti a <strong>6 milioni</strong>, con un <strong>buco di circa uno e mezzo</strong>.<br />
Dinanzi ai soliti <strong>rimpalli di responsabilità</strong>, la remissione è sempre a carico dei lavoratori: sebbene infatti sia stato loro assicurato che le cifre dovute sono state messe a bilancio della Regione, se saranno pagati, riceveranno comunque i compensi con <strong>estremo ritardo</strong>.<br />
Il caso capitolino non è tuttavia unico nel suo genere; dobbiamo menzionare anche quanto accaduto al <strong>Napoli Teatro Festival</strong>, di cui dubbia era la sopravvivenza nel <strong>2011</strong>, anche qui per <strong>mancanza di fondi</strong>. Tale carenza, a quanto pare, è ricaduta allo stesso modo sulle spalle di attori, registi, tecnici, in tutto una settantina, che non sono stati pagati per l’attività svolta l’anno precedente.<br />
I diretti interessati, piuttosto che perdersi d’animo, si sono organizzati e hanno presentato una lettera diretta agli organizzatori dell’evento, proprio in occasione della presentazione stampa dell’<strong>edizione 2011</strong>, per chiedere spiegazioni e porre all’attenzione pubblica la loro situazione.<br />
Il nuovo direttore del Napoli Teatro festival, <strong>Luca De Fusco</strong>, ha imputato l’insolvenza alla lentezza nella rendicontazione dei <strong>fondi POR</strong>, di cui la <strong>Fondazione Campania dei Festival</strong> si è servita per mettere in scena l’edizione del 2010.<br />
La storia dello sviamento delle colpe si ripete ed entrambe le manifestazioni, nonostante le società organizzatrici risultino insolventi nei riguardi dei propri lavoratori e creditori, vanno avanti con nuove edizioni.<br />
Ci si chiede dunque quali modalità adottino e di quali finanziamenti si servano per portare avanti i festival: l’escamotage maggiormente utilizzato è quello della <strong>dichiarazione di fallimento</strong>, che esonera dal risarcimento, per poi procedere alla fondazione di nuove società, che vedono però i medesimi attori sotto nuovo nome. Fanno eccezione le <strong>istituzioni pubbliche</strong>, che tuttavia si servono di <strong>fondi appartenenti alla collettività</strong> e per cui notoriamente non è riservata la medesima attenzione nello sperpero.<br />
La perdita di autorevolezza e affidabilità delle kermesse non può in questi casi essere evitata e mette in dubbio anche la teoria che le nuove edizioni servano per chiudere i debiti contratti da quelle precedenti. Sarà infatti complesso reperire nuovi ingaggi del medesimo livello mostrato in passato, con inevitabili deludenti risultati nelle performance, incapaci di accontentare il pubblico e garantire le entrate necessarie.<br />
Se poi i tagli impongono un’<strong>austerity</strong> ancor più netta, lavoratori e creditori non potranno veder dissolti i loro dubbi e preoccupazioni.</p>
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		<title>Periodo ‘viola’ per i lavoratori dello spettacolo</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Sep 2011 08:40:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La circolare 105 emanata dall’INPS il 5 agosto scorso ha escluso parte dei lavoratori dello spettacolo dal sussidio di disoccupazione. Il provvedimento ha chiaramente generato molti tumulti tra le categorie interessate, che denunciano il ricorso a fonti normative obsolete, incapaci di interpretare la realtà odierna…

]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-74261" title="lav" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/09/lav.jpg" alt="" width="336" height="523" />Il<strong> viola</strong> è un colore aborrito a <strong>teatro</strong>, simbolo di <strong>mala sorte</strong>, foriero di<strong> insuccessi</strong>. Questa credenza ha origini medievali, quando durante il <strong>periodo quaresimale</strong>, dai tipici paramenti liturgici di colore viola, gli spettacoli venivano vietati, con <strong>magri guadagni per attori, registi e maestranze</strong>.<br />
Nel <strong>nuovo millennio italiano</strong>, mentre l’<strong>economia nazionale</strong> è in <strong>rosso</strong>, il<strong> mondo dello spettacolo</strong> sembra stia attraversando il suo<strong> ‘periodo viola’</strong>, con <strong>stagioni a rischio</strong>, <strong>teatri sull’orlo del fallimento</strong> e <strong>finanziamenti pubblici ridotti all’osso.<br />
</strong>Per i lavoratori della categoria, dunque, la situazione è davvero <strong>nera</strong>, in un gioco di colori che genera un vero pasticcio.<br />
Molti di loro trovano così sempre maggiori difficoltà ad ottenere ingaggi e nuovi progetti su cui lavorare e dunque guadagnare, e in tale frangente non hanno neanche<strong> diritto al sussidio di disoccupazione</strong>, così come indicato dalla <a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/09/Circolare-numero-105-del-05-08-2011.pdf"><strong>circolare 105</strong> </a>emanata dall’<strong>INPS</strong> lo scorso<strong> 5 agosto.<br />
</strong>Tale documento ha per l’appunto ad oggetto <strong>“Indennità di disoccupazione ordinaria con requisiti normali e con requisiti ridotti ai Lavoratori dello Spettacolo”</strong> e si basa su quanto stabilito dalla<strong> sentenza della Suprema Corte di Cassazione del 20 maggio 2010 n. 12355</strong> secondo cui “il personale artistico, teatrale e cinematografico deve ritenersi escluso dall’assicurazione obbligatoria contro la disoccupazione involontaria, sia con riferimento all’indennità di disoccupazione a requisiti normali che con riferimento all’indennità di disoccupazione a requisiti ridotti”. La Corte ha previsto inoltre che il versamento del contributo contro la disoccupazione non è da ritenersi di per sé presupposto costitutivo del diritto all’indennità.<br />
Le fonti normative alle quali fa riferimento la sentenza risultano tuttavia alquanto antiquate, tanto da rendere difficoltosa l’interpretazione nelle odierne circostanze.<br />
Parliamo del <strong>Regio decreto-legge n. 1827</strong> risalente al<strong> 4 ottobre 1935</strong>: l’<strong>art.40</strong>, nell’indicare tra i lavoratori subordinati le categorie che non godono del diritto di disoccupazione, recita “Non sono soggetti all’assicurazione obbligatoria per la disoccupazione involontaria: (…) il personale artistico, teatrale e cinematografico”.<br />
Per la definizione di “personale artistico, teatrale e cinematografico”, si tira invece in ballo quanto sancito dall’<strong>art. 7</strong> del regolamento contenuto nel <strong>Regio Decreto n. 2270 del 1924</strong>, secondo cui “Non sono considerati appartenenti al personale artistico, così teatrale come cinematografico, agli effetti dell’art. 2, n. 5, del R.D. 30 dicembre 1923, n. 3158 (recepito poi anche nell’art. 40, n. 5 del R.D.L. n. 1827 del 1935), tutti coloro che al teatro o al cinematografo prestano opera la quale non richieda una preparazione tecnica, culturale o artistica”.<br />
La legislazione non appare mai chiara e diretta, come pure nel caso in esame, ma per tradurre dal ‘burocratese’, a rimanere privi di questo importante aiuto finanziario sono i lavoratori dello spettacolo iscritti all’<strong>ENPALS (Ente Nazionale di Previdenza e di Assistenza per i Lavoratori dello Spettacolo)</strong>, provvisti di preparazione tecnica, culturale o artistica, anche nel caso in cui risultino ‘subordinati’ e sia stato per loro versato il <strong>contributo INAIL</strong> e quello contro la disoccupazione (<strong>quote DS</strong>).<br />
Questo ha generato, come presumibile, la reazione di coloro i quali subiranno il provvedimento; tramite associazioni, sindacati e movimenti politici, hanno perciò avviato una petizione per abrogare quanto deciso, per di più senza gli <strong>“ulteriori approfondimenti”</strong> e il <strong>“confronto con le parti sociali interessate”</strong>, così come è stato premesso nella circolare 105 dell’INPS.<br />
La misura, infatti, senza entrare in merito alla correttezza della finalità, pecca indubbiamente dal punto di vista formale: quali sono stati i criteri per stabilire il possesso o meno della preparazione tecnica, culturale o artistica del lavoratore, e decretare così l’appartenenza alla categoria cui fa riferimento la sentenza della Cassazione? Questo parametro poteva forse funzionare nel lontano ’35, ma ora risulta troppo labile e poco preciso. Ci si chiede poi se chi ha già versato i contributi e ora si vede escluso dal diritto di ricevere il sussidio, sarà rimborsato di quanto già elargito.<br />
E’ chiaro allora come questa vicenda non attenga più solo ed esclusivamente l’attività culturale del nostro Paese, che sta perdendo sempre più il suo vivace fermento, ma entri in una sfera se possibile ancor più delicata, quella dei diritti e dei valori alla base di una <strong>società democratica</strong>.</p>
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		<title>Assenze non giustificate per Musica e Arte</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Sep 2011 09:31:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un altro anno scolastico comincia, ma tra le materie che proporrà agli alunni grandi assenti saranno la storia dell'arte e l'educazione musicale, pilastri della cultura italiana. Potrà sembrare un'esagerazione, ma questa enorme lacuna nell'offerta formativa avrà significative ripercussioni sul futuro del nostro Paese, e non solo sul piano culturale..]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-73796" title="ban" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/09/ban.jpg" alt="" width="317" height="482" />I <strong>bambini </strong>negli<strong> asili nido</strong> e nelle<strong> scuole materne</strong> sono innanzitutto stimolati ad esprimersi attraverso <strong>disegni, canzoni e recite: arte, musica e teatro</strong> sono dunque attività impiegate per i <strong>primi approcci alla didattica</strong>, oltre a rappresentare uno dei patrimoni più ricchi vantato dalla<strong> cultura italiana</strong>.<br />
Non è questo un <strong>volo pindarico</strong>, ma si tratta di comprendere quanto l’<strong>imprinting educativo</strong> giochi un ruolo decisivo nell’<strong>evoluzione</strong> e nell’<strong>arricchimento artistico</strong> di una <strong>società.<br />
</strong>A dimostrazione di questo legame pensiamo all’<strong>antica Grecia</strong>, dove la <strong>cultura dell’equilibrio artistico</strong> si rispecchiava nell’<strong>assetto democratico</strong>, o al <strong>periodo rinascimentale</strong>, caratterizzato da <strong>prosperità e innovazioni politiche</strong>, durante il quale nacquero<strong> i madrigali e le messe per il pentagramma</strong> e quando l’arte conobbe uno dei suoi momenti più proliferi ed eccelsi, con nomi del calibro di<strong> Michelangelo e Raffaello</strong>.<br />
L’assunto potrebbe essere esemplificato anche in <strong>negativo</strong> e in tal senso potremmo purtroppo menzionare la <strong>situazione odierna nel nostro paese</strong>, una società che ultimamente non brilla certo per virtù e meriti, ma che piuttosto sta attraversando un momento di <strong>crisi sociale, politica ed economica</strong>.<br />
Nell’<strong>Italia</strong> dei nostri giorni, quando le campanelle del <strong>nuovo anno scolastico</strong> suonano per richiamare gli alunni, i grandi assenti all’appello delle materie sono proprio la <strong>storia dell’arte</strong> e l’<strong>educazione musicale</strong>, due pilastri fondamentali del <strong>patrimonio culturale nostrano.<br />
</strong>Un <strong>non-sense</strong> considerando che la nostra è la<strong> nazione con il maggior numero di siti UNESCO</strong> oltre che <strong>patria del bel canto</strong>, con <strong>opere liriche</strong> che hanno segnato la <strong>storia della musica</strong>, grazie al genio di compositori illustri.<br />
Le scelte di rigore del <strong>MIUR</strong> si sono infatti inevitabilmente ripercosse sull’<strong>offerta formativa </strong>che la <strong>scuola pubblica</strong> offre ai ragazzi, con uno scemare delle suddette materie sempre più netto.<br />
Per quel che concerne le sette note del pentagramma, con le rilevanti combinazioni che l’ingegno umano è riuscito a ideare, sono presenti solo nelle <strong>scuole primarie</strong>, ma non in quelle <strong>superiori</strong>: la <strong>disciplina musicale</strong> è infatti relegata ai <strong>corsi sperimentali</strong> e ai <strong>conservatori</strong>. Tale grave <strong>carenza formativa</strong> ha persino indotto<strong> Quirino Principe</strong>, critico musicale, traduttore e saggista italiano a scrivere una <strong>lettera aperta al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano</strong>, per denunciare questa lacuna ingiustificabile.<br />
La bellezza della musica se l&#8217;<strong>elasticità mentale</strong> che sviluppa, sarà dunque appannaggio di coloro i quali sceglieranno di sposare pienamente questa strada o di chi, grazie a maggiori possibilità economiche, potrà seguire lezioni private.<br />
Per quel che concerne la <strong>storia dell’arte</strong>, alla luce della <strong>riforma Gelmini</strong>, negli <strong>istituti tecnici</strong> non sentiranno più parlare della<strong> Venere di Botticelli</strong> o delle <strong>opere dei Macchiaioli</strong>, mentre nei <strong>licei </strong>saranno nominati solo di sfuggita. Quando nelle aule si parlerà dunque dello <strong>Sturm und Drang</strong>, si avrà una visione parziale del movimento, priva delle ombre emozionanti di <strong>Gearicault</strong>, mentre i futuri <strong>geometri</strong> non avranno nel loro bagaglio di conoscenze la <strong>sezione aurea del Partenone</strong>, né tantomeno gli alunni degli<strong> istituti turistici</strong> sapranno quali <strong>bellezze artistiche</strong> sono disseminate nel nostro<strong> territorio</strong>. Questo si tradurrà in una<strong> forza lavoro impreparata</strong>, che non poggerà su <strong>solide basi culturali</strong>, capaci di fare la differenza in un’<strong>economia sempre più globale e concorrenziale</strong>.<br />
La <strong>scuola pubblica</strong> si accinge così a svolgere in modo superficiale quel <strong>ruolo imprescindibile</strong> nel forgiare le <strong>nuove generazioni</strong>, determinando un futuro per il paese non certo idilliaco, al pari, purtroppo, delle aspettative che i genitori d’oggi hanno per l’avvenire dei loro figli.</p>
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		<title>La storia dell’arte … e dei vandali</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Sep 2011 09:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Opere che soccombono sotto i folli raptus del vandalo di turno, sono i misfatti che da sempre costellano la storia dell’arte. L’ultimo in ordine di tempo è quello che vede Mauro Magi, un senza tetto romano, che deturpa la Fontana del Moro a Piazza Navona, con il beneplacito dei passanti…
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-73268" title="van" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/09/van.jpg" alt="" width="270" height="345" />Ci risiamo: torna alla ribalta della cronaca l’ennesimo atto di <strong>vandalismo ai danni del patrimonio culturale</strong>, e quello di <strong>sabato scorso</strong> è solo l’ultimo di una lunga serie.<br />
La vittima di turno è stata la rinascimentale <strong>Fontana del Moro in Piazza Navona a Roma</strong>, amputata di <strong>due piccoli draghi alati.<br />
</strong>L’autore del misfatto è stato tuttavia ripreso nel pieno della sua attività distruttiva dall’occhio delle<strong> telecamere</strong>; questo ha consentito di individuarlo e fermarlo: si chiama<strong> Mauro Magi</strong>, 52 anni di età e <strong>senza dimora</strong>, reo confesso. L’uomo, senza precedenti penali e non tossicodipendente, ha giustificato il gesto con la necessità di <strong>‘richiamare l’attenzione’</strong>. Circostanza per cui non è da escludere l’ipotesi che, date le difficoltà in cui verte, il signore abbia pensato bene di farsi arrestare per essere ‘accolto’ in qualche struttura, seppur penitenziaria.<br />
Subito la <strong>macchina della stampa</strong> si è comunque messa in moto, con i vari<strong> rappresentanti istituzionali</strong> che si sono affrettati a <strong>condannare il gesto</strong> e a incolpare una<strong> legislazione</strong> in questi casi <strong>non abbastanza restrittiva</strong>. Il sindaco di Roma <strong>Gianni Alemanno</strong> ha sparato a zero ritenendo che non debba essere riservata alcuna clemenza a chi colpisce un monumento artistico, affermazione che fa eco a quella del <strong>ministro Galan</strong> che chiede <strong>pene esemplari.<br />
</strong>Proprio dal dicastero dei beni culturali giunge l’appello affinché venga applicato l’<strong>art. 635 del Codice Penale</strong>, relativo al <strong>danneggiamento</strong>, che prevede <strong>fino a tre anni di reclusione</strong>.<br />
A questo è necessario aggiungere, secondo il ministro Galan, <strong>ulteriori norme volte alla tutela del patrimonio artistico</strong>, al cui riguardo conferirà quanto prima in <strong>Consiglio dei Ministri</strong>.<br />
In attesa di queste <strong>nuove proposte legislative</strong>, c’è un fatto non trascurabile da considerare: al di là delle misure prese, dalla moltiplicazione delle telecamere di sorveglianza, al varo di provvedimenti disciplinari più stringenti, il fenomeno del vandalismo sembra un problema costante.<br />
Sono infatti davvero numerosi i casi in cui opere d’arte, anche molto note, subiscano <strong>malevole attenzioni</strong> da parte di individui di ogni sorta.<br />
Pensiamo alla <strong>Pietà di Michelangelo</strong>, sfregiata nel <strong>1972</strong> con ben<strong> 15 martellate</strong> da uno <strong>squilibrato australiano</strong> che, dichiarato infermo di mente, fu trattenuto per un anno in un manicomio italiano, per poi essere riconsegnato al paese d’origine; nel <strong>1991</strong>, il <strong>David a Firenze</strong> se la cavò invece perdendo il <strong>dito di un piede</strong>, sotto il colpo di un altro martello;  ultimamente, come non ricordare l’altra <strong>sfortunata fontana del Bernini</strong>, nella <strong>piazza di Ariccia</strong>, deturpata durante scorribande notturne; all&#8217;estero, molteplici sono stati gli attacchi alla povera <strong>Sirenetta di Copenaghen,</strong> e<strong> </strong>c’è chi è ricorso, contro tele di valore e altri tesori artistici, a <strong>bombolette spray, liquidi infiammabili, taglierini </strong>e altri svariati strumenti di tortura.<br />
Il fenomeno poi non è tipico né di questi tempi e neppure del nostro paese: simili misfatti accompagnano bensì da sempre la storia dell’arte, con vicende plateali o più in sordina.<br />
Tanto che non mancano tentativi di analisi volti a scandagliare i motivi, apparentemente inspiegabili, per cui si innescano questi ‘raptus’ distruttivi nei confronti delle opere d’arte. Lo stesso <strong>Salvador Dalì</strong>, si cimentò in questa impresa e dedusse, nel caso specifico degli <strong>‘attentati’ alla Gioconda</strong>, che alla base vi fosse un<strong> complesso edipico</strong>, addotto dall’immagine materna della Monna Lisa.<br />
Di certo dinanzi a simili atteggiamenti non si può che parlare di <strong>instabilità mentale</strong>, di <strong>scatti di follia</strong>, spesso dovuti a <strong>problemi personali e sociali</strong>, ma ci sono anche i casi di <strong>semplici bravate</strong> che si risolvono in <strong>seri e irreparabili danni</strong>. In questi casi è giusto che l’opinione pubblica condanni e insorga, senza mai prescindere dalle<strong> sanzioni previste per legge.<br />
</strong>Ripercorrendo la carrellata di tali vicende, la mente gioca tuttavia uno strambo scherzo: i pensieri corrono alla<strong> Domus dei Gladiatori di Pompei</strong>, alla <strong>Domus Aurea di Roma</strong>, ai <strong>numerosi musei in stato di abbandono</strong>, insieme alle opere esposte al loro interno…i vandali, in questi casi, erano infermi mentali? Hanno ricevuto la ‘pena esemplare’ tanto invocata?<br />
E cosa dire poi dei <strong>passanti</strong>, visibili chiaramente nei video di quest’ultima vicenda, che impassibili assistono alla scena del Magi in Piazza Navona? Forse è meno giustificabile l’atteggiamento di chi si fa vanto di una piena facoltà mentale, ma non la impiega come dovrebbe.</p>
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		<title>Il gioco è bello quando dura poco</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Aug 2011 09:25:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 18 luglio scorso l'Aams ha legalizzato il cash game on line, aprendo un nuovo panorama per il gioco d'azzardo in Italia. Se per lo Stato questo significa numerose e ingenti entrate, per la lotta contro la sindrome da gioco è invece un duro colpo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-72804" title="gap" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/08/gap.jpg" alt="" width="372" height="269" />Che si ricorra all’<strong>interpretazione dei sogni</strong>, alla <strong>buona sorte</strong> e a <strong>riti scaramantici</strong>, che si tirino in ballo <strong>defunti parenti</strong> o <strong>indovini prodigiosi</strong>, che si faccia affidamento esclusivamente al proprio <strong>istinto </strong>o si segua un <strong>accurato metodo scientifico</strong>, gli italiani sembrerebbero disposti a tutto pur di<strong> ‘azzeccare’ i fatidici numeri vincenti</strong>.<br />
In <strong>tempo di crisi</strong> la<strong> “febbre del gioco”</strong> raggiunge poi temperature elevatissime, innescata da quel barlume di speranza di poter cambiare vita e liberarsi dal peso del mutuo mensile, dalla preoccupazione di trovare un lavoro remunerativo, di mantenere la famiglia, o dal semplice desiderio di togliersi sfizi costosi che popolano i sogni più reconditi.<br />
I gestori di<strong> lotterie, sale giochi e casinò</strong> lo sanno bene e in questi mesi di <strong>tracollo della fiducia nel futuro</strong> è uno spopolare di<strong> spot, cartelloni pubblicitari, siti internet</strong> e persino <strong>canali televisivi</strong> che inducono al gioco.<br />
E ce n’è per tutti i gusti: dalle<strong> </strong>classiche<strong> lotterie con montepremi</strong>, a quelle con <strong>premi vitalizi</strong>, dalle popolari<strong> scommesse</strong>, al <strong>poker on line</strong>, l’offerta insomma è ampia e variegata e non sembra voler risparmiare proprio nessuno.<br />
Le <strong>nuove tecnologie</strong> hanno infatti contribuito non poco a diffondere la<strong> “sindrome da puntata”</strong> anche tra i <strong>più giovani,</strong> spesso in barba ai<strong> limiti di età imposti dalla legge</strong>, e le nuove formule di lotterie sembrano riuscire ad attrarre anche i <strong>non giocatori</strong>, a tutto vantaggio degli stessi<strong> monopoli di Stato</strong> che regolano il comparto del <strong>gioco pubblico in Italia.<br />
Dal gennaio al giugno di quest’anno</strong> l’<strong>Aams</strong> ha così raccolto <strong><a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/08/aams.pdf">35,8 miliardi di euro</a></strong>, con un <strong>netto trend positivo (+19,33%)</strong> dei <strong>primi sei mesi del 2011</strong> rispetto al medesimo periodo<strong> 2010 (30 miliardi di euro raccolti).<br />
</strong>Valgono a poco dunque le raccomandazioni <strong>“Gioca responsabilmente”</strong> lanciate in sordina nei commercial, mentre la <strong>GAP (Gioco d’Azzardo Patologico) </strong>miete sempre più vittime provocando <strong>disturbi psichici, fisici e sociali</strong> distruttivi. Sono così nate molte associazioni e strutture volte al recupero dei soggetti affetti da GAP, classificata dagli studiosi a una <strong>forma di ‘dipendenza’</strong>.<br />
Le<strong> istituzioni</strong> sembrano però fare orecchie da mercante nei confronti di questo problema che invece sta contagiando occultamente la società e portando alla rovina molte famiglie.<br />
La posta in gioco, è il caso di dirlo, è indubbiamente alta: entrate nelle casse statali simili a quelle assicurate dal gioco sono davvero rare e ben più difficili da procurare.<br />
Non è un caso se il ministro<strong> Michela Vittoria Brambilla</strong> abbia presentato per ben due volte in passato un <strong>disegno di legge</strong> volto a creare<strong> 40 nuovi casinò</strong> e a <strong>riaprire le case da gioco</strong> una volta operanti in Italia, così da incentivare gli investimenti nel turismo di lusso. L’apertura di questi spazi sembra inoltre esser considerata dalla Brambilla una vera e propria panacea, tanto da prevedere anche per il rilancio della sfortunata <strong>Lampedusa</strong> la costruzione di un casinò sull’isola.<br />
La vera rivoluzione è tuttavia avvenuta il <strong>18 luglio scorso</strong>, quando l’<strong>Aams </strong>ha ufficializzato la<strong> legalizzazione del cash game on line</strong>, rendendo estremamente più semplice accedere al gioco d’azzardo. Tutti i concessionari dotati di licenza Aams possono così d’ora in poi offrire la possibilità ai giocatori di puntare denaro dal loro pc: si accede alla piattaforma, si compila un form con i dati personali e, tramite una comune carta di credito, si parte con il gioco. E’ evidente quanto il sistema non impedisca ad un <strong>minorenne </strong>di giocare d’azzardo servendosi banalmente di un documento altrui.<br />
Da quella data sono inoltre partite <strong>innumerevoli e invasive campagne pubblicitarie</strong>, che reclamizzano le nuove sale da gioco virtuali, istigando in modo martellante ad una pratica che fino a poco tempo fa era considerata illegale.<br />
La battaglia per debellare questa malattia è divenuta così ancora più complessa, con istituzioni e norme che, con la loro compiacenza, remano contro la salute della società.</p>
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		<title>I piccoli problemi dei grandi Comuni</title>
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		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 08:58:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Abbattere o non abbattere il muro? Traslare o non traslare il dipinto? Sono questi i problemi, rispettivamente dei Comuni di Roma e Milano, alla ribalta delle cronache nazionali in queste ultime settimane d'agosto. Una stonatura che non passa inosservata dinanzi alle profonde criticità che la crisi economica ha fatto emergere nel Paese...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-72376" title="paint" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/08/paint.jpg" alt="" width="372" height="310" />La <strong>manovra finanziaria</strong> che prevede la<strong> riduzione dei fondi devoluti agli enti locali</strong>, fino ad arrivare all’<strong>estinzione di molte piccole amministrazioni</strong>, sembrerebbe non tangere i <strong>grandi Comuni</strong> come <strong>Roma e Milano</strong>, alle prese con problematiche ben diverse.<br />
Il sindaco della capitale <strong>Gianni Alemanno</strong> ha infatti annunciato nei giorni scorsi l’avvio dei lavori per la realizzazione del <strong>sottopasso dell’Ara Pacis</strong>, progetto previsto già molti anni or sono ma che non ha mai visto la luce. Nel portare a compimento l’impresa sarà tuttavia <strong>eliminato il muro</strong> facente parte della teca firmata dall’archistar <strong>Richard Meier </strong>e voluta dalla<strong> precedente giunta Veltroni</strong>.<br />
L’elemento architettonico destinato alla demolizione è stato edificato solo <strong>cinque anni fa</strong> insieme al <strong>museo </strong>dedicato alla <strong>tomba di Augusto</strong>, con una spesa inizialmente prevista in <strong>16 miliardi di vecchie lire</strong>, lievitata poi esponenzialmente nel corso dei lavori. L’edificio è tra l’altro da sempre al centro di un <strong>acceso dibattito</strong> sia inerente al <strong>gusto soggettivo</strong>, con voci che elogiano o demonizzano la struttura contemporanea, sia di tipo<strong> urbanistico</strong>, per cui il progetto dall’architetto statunitense non considerò la possibilità di pedonalizzare l’area, tanto che il muro in questione sembra proprio ergersi per tutelare le <strong>chiese barocche</strong> dal<strong> traffico del Lungotevere</strong>.<br />
Ora la giunta, servendosi in parte anche di <strong>investimenti privati</strong>, sembra però voler accontentare gli ‘anti-muro’ abbattendo la barriera in travertino per creare un’area riservata ai passanti che, insieme alla canalizzazione del traffico in un sottopassaggio lungo<strong> 600 metri</strong>, vedrà la creazione di un <strong>parcheggio sotterraneo</strong> in<strong> zona Ripetta</strong>. Anche questa soluzione non appare tuttavia scevra da critiche, con comitati cittadini quali<strong> Italia Nostra</strong> e <strong>Comitato Ripetta</strong>, che chiamano in causa persino l’<strong>Unesco</strong> denunciando la necessità di una <strong>valutazione indipendente di impatto ambientale e storico-archeologico.<br />
</strong>Come dinanzi all’<strong>uovo di Colombo</strong>, non possiamo esimerci dal chiedere come mai non si è presa prima in considerazione la pedonalizzazione dell’area: se anche non fosse stato possibile realizzare nell’immediato tale intervento di viabilità, si sarebbe almeno potuta commissionare un’<strong>opera coerente</strong> ad un’azione futura in tal senso. Meier avrebbe sicuramente optato per <strong>scelte progettuali differenti</strong> con buona pace dei <strong>critici </strong>e delle <strong>casse comunali</strong>, ora nuovamente sotto pressione, costante a quanto pare delle <strong>amministrazioni di ogni colore</strong>.<br />
La <strong>giunta di Palazzo Marino</strong> è invece alle prese con altri ‘spinosi’ dilemmi.<br />
Tutto ha avuto inizio da una visita estiva dell’<strong>assessore alla cultura di Milano</strong> al <strong>Museo del ‘900</strong>: <strong>Stefano Boeri</strong> è rimasto così colpito dalla <strong>posizione svilente</strong> in cui è posta la celebre opera <strong>“Il Quarto Stato”</strong>, da lanciare la proposta dal suo <strong>profilo Facebook</strong> di traslare in altra sede il dipinto di <strong>Pellizza da Volpedo</strong>. Le reazioni sono state variegate, ma in molti, tra cui spicca il neosindaco<strong> Giuliano Pisapia</strong>, auspicano che la tela torni proprio nell’<strong>edificio del Comune</strong>, “casa di tutti i milanesi”, dove ha avuto dimora prima che fosse esposto alla<strong> Galleria d’Arte Moderna</strong>.<br />
Dalle sale del nuovo museo milanese, attuale residenza del quadro dal <strong>forte valore simbolico</strong>, la proposta è stata accolta freddamente poiché, nonostante la collocazione infelice, “Il Quarto Stato” è uno dei capolavori esposti di maggiore appeal. Il Museo del ‘900, inaugurato lo scorso anno dal sindaco uscente <strong>Letizia Moratti</strong>, dopo un’iniziale boom di visitatori, sta inoltre registrando un <strong>fisiologico calo di pubblico</strong>, così come confermato da <strong>Claudio Salsi</strong>, direttore del Settore musei del Comune.<br />
In entrambi i casi, le questioni sembrano assumere <strong>connotazioni non prive di retroscena politici</strong>, con l’avvicendarsi di <strong>giunte di opposta fazione</strong>, poco inclini a dare continuità logica all’operato delle precedenti o quanto meno a correggerlo con scelte mirate e poco onerose. In un clima poi di vera<strong> crisi nazionale e istituzionale</strong>, in cui il <strong>rigore</strong> è d’obbligo, certe faccende non possono che risultare alienanti alle <strong>reali esigenze del Paese.<br />
</strong></p>
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		<title>La diva dell&#8217;art system</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Aug 2011 06:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E’ la donna più amata e corteggiata nell’arte, nonostante un recente concorso l’abbia vista spodestata dalla più giovane Paolina; le hanno dedicato romanzi, film, documentari, tanto è il fascino che esercita grazie a quell’alone di mistero che da sempre l’avvolge e insieme al sorriso enigmatico che la contraddistingue, ma lei è legata al [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-71823" title="occhi-della-gioconda" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/occhi-della-gioconda.jpg" alt="" width="392" height="259" />E’ <strong>la donna più amata e corteggiata nell’arte</strong>, nonostante un recente concorso l’abbia vista spodestata dalla <strong>più giovane <a href="http://www.tafter.it/2011/07/05/arte-il-popolo-del-web-elegge-%e2%80%9cmiss-arte-italiana%e2%80%9d-e%e2%80%99-paolina-bonaparte-borghese/">Paolina</a></strong>; le hanno dedicato<strong> romanzi, film, documentari</strong>, tanto è il fascino che esercita grazie a quell’<strong>alone di mistero</strong> che da sempre l’avvolge e insieme al<strong> sorriso enigmatico</strong> che la contraddistingue, ma lei è legata al <strong>nome di un solo uomo.<br />
</strong>Parliamo della <strong>Monna Lisa</strong>, soprannominata <strong>Gioconda</strong>, bellezza italiana nata dal pennello di<strong> Leonardo Da Vinci</strong> nel lontano ‘500, ma che colleziona ammiratori ormai da secoli, tra cui annoveriamo il potente <strong>Napoleone Bonaparte</strong>, che la volle spudoratamente nella sua camera da letto.<br />
E’ lei l’oggetto del desiderio per eccellenza anche dei<strong> ‘Lupin’</strong> in giro sulla piazza internazionale, tanto che più volte è stato tentato il suo rapimento. Il più celebre, quello del<strong> 1911</strong>, quando furono persino sospettati del furto il poeta <strong>Guillaume Apollinaire </strong>e il pittore <strong>Pablo Picasso</strong>, poi scagionati. Il vero responsabile del misfatto era il custode italiano del Louvre <strong>Vincenzo Peruggia</strong> che, desideroso di restituire al Paese d’origine il dipinto, lo aveva sottratto e condotto nelle italiche terre. Svelato il furto e rintracciata l’opera due anni dopo, la Gioconda fu esposta in tutta la sua grazia agli <strong>Uffizi di Firenze</strong>, a <strong>Palazzo Farnese</strong> e alla <strong>Galleria Borghese di Roma</strong>, prima di far rientro in <strong>Francia</strong>. Fece successivamente altri lunghi viaggi che la condussero negli <strong>Stati Uniti</strong>, in <strong>Giappone</strong> e in <strong>Russia</strong>, ma poi tornò stabilmente nel suo posto d’onore al Louvre, protetta grazie ad una spessa lastra trasparente, dai numerosi flash riservati solo ad una star internazionale di alto livello.<br />
La sua consacrazione ad<strong> icona dell’arte</strong> è dimostrata dai tanti riferimenti che gli artisti le hanno rivolto: quelli di <strong>Marcel Duchamp</strong> e <strong>Warhol </strong>sono solo i più noti.<br />
Ora è persino in corso una <strong>ricerca</strong> seguita in tutto il globo per il ritrovamento del <strong>corpo mortale di Lisa Gherardini</strong>, nome di battesimo della Gioconda.<br />
Insomma, quale <strong>diva dell’arte</strong>, è diventata una <strong>vera e propria ossessione</strong>.<br />
Ultimamente è tornata poi al centro di una bagarre internazionale tra <strong>Francia e Italia</strong>: i natali sono indubbiamente toscani, ma sembra che lo stesso Leonardo l’abbia ceduta ai francesi. Gli abitanti dello stivale non demordono nel sostenere che l’opera debba tornare in Italia, mentre i cugini d’oltralpe non sono affatto disposti a rinunciarvi. Fatto sta che non sembrano nemmeno intenzionati ad un breve prestito affinché la nostra celebre migrante torni in patria per il<strong> 2013</strong>, in occasione del centenario dal ritrovamento seguito al furto ad opera del <strong>Peruggia</strong>. Lo scorso<strong> 28 luglio</strong> è così partita una raccolta firme promossa dal <strong>Comitato Nazionale per la Valorizzazione dei Beni Storici Culturali e Ambientali</strong>, presieduto da <strong>Silvano Vinceti</strong> che proseguirà<strong> fino al gennaio 2012.</strong> Alla campagna hanno già aderito in molti, ma l’obbiettivo è quello di raggiungere le<strong> 100.000 firme</strong>, a sostegno di questa petizione rivolta ai <strong>ministri della cultura italiano e francese</strong> e al <strong>direttore del Museo Louvre</strong>.<br />
Una prima risposta, non proprio incoraggiante, è già giunta da <strong>Vincent Pomarede</strong>, direttore del<strong> dipartimento delle Pitture al Louvre</strong>, che ha spiegato quanto sia <strong>‘inimmaginabile’ trasportare il dipinto “estremamente fragile”</strong>, che potrebbe subire ulteriori danni durante il viaggio sia per <strong>alterazioni della temperatura</strong> che per le <strong>inevitabili vibrazioni</strong>.<br />
Le condizioni di salute di questa meravigliosa creazione sono sicuramente cagionevoli, considerati anche gli attacchi che molti <strong>vandali </strong>le hanno rivolto, dall’<strong>acido</strong> lanciatole nel <strong>1956</strong>, al successivo attacco con un <strong>sasso</strong>, fino al più recente lancio di una <strong>tazza </strong>ad opera di una <strong>signora russa</strong>, evidentemente invidiosa dello charme di Monnalisa.<br />
Bisogna però anche ammettere che per il Louvre la Gioconda resta l’<strong>attrazione principale</strong>, il fiore all’occhiello, il pezzo che ha reso famoso il museo in tutto il mondo e che attrae ogni anno migliaia e migliaia di visitatori, pronti ad ammassarsi davanti a quel piccolo dipinto da<strong> 77&#215;53 cm</strong>. Dover rinunciare alla sua presenza, anche per un breve periodo, significherebbe <strong>ridurre di molto il pubblico tra le sue sale</strong>, senza contare, di contro, quello che giungerebbe in gran numero a <strong>Firenze.<br />
</strong>Del resto, come spesso accade alle celebrità, tutti la vogliono e la desiderano, ma pochi si preoccupano del suo effettivo benessere.</p>
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		<title>A ponti fatti&#8230;problemi a Venezia</title>
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		<pubDate>Wed, 10 Aug 2011 06:23:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Venezia, città dai 150 canali e dai quasi altrettanti ponti, ha il suo bel da fare nel provvedere che tutto funzioni. La &#8216;signora Serenissima&#8217; rischia infatti di perdere il suo a plombe, minato da orde di turisti che invadono quotidianamente le sue calli storiche, scricchiolii sempre più consistenti causati dalla veneranda età che, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-71768" title="pontio" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/pontio.jpg" alt="" width="300" height="450" />Venezia</strong>, città dai <strong>150 canali</strong> e dai quasi altrettanti<strong> ponti</strong>, ha il suo bel da fare nel provvedere che tutto funzioni.<br />
La &#8216;<strong>signora Serenissima&#8217;</strong> rischia infatti di perdere il suo a plombe, minato da orde di<strong> turisti</strong> che invadono quotidianamente le sue <strong>calli storiche</strong>, scricchiolii sempre più consistenti causati dalla <strong>veneranda età</strong> che, nonostante la bellezza, si fa ormai sentire, e <strong>‘ritocchi estetici’</strong> dell’ultima ora dagli <strong>effetti inaspettati</strong>.<br />
E sono proprio i <strong>ponti</strong>, fondamentali lingue di passaggio sopra le innumerevoli arterie d’acqua che la attraversano, a preoccupare negli ultimi tempi la <strong>Repubblica di San Marco</strong>: il più celebre, quello di <strong>Rialto</strong>, ha perso la scorsa settimana un<strong> ‘masegno’</strong>, dopo che già era stato impedito il passaggio sulla <strong>scalinata in marmo davanti Palazzo dei Camerlenghi</strong>, perché resa troppo scivolosa per i passanti dalla pioggia. Mesi fa aveva invece ceduto una <strong>colonnina</strong>.<br />
Per gli abitanti e per chiunque si trovi a Venezia, i ponti sono <strong>elementi architettonici irrinunciabili</strong> per muoversi in città, così gli stessi veneziani hanno contribuito alla loro preservazione: gli esperti artigiani del Consorzio dei tajapiera si è proposto di<strong> restaurare il lato del Ponte di Rialto che volge verso Palazzo dei Camerlenghi</strong>, utilizzando le <strong>antiche tecniche artigiane</strong>, ben più indicate dei saltuari interventi eseguiti con materiali moderni inadatti e spesso dannosi.<br />
L’encomiabile buona volontà dei cittadini, dimostrata anche dal successo riscosso con il <strong>progetto “Veneziani per Venezia”,</strong> volto a coinvolgere i privati nel recupero del patrimonio veneziano, non sembra tuttavia bastare quando si tratta di monumenti di grande portata come Rialto. L’assessore ai Lavori pubblici del Comune, <strong>Alessandro Maggioni</strong>, assicura che sono stati stanziati <strong>200.000 euro</strong> per <strong>monitorare lo stato di salute del celebre ponte</strong>, più altri<strong> 500.000</strong> per <strong>riqualificare le rive adiacenti</strong>, ma a quanto pare questi sembrano solo<strong> palliativi niente affatto risolutivi</strong>: per rafforzare la struttura si stima che serva la bella cifra di <strong>5 milioni di euro</strong>. Le casse dell’amministrazione non sembrano poter tanto, nonostante le laute entrate che arriveranno dalla<strong> tassa di soggiorno</strong> da poco istituita. Si spera dunque nell’intervento di un ricco mecenate, come <strong>Della Valle per il Colosseo</strong>. Nulla di confermato, ma voci sempre più insistenti fanno il nome del vicentino <strong>Renzo Rosso</strong>, patron del marchio di moda <strong>Diesel</strong>, esportato in tutto il mondo. Rosso seguirebbe così le orme di altri suoi colleghi imprenditori, che hanno ‘adottato’ a loro modo diversi palazzi e luoghi storici della città lagunare: ultimi in ordine di tempo, <strong>Francois Pinault per Palazzo Grassi e Punta della Dogana</strong>, e <strong>Fondazione Prada per Cà Corner</strong>. Strategia di marketing ben preferibile ai <strong>tappezzanti cartelloni pubblicitari</strong> che coprono gli scorci lagunari.<br />
I grattacapi per Venezia non giungono tuttavia solo dai ponti sotto i quali corre acqua da secoli, ma anche da quelli di nuova generazione. Stiamo parlando del <strong>Ponte della Costituzione</strong>, progettato dall’archistar <strong>Santiago Calatrava</strong> che, attraversando il <strong>Canal Grande</strong> collega<strong> Piazzale Roma</strong> alla<strong> Stazione ferroviaria</strong>. L’opera, esclusivamente pedonale, fu inaugurata nel <strong>2008</strong> e costò a <strong>Cà Farsetti</strong> <strong>circa 12 milioni di euro</strong>, ben lontani dai <strong>6,7 previsti</strong>, e <strong>due anni di lavori</strong>. Solo lo <strong>scorso luglio</strong>, a distanza di<strong> tre anni</strong>, si è poi giunti finalmente all’inaugurazione dell’<strong>ovovia </strong>per i <strong>portatori di handicap. </strong>Oltre ai consistenti ritardi e alle ingenti maggiorazioni dei costi, il nuovo ponte ha dato non pochi problemi: dalla scivolosità del fondo in condizioni di bagnato, che è una costante in una città come Venezia, all’ultima rivelazione: la struttura esercita un’<strong>eccessiva spinta sulle rive</strong>, provocandone lo <strong>spostamento</strong>. A mettere in guardia è la relazione del professor<strong> Massimo Majowiecki</strong>, secondo cui anche interventi di tiraggio non sarebbero risolutivi del problema.<br />
L’amministrazione ha dunque intentato <strong>ricorso in tribunale</strong> per accertare le eventuali responsabilità del progettista. Il risultato comunque non cambia: il <strong>Comune di Venezia</strong> ha un altro ponte da accudire, nonostante la <strong>giovane età</strong>, e per di più con <strong>cure onerose difficili da sostenere</strong>.</p>
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		<title>Loghi comuni</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Aug 2011 07:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un bando di idee nazionale per decretare un vincitore accusato di plagio: è accaduto al Ministero dell'Interno alla ricerca di un proprio logo ufficiale. La società vincitrice del bando, la Inarea Strategic, ha infatti avuto la meglio su tanti partecipanti con un logo identico a quello ideato da un grafico inglese nel lontano 2008 per la French Property Exhibition...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-71712" title="loghi" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/loghi.jpg" alt="" width="366" height="274" />Popolo di creativi unitevi…e ribellatevi! Ne avete infatti tutto il diritto, poiché persino <strong>una delle più alte istituzioni italiane</strong>, il <strong>Ministero dell’Interno</strong>, ha mancato di rispetto al lavoro di intelletto e ricerca che molti grafici fanno ogni giorno, coprendo di ridicolo i talenti nostrani.<br />
Ripercorriamo insieme la vicenda partendo dal principio. Con un <strong>decreto del 16 luglio 2010</strong> il dicastero sotto accusa ha indetto un <strong>concorso nazionale di idee</strong> per il <strong>nuovo logo istituzionale</strong>; premio in palio, <strong>3.000 euro</strong>.<br />
A distanza di <strong>un anno</strong>, dopo una lunga cernita delle innumerevoli proposte giunte alle porte del <strong>Viminale</strong>, è stato finalmente annunciato il<strong> logo vincitore del concorso</strong>. A firmarlo una società non proprio sconosciuta, la <strong>Inarea strategic S.r.l</strong>, che vanta un vasto numero di clienti ‘importanti’, dall’<strong>Acea</strong> all’<strong>Alenia</strong>, dalla <strong>Città di Roma</strong> al <strong>Comune di Milano</strong>, dalla<strong> Confindustria</strong> alla <strong>Finmeccanica</strong>, da <strong>Cinecittà Luce</strong> alla<strong> Rai</strong>. Sembra che ogni ente, azienda, istituzione italiana si sia servita dei servizi offerti da questa società, che si presenta come “una rete internazionale e indipendente di designer, architetti, strategist e consultant, specializzata nella creazione e gestione di sistemi di identità”. Il talento, evidentemente, quando c’è porta i suoi frutti e le sue tante commesse; forse proprio per l’eccessivo lavoro da sbrigare che la Inarea strategic S.r.l, insieme al Ministero dell’Interno, siano incappati in una<strong> impasse internazionale</strong> che coinvolge <strong>italiani, inglesi e francesi</strong>.<br />
Pare infatti che il logo realizzato per il concorso ministeriale sia identico, salvo che per colore e carattere, al logo della <strong>French Property Exhibition</strong>, un salone londinese in cui si promuove la <strong>vendita di immobili in Francia</strong>, firmato dal grafico inglese <strong>Roy Smith</strong>.<br />
A svelare il plagio è stato uno degli utenti del magazine<strong> Draft.it</strong>, che si occupa di grafica e comunicazione. Dai diretti interessati alla vicenda non è giunto alcun chiarimento significativo; è arrivata solo una breve dichiarazione del presidente di Inarea,<strong> Antonio Romano</strong>, e pubblicata da <strong>GQ</strong>, in cui ammette l’identicità dei due loghi, difendendo comunque la professionalità dell’’autore’ italiano, direttore creativo della società, con <strong>25 anni di esperienza alle spalle</strong>. Si tratterebbe, secondo Romano, di un <strong>‘caso di affinità da marchi’</strong> “da <strong>Guinness dei primati</strong>”. Gli <strong>autori Inarea del logo incriminato</strong> hanno poi inviato la loro replica alla redazione dello stesso Draft, tentando di giustificare l&#8217;errore con il consueto <strong>&#8220;può capitare&#8221;</strong> e chiudendo con le scuse di rito.<br />
Spiegazioni deludenti visto che si tratta di un logo istituzionale volto a <strong>rappresentare ufficialmente</strong> uno dei dicasteri più importanti del nostro Paese. Ben peggiore il silenzio in cui si è chiuso il Ministero: un concorso indetto da un anno e, su tanti partecipanti, è stato selezionato un <strong>vincitore ‘copione’.</strong> E proprio il<a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/0352_bando_logotipo_versione_16.7.2010.pdf"> <strong>bando</strong> </a>solleverebbe il Ministero da ogni responsabilità legale, poiché l’<strong>art.10</strong> prevede che i concorrenti rispondano “<strong>in proprio ed in via esclusiva</strong> della violazione di eventuali diritti spettanti a terzi, comprese le violazioni del <strong>diritto d’autore</strong> eventualmente eccepite”. In caso di contenziosi che inibiscano l’uso del logo, l’Amministrazione si riserva inoltre “ogni azione legale ammessa, compresa la <strong>richiesta di risarcimento dei danni subiti</strong>”.<br />
Al di là di queste specifiche, resta la <strong>figura non proprio elegante</strong> che un’istituzione italiana ha fatto agli occhi non solo dei paesi esteri, ma anche e soprattutto dei suoi cittadini, che fiduciosi hanno magari tentato di mettere la firma su un marchio rappresentativo del loro Paese e della <strong>creatività nostrana</strong>, di cui un tempo si poteva andar fieri.</p>
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		<title>Un&#8217;operazione&#8230;di facciata</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Jul 2011 08:36:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Firenze. Basilica di San Lorenzo. Da 500 anni l'opera voluta da Leone X è rimasta incompiuta, con la facciata spoglia del rivestimento in marmo ideato a quel tempo da Michelangelo. Ora il sindaco Matteo Renzi ha proposto di portare a compimento l'opera voluta dal gran maestro Buonarroti. La decisione ultima sarà tuttavia rimessa ai fiorentini tramite un referendum...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-71410" title="sanlor" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/sanlor.jpg" alt="" width="356" height="261" />Il cantautore<strong> Odoardo Spadaro</strong> definì <strong>Firenze</strong>, in una delle sue più celebri canzoni, <strong>‘città d’ingegni arditi’</strong>, e l’ultima proposta lanciata dal sindaco <strong>Matteo Renzi</strong> sembra dargliene ragione.<br />
Il primo cittadino del comune gigliato ha infatti avanzato l’ipotesi di completare la facciata michelangiolesca della <strong>Basilica di San Lorenzo</strong>, rimasta <strong>incompiuta dagli inizi del ‘500</strong>.<br />
Nel rispetto però dell’<strong>antica tradizione democratica della repubblica medicea</strong>, la decisione riguardo tale intervento, dovrebbe essere rimessa ai concittadini a mezzo di un <strong>referendum popolare</strong>: volete voi che il prospetto della suddetta basilica venga perfezionato, secondo le indicazioni di <strong>Mastro Michelangelo Buonarroti</strong>?<br />
Nonostante il <strong>periodo vacanziero</strong> distolga l’attenzione da<strong> certi ‘urgenti e gravosi’ problemi</strong>, il quesito già divide i fiorentini e insieme a loro anche gli storici dell’arte e molti nomi del mondo della cultura. Tra questi c’è già chi ha preso una posizione, a cominciare da <strong>Antonio Paolucci</strong>, ex ministro dei Beni Culturali, ex soprintendente al Polo Museale fiorentino, nonché attuale direttore dei Musei Vaticani: &#8220;Lasciamo stare ser Filippo Brunelleschi&#8221;, così titola la nota con cui ha voluto esprimere la sua contrarietà alla proposta del Renzi, giudicandola “fuori tempo e controsenso”. L’architetto <strong>Paolo Portoghese</strong>, entusiasta, parla invece di “opera eroica”.<br />
In molti sembra tuttavia propendere l’<strong>affetto sincero</strong> per quell’aspetto dismesso e ruvido, che in parte stona con i marmi lisci e solenni degli altri edifici circostanti. L’incompiuto, il difetto della<strong> Basilica di San Lorenzo</strong>, la rende del resto unica e incantevole nella sua imperfezione, arrecandole forse ancor maggior fascino e austerità, come quello che può destare uno <strong>strabismo di Venere</strong> su un volto femminile.<br />
Nelle sue mura risuona inoltre l’eco di nomi illustri della nostra storia dell’arte: da quello di<strong> Filippo Brunelleschi</strong>, architetto che progettò l’ampliamento dell’originale struttura, a quello di <strong>Michelozzo</strong> suo erede, fino all’altisonante <strong>Donatello</strong>, che decorò con i suoi dipinti l’interno della basilica, e <strong>Michelangelo</strong>, cui venne dato il compito da <strong>papa Leone X Medici </strong>di realizzare la facciata.<br />
Il mancato completamento dell’opera rappresenta una<strong> testimonianza storica</strong> di quel che avvenne nel lontano <strong>1518</strong>: la <strong>sopraggiunta mancanza di fondi</strong> e la <strong>complessità nell’approvvigionamento dei materiali</strong>, distolsero dall’abbellimento della facciata, per preferire invece l’arricchimento decorativo interno. Ne risultò così uno <strong>scenografico contrasto</strong> tra l’<strong>essenzialità esterna</strong> e la <strong>bellezza rinascimentale interna</strong>, che divenne una piacevole peculiarità di San Lorenzo, capace di attrarre tutt’oggi.<br />
Non dubitiamo che l’idea partorita dalla mente geniale di Michelangelo per il rivestimento della basilica fosse stata da meno, anzi: a sincerarci dell’ennesima meraviglia di cui sarebbe stato capace uno dei maggiori talenti che la nostra cultura ricordi è la testimonianza dei <strong>due modelli in legno</strong> attualmente conservati al <strong>Museo di Casa Buonarroti</strong>. E’ partendo proprio da questi bozzetti che nel <strong>2007</strong> è stato possibile proiettare su San Lorenzo una simulazione della facciata progettata dal Buonarroti e mai stata realizzata.<br />
Questi tentativi di far vivere quel che mai ha visto la luce, servono probabilmente a ricordare che <strong>la storia non è fatta di ‘se’ e di ‘ma’, ma di pieni e di vuoti</strong>, come il <strong>gusto rinascimentale</strong> insegna.<br />
E, tornando ai nostri giorni, il sindaco Renzi necessiterà di <strong>2, 5 milioni di euro</strong> per compiere l’incompiuto, facendo probabilmente affidamento sul sostegno dei privati, operazione cui probabilmente Leone X non pensò ai suoi tempi.</p>
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		<title>Ricchi premi (letterari) e cottillons</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jul 2011 09:37:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Pisa Roberta</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tanti, forse troppi i concorsi letterari in Italia: se ne contano più di 1.800 e all'elevato numero non corrisponde sempre il medesimo livello qualitativo. C'è chi ne biasima l'eccessivo ricorso che se ne fa, per scopi per giunta lontani dalla promozione culturale, ma rappresentano da sempre un'opportunità per gli aspiranti scrittori...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-70857" title="libri" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2011/07/libri1.jpg" alt="" width="383" height="306" />1806</strong>: non facciamo riferimento all’ultimo anno di vita del <strong>Sacro Romano Impero</strong>, né tantomeno ad un <strong>codice segreto</strong>. <strong>1.806</strong> sono invece i <strong>premi letterari annoverati in Italia</strong>, dai più autorevoli ai più piccoli concorsi locali, queste kermesse raggiungono numeri talmente ampi da generare perplessità su qualità e valenza.<br />
Non solo i concorsi di vaga origine, ma anche le grandi manifestazioni, vedono la loro autorevolezza messa in discussione da giurie con liste infinite di membri, che rendono le votazioni poco trasparenti e insinuano dubbi sull’onestà nella scelta dei vincitori.<br />
E’ accaduto anche alle ultime edizioni del prestigioso<strong> Premio Strega</strong>, storico concorso letterario cominciato nel lontano <strong>1947</strong>, nel salotto letterario di<strong> Goffredo e Maria Bellonci</strong>, dove si riunivano gli<strong> &#8220;Amici della Domenica&#8221;.</strong>  Questo è la denominazione con cui si indicano i giurati del Premio annuale, <strong>intellettuali, giornalisti e professionisti</strong>, che hanno però ormai raggiunto quota <strong>400</strong>, un numero enorme che ha dato luogo a molte polemiche, tra cui quella che ravvisa nel folto gruppo la maggior facilità da parte delle<strong> case editrici</strong> di esercitare pressioni nelle valutazioni. L’interesse dei gruppi editoriali di vedere coronata una loro pubblicazione con il Premio è spiegato dalla <strong>forte attenzione mediatica</strong> di cui il concorso gode e che funge inevitabilmente da <strong>spot promozionale per i libri vincenti</strong>.<br />
Questo effetto ‘cassa di risonanza’ è comune anche al<strong> Campiello</strong> e al <strong>Premio Bancarella</strong>, concorsi che sicuramente esercitano un loro <strong>ascendente nelle vendite.</strong><br />
Per quel che attiene i 1.800 meno blasonati premi, c’è chi ne dà un<strong> giudizio positivo</strong>, come <strong>forma di promozione e stimolo alla lettura</strong>, e chi invece li giudica <strong>dispendiosi e strumentali</strong>. Questo è per lo meno il parere negativo espresso da personalità che del settore se ne intendono: <strong>Erri De Luca</strong>, scrittore “vergine” dei contest letterari, o <strong>Ernesto Ferrero</strong>, direttore editoriale del <strong>Salone del Libro di Torino</strong>, che ne denuncia gli elevati costi e la complessità nell’organizzazione, cui non segue l’effettivo impulso alla cultura; c’è poi chi, come lo scrittore <strong>Gaetano Cappelli</strong>, dubita persino della lettura dei testi da parte dei giurati.<br />
Molti di questi concorsi sono infatti promossi da <strong>assessorati locali</strong>, da <strong>associazioni culturali,  fondazioni</strong>, spesso a <strong>scopi promozionali</strong>, non tanto dei concorrenti e della lettura, quanto di sé stessi e del proprio operato, che non sarebbe da biasimare se ne seguisse poi un effettivo riscontro. Accade tuttavia che alcune<strong> gaffe</strong> svelino la poca attenzione nella cura delle manifestazioni, con titoli in concorso sbagliati, scambi di identità, organizzazioni fastose a fronte di qualità scadente dei testi partecipanti o viceversa.<br />
Eppure rappresentano una fetta importante dell’<strong>offerta culturale nel nostro paese</strong> e spesso una <strong>prima vetrina per scrittori emergenti</strong> che aspirano a farsi conoscere o comunque a confrontarsi. Come in ogni ambito ci sarà del buono e dell’ottimo, del cattivo e del pessimo, ma certamente è poi il riscontro del <strong>pubblico</strong> a decretare la riuscita di questi concorsi, che possono ripetersi da<strong> numerose edizioni</strong> o che si dissolvono dopo la prima. Restano tuttavia <strong>occasioni più o meno valide</strong> per chi non ha dimestichezza nel settore, o chi timidamente coltiva la passione per la scrittura senza avere il coraggio o l’opportunità di presentarsi agli editori.<br />
Fare perciò di tutti i 1.806 concorsi un unico fascio da mettere al rogo non è forse l’atteggiamento ideale; essere <strong>selettivi</strong>, invece, conta ed è fondamentale per portare avanti <strong>premi validi</strong> e lasciar estinguere quelli controproducenti alla diffusione di una<strong> cultura di qualità</strong>.</p>
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