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	<title>Tafter &#187; Zandonai Flaviano</title>
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	<description>Cultura è Sviluppo</description>
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		<title>Cosa si intende per imprenditoria sociale? di  Flaviano Zandonai </title>
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		<pubDate>Thu, 16 Aug 2012 11:13:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zandonai Flaviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di ...]]></category>
		<category><![CDATA[Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra i diversi bandi pubblicati da istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che riguardano l’imprenditoria sociale uno in particolare merita attenzione. Non per la sua dimensione economica &#8211; assai ridotta &#8211; e neanche per le opportunità di sviluppo, in quanto si tratta di una call per enti statistici di ricerca. L’interesse risiede nell’oggetto del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-107442" title="elfomilano" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/08/elfomilano.jpg" alt="" width="450" height="287" />Tra i diversi bandi pubblicati da istituzioni locali, nazionali e sovranazionali che riguardano l’imprenditoria sociale uno in particolare merita attenzione. Non per la sua dimensione economica &#8211; assai ridotta &#8211; e neanche per le opportunità di sviluppo, in quanto si tratta di una <strong>call per enti statistici di ricerca.</strong></p>
<p>L’interesse risiede nell’oggetto del bando: la Commissione chiede infatti di<strong> elaborare sistemi informativi in grado di calcolare indicatori sull’impatto economico delle imprese sociali.</strong> Questa richiesta può apparire in controtendenza, se non addirittura controproducente, trattandosi di imprese dove a fare la parte del leone sono gli indicatori di impatto sociale. In realtà la proposta è centratissima, perché tocca uno dei nervi scoperti dell’imprenditoria sociale, ovvero dimostrare, nei fatti, che si tratta di “<strong>vere imprese</strong>” seppur spinte da un diverso driver rispetto a quelle “tradizionali”.</p>
<p>Nella fase storica attuale il raggiungimento di obiettivi sociali, infatti, è possibile solo attraverso l<strong>a generazione di ricchezza economica per l’impresa,</strong> per coloro che vi lavorano e più in generale per tutti i soggetti che a vario titolo vi si relazionano (come peraltro sta imparando a fare l’economia capitalistica trainata da teorizzazioni come quella del “valore condiviso” di Porter e Kramer). In attesa che il bando venga aggiudicato e soprattutto che gli indicatori vengano elaborati e diffusi si possono proporre alcune considerazioni di ordine qualitativo e congiunturale.</p>
<p>Da una parte il <strong>modello di business di molte imprese sociali è in cris</strong>i, soprattutto nel campo della produzione di servizi di welfare per conto della Pubblica Amministrazione. D’altro canto un buon numero di queste stesse imprese è alle prese con <strong>processi di riconversion</strong>e che muovono lungo due assi principali: 1) l’acquisizione di centri di servizio e reti commerciali “chiavi in mano” al posto di una gestione parziale “in conto terzi”; 2) un più deciso orientamento verso i destinatari diretti dei servizi, cercando, per quanto possibile, di stimolare approcci di prosuming, dove gli utenti sono sia clienti che produttori dei beni e dei servizi.</p>
<p>Questa fase di svolta richiede di essere accompagnata, meglio accelerata, grazie a investimenti che realizzino un’innovazione “su misura”, volta cioè a valorizzare le peculiarità di queste imprese. Per questo fa bene la Commissione Europea a chiedere di monitorare indicatori economici, pena il rischio di promuovere un’innovazione, oggi sempre più declinata in senso sociale, che rischia di gassificare in un’aneddotica fine a stessa se non impara “a fare i conti”.</p>
<p>Volete un esempio di impresa sociale? Il Teatro dell&#8217;Elfo di Milano ha assunto lo status giuridico di impresa sociale ai sensi della nuova normativa (legge delega n. 118/05 e successivi decreti) e si è fatto promotore di un <a href="http://www.tafter.it/2012/08/16/milano-convegno-il-tempo-dell%E2%80%99impresa-sociale-una-scelta-di-sostenibilita-per-la-cultura-l11-settembre/">seminario di approfondimento</a> con Legacoop cultura Lombardia e la società editoriale Vita l&#8217;11 settembre a Milano.</p>
<p>Una buona occasione mettere a fuoco opportunità di sviluppo per l’imprenditoria sociale in campo culturale</p>
<p><em>Flaviano Zandonai è segretario di Iris Network</em>, <em>la Rete Nazionale degli Istituti di Ricerca sull&#8217;Impresa Sociale</em></p>
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		<title>“For a better world”, la sfida delle imprese cooperative</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Apr 2012 13:22:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zandonai Flaviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Progetti Internazionali]]></category>
		<category><![CDATA[Responsabilità sociale d'impresa]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[“For a better world”: lo slogan scelto dalle Nazioni Unite per festeggiare il 2012 come anno internazionale della cooperazione non brilla per originalità. Ma se lo si commisura allo stato del pianeta dal punto di vista sociale, economico e ambientale emerge in tutta la sua rilevanza la sfida che le imprese cooperative sono chiamate ad affrontare]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-full wp-image-95194" title="iyclogo" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2012/04/iyclogo.jpg" alt="" width="305" height="265" />“For a better world”</strong>: lo slogan scelto dalle Nazioni Unite per festeggiare il <strong>2012 come anno internazionale della cooperazione</strong> non brilla per originalità. Ma se lo si commisura allo stato del pianeta dal punto di vista sociale, economico e ambientale emerge in tutta la sua rilevanza la sfida che le imprese cooperative sono chiamate ad affrontare per contribuire all’obiettivo di un mondo migliore. Sfida che può essere articolata in almeno due direzioni. La prima consiste nel mettere in luce l’effettivo contributo di queste imprese, guardando all’impatto da loro generato ai vari livelli e nei diversi contesti e verificando così, al di là della retorica, quanto effettivamente sono in grado di migliorare le condizioni socioeconomiche di persone, famiglie, comunità. La seconda declinazione, poco considerata dallo stesso movimento cooperativo, riguarda il sistema delle alleanze all’interno del quale le imprese cooperative intendono agire. Sarebbe infatti velleitario ipotizzare che una sola, specifica forma organizzativa, per quanto orientata nella direzione del bene comune, possa farsi carico di una missione così impegnativa.</p>
<p>La <strong>produzione culturale</strong> potrebbe rappresentare, da questo punto di vista, un <strong>campo di azione davvero rilevante per misurare il contributo della cooperazione</strong>, anche se l’uso del condizionale è dovuto al fatto che finora l’interesse è stato assorbito da agricoltura, credito, consumo, welfare, ovvero da settori che vedono una più massiccia presenza di imprese di questa particolare specie. Eppure la cultura si caratterizza per una radicalizzazione degli elementi di sfida che hanno segnato la modernità e il contemporaneo e che si risolvono, in buona sostanza, in un dualismo tra le istituzioni dello stato e del mercato. Un dualismo che ha lasciato poco spazio per forme diverse, capaci di combinare fattori che nella dialettica dominante paiono inconciliabili: economicità e interesse pubblico, universalismo e qualità, partecipazione ed efficienza. Da una parte l’offerta istituzionale pubblica, al centro di una drammatica crisi di sostenibilità, e dall’altra la produzione mainstream dell’economia capitalista, sempre più polarizzata su modelli standardizzati e globalizzati.</p>
<p>Tutto ciò che rimane è rappresentato come un pulviscolo di organizzazioni “terze” &#8211; non a caso variamente denominate “terzo settore”, “non profit”, ecc. &#8211; che soprattutto in campo culturale non sembrano in grado di configurarsi come un comparto unitario&#8230;</p>
<p><em>Leggi l&#8217;articolo completo su<a href="http://www.csrcultura.it/2012/04/11/%E2%80%9Cfor-a-better-world%E2%80%9D-la-sfida-delle-imprese-cooperative/"> Culture in Social Responsibility</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Povero terzo settore…di  Flaviano Zandonai </title>
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		<pubDate>Thu, 25 Nov 2010 15:21:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Zandonai Flaviano</dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di ...]]></category>
		<category><![CDATA[Economia]]></category>
		<category><![CDATA[Finanziamenti]]></category>
		<category><![CDATA[Politica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il terzo settore è in piena mobilitazione per salvare il salvabile dai tagli lineari della legge di stabilità. Una misura su tutte è al centro della protesta: il ridimensionamento del “5 per mille”. E’un pasticciaccio brutto: chi taglia oggi, il Ministro Tremonti (anche lui nega), è l’inventore di questo strumento innovativo che consente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-52177" title="people" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/11/people.jpg" alt="" width="275" height="183" />Il terzo settore è in piena mobilitazione per salvare il salvabile dai tagli lineari della legge di stabilità. Una misura su tutte è al centro della protesta: il ridimensionamento del “5 per mille”. E’un pasticciaccio brutto: chi taglia oggi, il Ministro Tremonti (anche lui nega), è l’inventore di questo strumento innovativo che consente ai cittadini italiani di devolvere il cinque per mille del proprio reddito a organizzazioni non profit. E per di più si tratta di risorse che i cittadini avevano già deciso di destinare.<br />
Una doppia beffa quindi: per chi ha devoluto e soprattutto per chi contava su queste entrate economiche, in particolare organizzazioni associative e volontaristiche. Ben venga dunque la mobilitazione, anche perché farà da cartina tornasole sull’unità di intenti di un settore che spesso brilla per frammentarietà. Chissà che un’azione di lobby su un tema così specifico, e dai risvolti drammatici, non aiuti a rifondare la rappresentanza, rendendola più propositiva in sede di policy making. Quel che serve infatti è un’agenda che vada ben oltre le operazioni di salvataggio, dove sia evidente il contributo (soprattutto quello “in kind”) apportato dallo stesso settore non profit.<br />
Meglio essere realistici: le politiche redistributive, come il cinque per mille, prestano il fianco ai tagli, soprattutto in questo periodo. Meglio proporre incentivi che siano generativi di ulteriori risorse attraverso la ricerca del famoso, ma spesso poco cercato, effetto leva. Un esempio? Il federalismo demaniale ha trasferito una quota significativa di asset immobiliari a enti pubblici locali. Non si potrebbe chiedere che un “per mille” di questo patrimonio sia affidato a organismi non profit perché lo ristrutturino destinandolo a finalità sociali? Le buone prassi non mancano. Per averne conferma basta sfogliare il catalogo del padiglione Italia alla recente Biennale di Architettura.</p>
<p><em>Flaviano Zandonai è Segretario generale di Iris network</em></p>
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