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	<title>Tafter &#187; Agusto Giulia</title>
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	<description>Cultura è Sviluppo</description>
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		<title>Wildside e il punto di incontro tra cinema, territorio e televisione di  Giulia Agusto </title>
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		<pubDate>Thu, 20 May 2010 13:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Evoluzioni nel settore dell’audio-visivo. Ora per affrontare la crisi del settore l’indirizzo è verso strategie di fusione di operatori attivi in ambiti diversi seppur contigui, come cinema e televisione. Questo il senso della costituzione della Wildside voluta da Steve Della Casa, presidente della Torino Piemonte Film Commission. Una decisione i cui effetti saranno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-37669" title="onair" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/05/onair.jpg" alt="" width="204" height="182" />Evoluzioni nel settore dell’audio-visivo. Ora per affrontare la crisi del settore l’indirizzo è verso strategie di fusione di operatori attivi in ambiti diversi seppur contigui, come cinema e televisione. Questo il senso della costituzione della Wildside voluta da Steve Della Casa, presidente della Torino Piemonte Film Commission. Una decisione i cui effetti saranno evidenti solo in futuro, ma collocata in un quadro di politiche, quali quelle piemontesi, che hanno finora mostrato una grande lungimiranza e successo nel campo della produzione di film e fiction ospitati su territorio regionale.  Questi hanno infatti ben cavalcato la tendenza del pubblico a preferire una produzione nazionale di qualità a produzioni estere, per via delle caratteristiche di radicamento nella società e cultura locale per la quale lo spettatore prova un forte senso di appartenenza. Tra l’altro, il vero successo non si è registrato solo in termini di incremento dell’immagine positiva del territorio presso l’opinione pubblica, ma ha prodotto un effettivo aumento di addetti nel settore e del fatturato.<br />
In un settore costituito prevalentemente da piccole e medie imprese, questo tipo di strategia fa ben sperare per un consolidamento sia verticale che orizzontale. Tanto più che si muove in contro-tendenza rispetto alla progressiva diminuzione di società fornitrici di fiction, passate da 46 nel 2006 a sole 36 nel 2008.<br />
Più che altro si tratta di capire quanto essa, oltre a voler esprimere e pubblicizzare il valore del territorio di riferimento, sia una buona occasione per identificare nuove strategie di posizionamento e soprattutto quanto possa proporre strategie di ingresso in mercati in piena evoluzione quali sono i settori della televisione digitale e degli ambienti multicanale.</p>
<p><em>Giulia Agusto è co-direttore di Tafter Journal</em></p>
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		<title>Arte e inclusione sociale</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 08:00:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La produzione artistica e culturale, grazie al notevole impatto che può produrre sull’agire quotidiano, rivela spesso una matrice di tipo sociale. Non di rado essa prevede interventi di inclusione sociale, tra i quali particolare interesse assumono iniziative che prevedono il coinvolgimento attivo di portatori di handicap o altre modalità di integrazione...
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-35648" title="disabile" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/04/disabile.jpg" alt="" width="296" height="238" />Se le iniziative per disabili in qualità di pubblico sono numerose, meno numerosi sono i casi che  vedono i <strong>disabili protagonisti dell’atto creativo</strong>. Ultimo in ordine di tempo un progetto interessante che, attraverso la fruizione artistica, permette di acquisire maggiore consapevolezza degli stereotipi sugli handicap. Parliamo di <strong>«Deaf Drums Road»</strong>, un gruppo musicale romano composto unicamente da <strong>musicisti sordi</strong>. La loro ultima esibizione, è stata premiata da un lungo applauso, con le mani in alto che vibravano come nel linguaggio dei segni, nel corso della premiazione del progetto «Global junior challenge» 2009. Sembra un ossimoro: musicisti sordi. Ebbene, non è così. Il gruppo, fondato all’interno del Convitto per Sordi a Roma dall’ideatore <strong>Sergio Quarta</strong>, riunisce percussionisti non udenti appositamente formati, attraverso un’originale tecnica, al ritmo musicale. Di che si tratta? Far corrispondere ad un passo di una camminata, un colpo con la mano, in modo da costruire un ritmo regolare su cui innestare le performance musicali. Il risultato dà ragione all’ideatore: non solo esibizioni dal vivo, ma anche corsi specifici per chi ha difficoltà uditive. Un modo per avvicinare alla musica, ma anche per fare gruppo, per socializzare e per divertirsi.<br />
Altri eventi con analoghe caratteristiche hanno luogo anche in altre regione, orami da anni. E’ il caso del <strong>“Festival Internazionale delle Abilità Differenti” </strong>organizzato a Carpi, ma con eventi anche a Bologna, Modena e Correggio. “Fatti di verità” è il titolo dell’appuntamento, giunto ormai alla sua dodicesima edizione, e previsto per la primavera di quest’anno. Spettacoli dal vivo, mostre, laboratori e convegni in cui i protagonisti sono i disabili che utilizzano quale mezzo di espressione l’arte declinata in tutte le sue accezioni. A Bergamo analoga iniziativa, il <strong>Festival Arte e Disabilità</strong>, si propone di abbattere steccati e limiti di qualunque sorta per un pieno coinvolgimento di artisti afflitti da handicap.<br />
Una ricerca effettuata in Australia specificamente sugli artisti disabili fornisce dati interessanti in tal senso. Ben il 10% di artisti professionisti convive con un problema di disabilità, e di questi i 2/3 ha una disabilità fisica, mentre il restante una disabilità mentale. I settori artistici più rappresentati sono le arti visive e la composizione musicale, rispettivamente 17% ed il 16%, mentre una minoranza, pari al 3%, è rappresentata da ballerini e coreografi. Sebbene per gli artisti interrogati la propria disabilità non produce ostacoli di enorme peso sulla propria possibilità di impegnarsi in campo artistico, essa sembra però produrre effetti in termini di possibilità di guadagno. Le statistiche evidenziano uno iato piuttosto elevato tra entrate prodotte da artisti normodotati e guadagni di artisti disabili. Questi ultimi registrano un guadagno annuo pari a 17.200 Dollari rispetto ai 25.400 degli artisti normodotati. I disabili che lavorano in campo artistico registrano anche periodi di temporanea disoccupazione o inattività più lunghi rispetto agli altri. Un dato che fa riflettere sull’ideazione di strumenti sociali specifici a supporto.<br />
In Italia non esistono statistiche precise che fotografano il settore dal punto di vista della produzione, ma ci informano piuttosto delle abitudini culturali dei consumatori con disabilità i quali sono tendenzialmente meno numerosi rispetto alle persone senza disabilità. Il 30% di persone con disabilità legge quotidiani quasi tutti i giorni, rispetto ad un 33% di persone non disabili nella fascia di età inferiore ai 44 anni;  il 48% di disabili ascolta la radio rispetto ad un 65% delle persone senza disabilità; il 26% di disabili di età inferiore ai 44 anni si è recato al cinema, al teatro o a vedere spettacoli vari negli ultimi 12 mesi, a fronte del 32% delle persone senza disabilità; il 33% delle persone con disabilità legge libri. Anche in questo caso politiche sociali più attente ed iniziative ideate da, e non solo dedicate ai portatori di handicap potrebbero produrre effetti di maggiore coinvolgimento.</p>
<p><strong>Riferimenti</strong><br />
<a href="http://www.corriere.it/">http://www.corriere.it/</a><br />
<a href="http://www.handicapincifre.it">http://www.handicapincifre.it</a><br />
David Throsby and Virginia Hollister, Don&#8217;t give up your day job, Australia Council, 2003 disponibile su <a href="http://www.australiacouncil.gov.au">www.australiacouncil.gov.au</a></p>
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		<title>Cinesicilia e sviluppo del mercato audiovisivo di  Giulia Agusto </title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 10:54:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo mesi di ritardi, bracci di ferro e blocchi burocratici, è stato finalmente nominato il Consiglio d’Amministrazione di Cinesicilia Srl, costituita nel 2008 per favorire lo sviluppo del cinema nella Regione. Cinesicilia, ambita società regionale che può contare su fondi pari a 60 milioni provenienti dall’Accordo di Programma Quadro Sensi contemporanei del 2005, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-35309" title="agrodolcetv" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/04/agrodolcetv.jpg" alt="" width="150" height="150" />Dopo mesi di ritardi, bracci di ferro e blocchi burocratici, è stato finalmente nominato il Consiglio d’Amministrazione di Cinesicilia Srl, costituita nel 2008 per favorire lo sviluppo del cinema nella Regione. Cinesicilia, ambita società regionale che può contare su fondi pari a 60 milioni provenienti dall’Accordo di Programma Quadro Sensi contemporanei del 2005, per il quale è stato sottoscritto dalla Regione Sicilia il II atto integrativo sullo sviluppo dell&#8217;audiovisivo, ha, tra l’altro, finanziato, con la cifra di 4 milioni di Euro, l’ultimo film di Giuseppe Tornatore “Baarìa”.<br />
A dire il vero, la società ad intera partecipazione regionale, ha registrato polemiche e critiche. Molti infatti gli imprenditori del settore che tra il 2008 e il 2009, pur considerati aventi diritto di finanziamenti, a rendicontazione conclusa, non hanno ancora ricevuto i fondi. Piuttosto travagliato anche il destino della soap opera siciliana “Agrodolce”, finanziata per ulteriori 20 milioni di Euro dalla società regionale, ed interamente girata a Termini Imerese. I lavori sono stati bloccati più volte, le maestranze sono scese in piazza, sollecitando l’intervento della Regione, che ha predisposto uno stanziamento pari a 25 milioni di euro in due anni. Solo che, per il momento, la sospensione prosegue, e quello che doveva essere un importante centro di produzione cinematografica nel Sud Italia, inaugurato con la produzione di questa fiction, ha ancora un destino poco chiaro.</p>
<p>Ora con Davide Rampello, neo nominato presidente del CdA, presidente della Triennale di Milano dal 2003, una lunga esperienza di manager nel settore dell’audiovisivo alle spalle, che sarà affiancato da Fabio Granata, già assessore regionale a Turismo e Cultura, e Francesco Tornatore, fratello del regista Giuseppe Tornatore, probabilmente ci saranno iniezioni di managerialità più consistenti, magari con l’obiettivo di attuare interventi di tipo imprenditoriale ed occupazionale sull’isola attraverso lo sviluppo della filiera dell’audiovisivo. Gli obiettivi ambiziosi ci sono tutti, inclusa la volontà di costituire una nuova Cinecittà presso i Cantieri culturali della Zisa di Palermo. Il modello Piemonte è stato richiamato. Si spera di ottenere analoghi risultati sia per il marketing turistico dell’isola, che per l’evoluzione di professionalità nel settore…</p>
<p><em>Giulia Agusto è co-direttore di Tafter Journal</em></p>
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		<title>Nuova editoria per nuovi lettori?</title>
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		<pubDate>Tue, 06 Apr 2010 09:06:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un'indagine Istat rivela che il numero di lettori in Italia sta aumentando notevolmente. Ma cosa si legge e come si stanno evolvendo le abitudini di lettura? La fruizione dei contenuti sta cambiando, così come si sta trasformando anche la figura stessa del lettore. Complici, le nuove tecnologie...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-34869" title="libreria" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/04/libreria.jpg" alt="" width="225" height="325" />Quali sono le sembianze del lettore italiano? Cosa legge e come si evolvono le abitudini di lettura? Probabilmente il luogo comune secondo cui la lettura è un mondo poco frequentato, ed in Italia ci sono molti più aspiranti scrittori che lettori, non è più così vero come si pensa. A leggere le statistiche fornite dall’ultima rilevazione sulla lettura effettuata dall’Istat, il quadro non sembra poi così fosco. A quanto pare, l’hobby della lettura appassiona sempre più italiani. Secondo i dati relativi al 2009 il numero di lettori è aumentato di mezzo milione rispetto all’anno precedente.<strong> I lettori sono pari ad 45,1 %, vale a dire 25 milioni di persone</strong>, 20 milioni dei quali  in possesso di un titolo di studio elevato.<br />
A giudicare dal successo riscosso dalla manifestazione <strong>“Libri come”,</strong> evento ospitato lo scorso fine settimana a Roma all’Auditorium Parco della Musica, che ha registrato presenze pari a 41 mila spettatori, i lettori non sono solo passivi fruitori del libro, ma partecipano molto attivamente agli eventi che hanno a tema la lettura (festival, saloni dedicati all’editoria, reading). Sembra tra l’altro che iniziative di questo genere fanno aumentare e rendere più costante il rapporto con la lettura stessa. In questo caso, una così forte partecipazione di pubblico evidenzia un elemento che probabilmente non è stato finora sufficientemente indagato: i lettori costituiscono una particolare categoria di “consumatori” caratterizzata da forte senso critico ed una crescente consapevolezza del mercato del libro. Non è un caso che un elevato gradimento all&#8217;interno della kermese sia stato ricevuto dagli incontri “meno tradizionali” e più lontani dalla celebrazione della figura dello scrittore e del suo lavoro; affollati, al di là di ogni più rosea aspettativa, sono state le conferenze dedicate ad argomenti apparentemente per addetti ai lavori come quelle dedicate alla formazione del prezzo di copertina o al lavoro del libraio. Segno che l’interesse non si ferma più solo alla lettura, ma si estende al &#8220;dietro le quinte&#8221; della produzione letteraria, e agli aspetti più prettamente operativi legati all’industria editoriale.<br />
Ma, a voler indagare più a fondo le dinamiche che il settore vive, non si può non considerare il cambiamento delle modalità di fruizione di contenuti. Se per capire come si evolveranno in Italia le abitudini di lettura di libri attraverso nuovi strumenti tecnologici come <strong>Kindle e iPad</strong>, si dovrà aspettare ancora un po’ (negli USA Amazon ha registrato a Natale il sorpasso delle vendite di e-book su libri cartacei), si può affermare che è già cambiata la fruizione dell’editoria quotidiana. Cambiamenti che hanno incrementato la crisi che vive sia l’editoria quotidiana che quella periodica e specializzata. Una crisi aggravata anche da vari provvedimenti legislativi, tra i quali, ultimo in ordine di tempo, un <strong>decreto che prevede di eliminare le tariffe agevolate per l’editoria</strong> sulle spedizioni in abbonamento di quotidiani e periodici. Si tratta, secondo gli interessati, di un forte ridimensionamento degli unici contributi indiretti che supportano il canale distributivo degli abbonamenti, in Italia tradizionalmente in affanno. Una decisione che si tradurrebbe in una <strong>perdita pari a</strong> <strong>200 milioni di euro</strong> per un settore che ha vissuto pericolose emorragie dovute alla congiuntura economica negativa.<br />
Il trend, a meno di inversioni di tendenza, è chiaro: <strong>i lettori di informazione quotidiana non sono diminuiti, ma è la fruizione ad esser cambiata</strong>. Meno carta stampata e più computer e telefonino per leggere ed aggiornarsi in tempo reale. Effettivamente, come ammonisce Timothy Egan, esperto di media dell&#8217;Herald Tribune, il vero paradosso che viviamo è che &#8220;è in crisi il formato dei quotidiani, non la sostanza&#8221;. Sebbene la strada non sia ancora tracciata, e probabilmente andranno trovati nuovi modelli economici che tengano in considerazione le novità in corso, è lecito pensare che la convergenza di differenti media non può che portare benefici in termini di incremento della abitudini di lettura.<br />
<strong>Riferimenti:</strong><br />
<a href="http://www.auditoriumroma.it/">www.auditoriumroma.it</a><br />
<a href="http://www.aie.it/">www.aie.it</a><br />
<a href="http://www.repubblica.it/">www.repubblica.it</a></p>
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		<title>Sway – Il richiamo irresistibile dell’irrazionale</title>
		<link>http://www.tafter.it/2010/03/16/sway-%e2%80%93-il-richiamo-irresistibile-dell%e2%80%99irrazionale/</link>
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		<pubDate>Tue, 16 Mar 2010 18:25:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Questo volume, scritto a quattro mani da due fratelli, l’uno specializzato in psicologia, l’altro in gestione aziendale, si inserisce, sebbene con un taglio volutamente più divulgativo, nel filone di studi relativo al campo dei processi decisionali e delle interferenze irrazionali che possono influenzarli, soprattutto in campi dove si presume funzioni la totale e piena razionalità...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-33823" title="sway" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/03/sway.jpg" alt="sway" width="157" height="251" />Un affascinante viaggio nelle varie forme di correnti sotterranee che tendono ad influenzare le modalità di decisioni e comportamenti, il volume offre una disanima delle principali cause che producono comportamenti irrazionali.<br />
Il &#8220;pregiudizio della diagnosi&#8221;, ovvero etichettare una persona o una situazione ignorando completamente gli elementi che contraddicono la diagnosi stessa; &#8220;avversione alla perdita&#8221;, ovvero le decisioni prese sulla base del timore di qualunque perdita; &#8220;attribuzione di valore&#8221;, ovvero il giudizio basato esclusivamente sulle caratteristiche percepite in occasione del primo contatto, sono ulteriori cause che portano a prendere decisioni non razionali e a comportarsi di conseguenza. Nel primo caso, paradossalmente ed irrazionalmente, si tende a dare maggiore enfasi alla perdita di quanto se ne dia alla gioia derivante da un’acquisizione (o conquista), nonostante non ci sia alcuna prova che suffraghi l’idea che ciò, da un punto di vista propriamente economico, sia davvero conveniente. Se a questa forza psicologica irrazionale se ne aggiunge un’altra, definita dall’autore come “obbligo alla coerenza”, che costringe a rimanere nella posizione iniziale, si avvia il processo che conduce a fallimento a catena, &#8220;a scavarsi una buca sempre più profonda&#8221; in cui si finirà per seppellirsi.<br />
Non basta. Come si spiegano i vari e numerosi casi che portano perfetti ciarlatani a divenire guru richiestissimi, ed al contrario professionisti di valore ad un assoluto e mancato riconoscimento? Come mai siamo portati a non riconoscere il valore di un famoso violinista, in caso questi si esibisca in una stazione della metropolitana? Si spiega attraverso un fenomeno noto sotto il nome di “attribuzione di valore”. Nel caso appena citato, infatti, se l’esecuzione avviene nella metropolitana, come nel caso di un noto esperimento, la gran parte delle persone  vi attribuisce un valore basso solo perché la performance avviene in un posto dove solitamente si esercitano perfetti dilettanti. Quando è in atto questa corrente, sia in senso positivo che in senso negativo, essa può davvero farci attribuire qualità positiva a situazioni, persone o cose che non ne hanno, e portarci a sottovalutare del tutto, evitando di riconoscerne il valore, ciò che ha invece semplicemente una cornice modesta.<br />
La conseguenza più sconcertante di questo fenomeno è che si ignora qualunque segnale e qualunque informazione possa modificare il giudizio che ci si è ormai formati. Questo fenomeno comune, ribattezzato dagli autori “pregiudizio della diagnosi”, fa in modo che la prima impressione che ci si è fatti di qualcosa sia difficilmente modificabile anche in presenza di dati evidenti che dovrebbero metterla in crisi. In alcuni casi questo tipo di scorciatoie funziona perchè ci permette di catalogare la gran mole di informazioni che riceviamo; se però, ad essa non si associa la capacità di accogliere le informazioni rilevanti, le informazioni che fanno davvero la differenza, si può andare incontro ad errori di valutazione madornali.<br />
Se queste situazioni sono così frequenti, se è vero che siamo preda di forze irrazionali anche laddove siamo convinti funzioni la razionalità pura, cosa  fare per limitare i danni? A detta degli autori, basterebbe esserne consapevoli, prendere a modello Ulisse che, sapendo di essere vulnerabile al canto delle sirene, si fece legare all’albero della nave; detto in altre parole: essere consapevoli che esiste un grande potenziale di irrazionalità che governa le nostre scelte può bastare a farci procedere in maniera più cauta e ferma.</p>
<p><strong>Sway – Il richiamo irresistibile dell’irrazionale</strong><br />
O. Brafman – R. Brafman<br />
Nuovi Mondi, Modena, 2009<br />
Euro 12,00<br />
ISBN: 8889091614</p>
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		<title>Giornalismo partecipativo</title>
		<link>http://www.tafter.it/2010/02/10/giornalismo-partecipativo/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Feb 2010 15:25:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Un’analisi lucida di come il giornalismo sia stato profondamente modificato dall’avvento del medium internet dà conto di come su questo mezzo convivano diversi “media personali di massa”. C'è chi parla di democratizzazione dell'informazione, chi di impoverimento delle notizie...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Storia critica dell’informazione ai tempi di Internet</strong></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-32053" title="Giornalismopartecipativo" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/02/Giornalismopartecipativo-204x300.jpg" alt="Giornalismopartecipativo" width="204" height="300" />Sin dalla sua origine Internet ed il giornalismo si sono intrecciati ed influenzati a vicenda. Il presente volume fornisce un’analisi lucida di come il giornalismo sia stato profondamente modificato dall’avvento del medium Internet, e dà conto di come su questo mezzo convivano diversi “media personali di massa”. In questo quadro diventa interessante indagare l’emergere di una comunicazione di tipo “orizzontale” all’interno della quale si muovono i cosiddetti “media personali di comunicazione di massa” che offrono la possibilità di far convergere differenti forme di comunicazione (tv, Internet, telefonia).<br />
Decongestionare e rigenerare l’informazione, ed anche salvaguardarne la biodiversità, sembrano essere i veri vantaggi interni della moltiplicazione dei media. Una sorta di “nebulosa informativa”, per dirla con l&#8217;autore, che per alcuni versi può essere considerata come una forma di democratizzazione dell’informazione e che, per altri, si basa sul riconoscimento tra i pari. In molti dei casi più noti di blog di informazione, è infatti l’autorevolezza professionale a fare la differenza e ad essere l’indicatore più efficace anche in termini di seguito di lettori. La rete infatti permette l’uso libero delle tecnologie consentendo di scalfire la concentrazione editoriale e di far circolare una serie di informazioni e notizie non più filtrate dal mainstream.<br />
Se il giornalismo su carta e sui media tradizionali mostra segni di cedimento, o comunque una diffusa sfiducia da parte dei lettori, il giornalismo informatico si è invece sempre più consolidato ed è divenuto fonte di informazione naturale per molti. L’evoluzione digitale ha permesso che si aprisse la strada ad un sistema di offerta delle informazioni sempre meno generalista e sempre più tematico.  Nei casi migliori si è recuperato il senso primario del giornalismo quale mezzo per veicolare informazioni invece che fornire mere comunicazioni. Se in alcuni casi, come anche affermato da testimoni privilegiati che hanno visto nel corso degli anni gli enormi cambiamenti che si sono susseguiti nel campo dell’informazione, è vero che all’accuratezza, alla capacità di ricerca di informazioni, alla capacità di offrire un’analisi rispetto ai fenomeni che si presentano, si è sostituita sciatteria, approssimazione ed un generale abbassamento del livello di contenuti, è altrettanto evidente che questa funzione risulta più comune nei media non tradizionali</p>
<p>In questo quadro è proprio il web 2.0 a dare sempre maggiore spazio alla società civile, alle associazioni, alle Ong, permettendo a ciascuno di esprimere la propria voce, ampliando la loro presenza nel mondo dell’informazione. Un altro fenomeno, a questo strettamente connesso, è  la nascita di una serie di strumenti di produzione di informazioni a cura delle stesse organizzazioni che hanno operano in un determinato settore specifico. Sono le varie associazioni spesso a produrre media autonomi che sono una sorta di gemmazione della casa-madre. Si tratta di  prodotti editoriali che interpretano un’esigenza precisa che, è tanto più efficacemente ed ampiamente soddisfatta, quanto più l&#8217;organizzazione-madre è consapevole del settore di appartenenza ed in grado di reperire più agilmente le informazioni relative, di organizzare l&#8217;informazione in modo coerente e chiaro e di intercettare il pubblico più adatto a seguirle. Si tratta di casi molto interessanti di “mediattivismo” che presentano estrema professionalità da un punto di vista giornalistico e notevoli capacità di sfruttare le opportunità offerte dalla rete.<br />
Il senso della pubblicazione è probabilmente contenuto nell&#8217;assunto secondo cui lo spazio personale di ciascuno ha senso solo se questo si mette in rapporto con gli altri, con altri siti, altri blog, altri giornalismi. E’ questa la vera novità di una conversazione di tipo orizzontale.</p>
<p>Giornalismo partecipativo. Storia critica dell’informazione al tempo di Internet<br />
di Gennaro Carotenuto<br />
Nuovi Mondi Euro 12<br />
ISBN 9788889091715</p>
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		<title>Creatività in rete</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Jan 2010 13:13:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Creatività]]></category>
		<category><![CDATA[Internet]]></category>
		<category><![CDATA[Legislazione]]></category>
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		<description><![CDATA[Cosa succede nel mondo del web? È solo una questione relativa al tema dei diritti d’autore o c’è dell’altro? La discussione animata e vivace è stata negli ultimi tempi avvistata dall’autorevole testata giornalista de “Il sole 24 ore” quasi a sancire una sorta di “istituzionalizzazione” del dibattito...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img class="alignleft size-medium wp-image-31004" title="computer" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2010/01/computer-300x220.jpg" alt="computer" width="300" height="220" />Cosa succede nel mondo del web in merito al tema della libera espressione?</strong> È solo una questione relativa al tema dei diritti d’autore o c’è dell’altro? La discussione animata e vivace è stata negli ultimi tempi avvistata dall’autorevole testata giornalistica de “Il Sole 24 ore”, che ha sancito una sorta di “istituzionalizzazione” del dibattito.<br />
Effettivamente il settore della creatività, e <strong>le questioni connesse alla tutela della libera espressione e del diritto degli autori</strong>, non poteva non risentire della valanga di nuovi strumenti, linguaggi e modalità di produzione e consumo di contenuti.<br />
La vera scossa è stata data da uno dei pionieri e precursori dell’uso libero della rete, <strong>Jaron Lanier</strong>, il quale ha recentemente pubblicato un libro molto provocatorio e contro-corrente sui temi della libera espressione.<br />
Stiamo infatti parlando di chi ha inventato il termine “realtà virtuale” ed ha, in tempi non sospetti, previsto il diffondersi libero e auto-regolato di opportunità di scambio di saperi e di espressioni, soprattutto per coloro i quali costituiscono la cosiddetta “classe creativa” (artisti, scienziati ed ingegneri). Adesso, questa la posizione di Lanier, si avverte chiaro il rischio che il fenomeno dilagante di blog, forum, siti di partecipazione collettiva – ivi inclusi motori di ricerca ed enciclopedie a libera partecipazione -  possa abbassare il livello qualitativo e sfuggire a controlli in merito al rigore dei contenuti.<br />
Il <strong>vantaggio della partecipazione aperta</strong> risiede nella possibilità offerta a chiunque di dire la propria; il <strong>pericolo </strong>è che si riversino in rete presunti contenuti di valore, quando viceversa, essi attingono ad altri autori ed, in questo modo, attentano alla creatività del singolo produttore di contenuti. In questo quadro anche la questione relativa alla <strong>pirateria intellettuale</strong> assume un peso non trascurabile e tale da necessitare interventi per regolare la materia.<br />
Dal punto di vista di un autore &#8211; è questa la tesi interessante propugnata recentemente da molti osservatori del mondo delle tecnologie digitali e di libera, o meno, condivisione -, creare una qualunque opera di ingegno che corra il rischio di essere banalmente messa in rete, fatta circolare e fruita da un vastissimo pubblico, senza che l’autore principale ne sia consapevole pienamente o senza che egli abbia dato autorizzazione alla libera fruizione, può compromettere l’impegno creativo stesso. In ogni caso, è certificato il danno causato dal fenomeno della pirateria al settore della creatività ed al relativo mercato. Solo nel campo musicale, ad esempio, da una recente indagine condotta dall&#8217;Ifpi emergono tendenze piuttosto chiare: le mutate modalità di accesso hanno influenzato gli acquisti e le vendite facendo registrare un crollo verticale. Da una parte, il mercato digitale è  cresciuto in misura vertiginosa e, a partire dal 2004, ha totalizzato un aumento del 940%  delle vendite on – line, dall&#8217;altra, ciò non ha corrisposto ad un riequilibrio delle perdite a livello totale che hanno invece mostrato, negli ultimi cinque anni, una crollo del 30%.<br />
La questione <strong>dei vantaggi e degli svantaggi legati al libero consumo della creatività in rete</strong> è sicuramente aperta; ciò che merita particolare attenzione è la questione relativa alla libertà di fruizione di contenuti creativi strettamente connessa ad una uguale libertà di vivere dei vantaggi derivanti dall’atto di creazione artistica.</p>
<p><strong>Riferimenti:</strong><br />
<a href="http://www.ilsole24ore.com/">www.ilsole24ore.com</a></p>
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		<title>Strategie di marketing per il teatro di Giulia Agusto</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 11:01:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di ...]]></category>
		<category><![CDATA[Management]]></category>
		<category><![CDATA[Teatro]]></category>

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		<description><![CDATA[Buone notizie sul fronte del teatro e della ricerca di nuovi pubblici. Alcune iniziative fanno ben sperare che anche i teatri pubblici comincino a diventare abili nell’uso di strategie di marketing più consapevoli.  Un paio di esempi: il Teatro Pubblico Pugliese offre biglietti a novantanove centesimi e biglietteria on-line direttamente utilizzabile; il Teatro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-29882" title="teatro_paisiello" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/12/teatro_paisiello-150x150.jpg" alt="teatro_paisiello" width="150" height="150" />Buone notizie sul fronte del teatro e della ricerca di nuovi pubblici. Alcune iniziative fanno ben sperare che anche i teatri pubblici comincino a diventare abili nell’uso di strategie di marketing più consapevoli.  Un paio di esempi: il Teatro Pubblico Pugliese offre biglietti a novantanove centesimi e biglietteria on-line direttamente utilizzabile; il Teatro Comunale di Bologna sbarca sul più noto social network, Facebook, ed offre ai primi visitatori della pagina il biglietto per la Boheme a soli dieci euro. Iniziative che sembrano architettate con la sensibilità di chi conosce il proprio prodotto, riconosce l’esigenza di mettersi in contatto con altri pubblici rispetto a quelli tradizionali, mettendo al bando snobismi e rendite di posizione.<br />
Ecco come si può sperare di avvicinare i giovani e i più attenti utilizzatori delle tecnologie, un pubblico che può essere avvicinato all’Opera e al teatro attraverso strategie di marketing non convenzionale. I teatri, come i musei, non possono temere di accogliere nuovi visitatori, ed anzi hanno la responsabilità di non respingerli, tanto più se si considera che il mercato del tempo libero offre prodotti sempre più concorrenziali anche nel campo dell’<em>entertainment</em>. Saranno ancora esempi isolati, ma testimoniano della ricerca di una strategia più complessiva da costruire attraverso modalità per fidelizzare il giovane pubblico, implementazione di reti di collaborazione con settori contigui e capacità di comunicare l’evento teatrale quale “esperienza”, arricchente e coinvolgente per lo spettatore. Che è quanto è richiesto, in termini di valore aggiunto, all’evento teatrale rispetto ad altre forme di intrattenimento.</p>
<p><em>Giulia Agusto è co-direttore di Tafter Journal</em></p>
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		<title>Donazioni per la cultura di Giulia Agusto</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Dec 2009 11:10:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Aziende]]></category>
		<category><![CDATA[Beni Culturali]]></category>

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		<description><![CDATA[A fronte di una situazione sempre più critica per il settore culturale che assiste praticamente immobile alla costante diminuzione delle risorse pubbliche stanziate per la cultura- basti pensare che negli anni tra il 2003 ed il 2009 gli stanziamenti iniziali del Ministero hanno registrato un drastico ridimensionamento del 18,7% in termini monetari e [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-28938" title="salvadanaio donazioni" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/12/salvadanaio-donazioni-150x150.jpg" alt="salvadanaio donazioni" width="150" height="150" />A fronte di una situazione sempre più critica per il settore culturale che assiste praticamente immobile alla costante diminuzione delle risorse pubbliche stanziate per la cultura- basti pensare che negli anni tra il 2003 ed il 2009 gli stanziamenti iniziali del Ministero hanno registrato un drastico ridimensionamento del 18,7% in termini monetari e del 20,6% in termini reali-, scarsa vitalità si registra anche in tema di risorse private per il supporto della cultura. <br />
I motivi dello scarso ricorso alle donazioni, escluse quelle provenienti dalle imprese, è da rinvenire nell&#8217;ordinamento italiano che fiscalmente non agevola le donazioni degli individui, ed anche in una quasi totale mancanza di politiche di fund-raising approntate dalle istituzioni culturali. Queste sono invece prassi consolidata da parte dei musei anglosassoni. Fatte le debite differenze tra sistemi totalmente diversi, un fatto è evidente, i musei anglosassoni si sono abituati nel tempo a colloquiare con i loro pubblici, a ricercarne la collaborazione, e a rafforzare il legame tra comunità ed istituzione museale.<br />
Recenti ricerche mostrano che i criteri sui quali si basa il loro agire coincidono con le esigenze dei potenziali donatori al di qua come al di là dell&#8217;Oceano e sono improntati a trasparenza, identità e reputazione.<br />
Il sistema degli incentivi fiscali attualmente focalizzato solo sulle imprese appare insufficiente e scarsamente in grado di far leva sulle potenzialità di donazione da parte dei singoli. Affinché si stimolino invece le potenzialità di donazione, allargando dunque le leve di finanziamento alle istituzioni culturali, non guasterebbe l&#8217;introduzione di nuovi incentivi che facciano leva anche sulla reputazione, ripensando anche il sistema degli incentivi fiscali, e favorendo la trasparenza dei processi di spesa. Ma il cambiamento vero, “culturale”, da introdurre ha a che vedere con l&#8217;introduzione di sistemi che agevolino, anche solo parzialmente, una maggiore autonomia decisionale dei musei.</p>
<p> </p>
<p><em>Giulia Agusto è capo redattore di Tafter Journal</em></p>
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		<title>Discretionary Time</title>
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		<pubDate>Wed, 16 Sep 2009 11:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Libri]]></category>

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		<description><![CDATA[<i>Discretionary Time - A new measure of freedom </i>è un interessante volume che indaga in maniera rigorosamente scientifica la risorsa più comunemente definita come scarsa e quella più difficile da definire in modo oggettivo: il tempo libero, ovvero – secondo il concetto elaborato dagli autori – il tempo discrezionale...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>A new measure of freedom</strong></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-24190" title="discretionary-time" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/09/discretionary-time.jpg" alt="" width="180" height="270" />Un interessante volume che indaga in maniera rigorosamente scientifica la risorsa più comunemente definita come scarsa e quella più difficile da definire in modo oggettivo: il tempo libero, ovvero – secondo il concetto elaborato dagli autori – il tempo discrezionale.<br />
Il tempo ha una serie di caratteristiche che possono essere considerate assolutamente fisse ed immutabili e sulle quali soggettivamente si riflette poco, tendendo a sovra- o sotto-stimare questa risorsa. Esso è sicuramente egalitario: ogni giorno è costituito da 24 ore (e ciò è vero naturalmente per tutti); è una risorsa finita e definita: non ci sono a disposizione più di 24 ore al giorno; è la risorsa necessaria per raggiungere qualunque obiettivo ci si prefigga.<br />
In realtà quanto effettivamente fa la differenza, è la possibilità di poter esercitare un controllo rispetto al tempo a propria disposizione; infatti ciascuno ha bisogno di tempo da dedicare a sé stesso per attività quali dormire, nutrirsi e curare la persona; il tempo è necessario per soddisfare esigenze di tipo finanziario e per dedicarsi alle attività di tipo casalingo.<br />
Il valore assegnato dai ricercatori al tempo discrezionale è stato calcolato dalla formula secondo cui alle 168 ore della settimana (ovvero le 24 ore al giorno) si sottrae il tempo necessario per la cura della persona, il tempo necessario per il lavoro casalingo non retribuito ed il tempo necessario per il lavoro retribuito. La pressione  temporale non può comunque essere considerate come una illusione; effettivamente il computo che risulta dalle tabelle proposte nel volume è il tempo reale a disposizione per le differenti attività. Ciò che cambia è il senso di pressione rispetto al tempo che ciascuno sperimenta.  Il concetto più strettamente connesso alla disponibilità di tempo e alla discrezionalità di questo, è il concetto dell&#8217;autonomia temporale. Coloro i quali sono autonomi, ovvero non sperimentano forme di controllo, tendono ad essere più soddisfatti in qualunque campo dell’esistenza si consideri e ad avere reazioni fisiche e psicologiche migliori. Lo stesso dicasi per l’autonomia temporale.<br />
Il tempo discrezionale, secondo quanto emerge dallo studio, è totalmente differenziato per i vari target individuati – single, coppie senza figli, coppie con figli -  e per nazione di provenienza (sono state analizzati i contesti di Stati Uniti, Australia, Germania, France, Svezia e Finlandia). Sono infatti le differenti condizioni sociali a far variare considerevolmente la quantità di tempo discrezionale a disposizione di ciascuno.<br />
Le conclusioni alle quali giunge lo studio risultano essere connesse alle differenti condizioni che ciascuna nazione analizzata offre ai singoli in ogni momento del ciclo di vita. In generale, le persone tendono ad avere maggiore tempo libero di quanto non si pensi; esso dipende però dall’avere figli o meno; le coppie con figli hanno poco tempo discrezionale a disposizione;  le donne hanno meno tempo rispetto agli uomini; indifferentemente da questioni di genere, il tempo libero varia secondo la nazione di provenienza e secondo il sistema di welfare utilizzato; il tempo discrezionale aumenta se lo stato di appartenenza prevede un sistema di sussidi ed aiuti a famiglie con figli.<br />
Se l’obiettivo per uno Stato deve essere l’acquisizione di una maggiore autonomia temporale per gli individui, dunque di maggiore soddisfazione, ciò che si può raccomandare è un impegno da parte dei legislatori nazionali verso una regolamentazione della flessibilità degli orari lavorativi, maggiore uguaglianza di condizioni in caso di divorzio, migliori sussidi per le famiglie con figli.<br />
Provocatoriamente secondo gli autori per avere maggiore autonomia temporale bisognerebbe sposarsi ma non avere figli, in caso di figli sarebbe meglio non divorziare, in ogni caso, sarebbe meglio considerare l’ipotesi di trasferirsi in Svezia.</p>
<p>Discretionary Time: A New Measure of Freedom<br />
Robert E. Goodin<br />
James Mahmud Rice<br />
Antti Parpo<br />
Lina Eriksson<br />
Cambridge University Press<br />
Paperback -ISBN-13: 9780521709514 &#8211; £ 45 (US$31.99)<br />
Hardback &#8211; ISBN-13: 9780521882989 &#8211; £ 17.99 (US$81.00)</p>
<p>Scarica un <a href="http://assets.cambridge.org/97805218/82989/excerpt/9780521882989_excerpt.pdf">estratto</a> del volume.</p>
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		<title>&#8220;Accessibilità&#8221; alla Cultura di Giulia Agusto</title>
		<link>http://www.tafter.it/2009/06/11/accessibilita-alla-cultura-di-giulia-agusto/</link>
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		<pubDate>Thu, 11 Jun 2009 07:29:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di ...]]></category>
		<category><![CDATA[Beni Culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il tema della facilitazione dell’accessibilità e fruibilità alle persone con handicap rientra sicuramente nella elaborazione delle politiche culturali più avanzate. Il lavoro in tale direzione, sebbene all’ordine del giorno degli operatori turistici, e linea di azione sempre più operativa,  sembra non trovare spazio nell’agenda ministeriale. Nel 2007 era stata istituita presso il Ministero [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-21298" title="villa-deste-tivoli-accessiblita" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/06/villa-deste-tivoli-accessiblita-150x150.jpg" alt="villa-deste-tivoli-accessiblita" width="150" height="150" />Il tema della facilitazione dell’accessibilità e fruibilità alle persone con handicap rientra sicuramente nella elaborazione delle politiche culturali più avanzate. Il lavoro in tale direzione, sebbene all’ordine del giorno degli operatori turistici, e linea di azione sempre più operativa,  sembra non trovare spazio nell’agenda ministeriale.<br />
Nel 2007 era stata istituita presso il Ministero la “Commissione Cultura Accessibile”, una commissione permanente che aveva tra i suoi obiettivi il coordinamento e la pianificazione di interventi volti all’abbattimento di barriere fisiche e sensoriali per la piena fruibilità culturale, oltre ad una serie di interventi relativi ad attività di analisi e di censimento.<br />
Nell’ambito delle attività era stato proposto un bando per progetti finalizzati a realizzare la piena accessibilità di dieci siti  &#8211; il Colosseo e il Foro Romano, la Reggia di Caserta, le gallerie dell&#8217;accademia di Firenze e Venezia, il Palazzo Ducale a Mantova, la biblioteca nazionale a Napoli, il museo archeologico di Taranto, Villa D&#8217;Este a Tivoli, la galleria nazionale dell&#8217;Umbria a Perugia e quella di Palazzo Spinola di Pellicceria a Genova &#8211; ed un concorso per le migliori tesi di laurea in Ingegneria e Architettura relative all’accessibilità negli interventi di restauro e conservazione di edifici o siti di interesse culturale. Risultato: il bando, per una cifra di 800 mila Euro è andato deserto, mentre per giudicare le tesi di laurea non è stata ancora definita la commissione aggiudicatrice. E’ pur vero che la Commissione Cultura Accessibile non si riunisce da più di un anno. E nel frattempo altre emergenze si sono affacciate prepotenti. Magari è solo una questione di tempo…<br />
<em><br />
Giulia Agusto è capo redattore di Tafter Journal</em></p>
<p>Foto: <em>Memento Audere Semper</em> di Marco Calvani</p>
<p><strong>Articoli correlati:</strong><br />
<a href="http://www.tafter.it/2009/06/11/sociale-on-line-un-sito-per-il-turismo-accessibile-in-sardegna/">Sociale: on line un sito per il turismo accessibile in Sardegna</a></p>
<p><a href="http://www.tafter.it/2009/05/18/a-genova-gli-spazi-culturali-diventano-accessibili-agli-anziani-a-breve-un-protocollo-dintesa-tra-enti-locali-e-istituzioni-culturali/">A Genova gli spazi culturali diventano accessibili agli anziani. A breve un protocollo d’intesa tra enti locali e istituzioni culturali</a></p>
<p><a href="http://www.tafter.it/2008/10/15/turismo-accessibile-il-salento-tende-una-mano-ai-disabili/">Turismo accessibile: il Salento tende una mano ai disabili</a></p>
<p><a href="http://www.tafter.it/2007/08/29/diversamente-abili-al-museo/">Diversamente abili al museo</a></p>
<p><a href="http://www.tafter.it/2007/01/26/la-cultura-accessibile/">La cultura accessibile</a></p>
<p><a href="http://www.tafter.it/2008/10/15/turismo-accessibile-il-salento-tende-una-mano-ai-disabili/"><br />
</a></p>
]]></content:encoded>
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		<item>
		<title>Fermoimmagine. Studio sulla felicità urbana</title>
		<link>http://www.tafter.it/2009/04/29/fermoimmagine-studio-sulla-felicita-urbana/</link>
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		<pubDate>Wed, 29 Apr 2009 09:00:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Urbanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Attraverso il caso di Fermo nelle Marche, l’equipe di studiosi coordinata da Giorgio Piccinato intende rispondere a una domanda sostanzialmente inedita per gli urbanisti: quali sono i motivi alla base di una generale soddisfazione degli abitanti di una città? Invece di andare ad indagare, come solitamente si fa, ciò che produce un generale scontento, l'analisi svolta nel volume pone in luce ciò che crea la felicità urbana...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-19619" title="fermoimmagine-b" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/04/fermoimmagine-b.jpg" alt="fermoimmagine-b" width="258" height="229" />Suggestivo, ancorchè indagato in misura rigorosamente scientifica, l’interrogativo di partenza richiamato dal titolo: esistono città, nel mondo economicamente avanzato, dove si può vivere felicemente? Attraverso un’indagine sul campo, il gruppo di ricerca indaga il caso del centro di Fermo, nelle Marche, per cercare una risposta a questa domanda, proponendosi, tra l’altro, di identificare quali sono le condizioni e le caratteristiche della “felicità urbana”.<br />
Il concetto di felicità si colloca all’interno della discussione politica ed economica sin dal diciottesimo secolo; pur adombrata nel secolo successivo a favore di indicatori di tipo quantitativo, negli ultimi decenni si è tornati ad indagare questa dimensione e a considerarla quale indicatore di rilievo da associare agli altri, la ricchezza ed il benessere economico, tradizionalmente considerati.<br />
Indizi di pubblica felicità sembrano emergere in contesti urbani di piccole e medie dimensioni caratterizzati prevalentemente da una serie di fattori e comportamenti costanti: gli abitanti continuano ad abitare e a popolare per occasioni di interazione sociale, il centro storico della città dove vivono, gli immigrati sono ben integrati, lo stile di vita può essere considerato di tipo metropolitano ed i redditi sono abbastanza elevati. Centri dunque ben inseriti nel circuito della modernità in cui i cittadini tendono ad avere un’elevata qualità della vita.<br />
Il caso di Fermo è particolarmente esplicativo poiché presenta le suddette caratteristiche accanto ad altre quali un&#8217;elevata qualità urbanistica e del paesaggio, un ambiente naturale ed un patrimonio storico-artistico perfettamente conservati. Una miscela di fattori positivi che ha favorito la permanenza, se non l’elevata attrazione, di attività qualificate.<br />
Nel caso del territorio fermano, poi, il passaggio da un’economia di tipo agricolo, ad una di tipo industriale è stato effettuato senza produrre alcuna frattura, sulla base di un modello di sviluppo legato prevalentemente alla piccola impresa e ad uno stabile ed elevato senso di appartenenza e di coscienza civica. Essa sembra essere amplificata da un fattore persistente e costante nella vita fermana: l’interazione con le istituzioni e la possibilità di una partecipazione attiva alla vita della città, di una vera e propria “governance partecipata”. Esistono certo elementi che dicono di incertezza e di timore, ma essi non inficiano il quadro di sostanziale positività che emerge ed anzi, danno maggiore valore alla solidità di fondo da cui il territorio fermano è caratterizzato.<br />
L’ipotesi di ricerca che parte dal presupposto che esistano territori in cui si può parlare a buon diritto di “felicità”, che possono essere considerati “felici”, risulta confermata e si basa su casi in cui si verificano generalmente le seguenti condizioni: elevato benessere, scarsa incidenza di fattori di conflitto, bassa disparità di reddito, presenza di fattori di coesione quali radicamento e solidarietà, ricorso a strumenti di pianificazione e di governo del territorio integrati con le politiche urbane, modificazioni dello spazio aperte ed in grado di favorire l’innovazione. Un contesto in cui la qualità del lavoro e della vita, l’elevato grado di socialità ed interazione evitano il prodursi di grosse tensioni, il rispetto per il patrimonio storico e artistico e per le attività culturali, producendo un turismo più qualitativo e meno quantitativo ed aggressivo di quello che caratterizza altri luoghi, sono i fattori, tra gli altri, che sembrano favorire il clima di benessere che gli abitanti descrivono.</p>
<p>Fermoimmagine. Studio sulla felicità urbana<br />
a cura di Giorgio Piccinato<br />
Quodlibet editore euro 20<br />
<a href="http://www.quodlibet.it">www.quodlibet.it</a><br />
ISBN 978-88-746-2211-5</p>
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		<title>La battaglia di Marengo si racconta in un Museo</title>
		<link>http://www.tafter.it/2009/03/18/la-battaglia-di-marengo-si-racconta-in-un-museo/</link>
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		<pubDate>Wed, 18 Mar 2009 06:59:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Musei e Beni culturali]]></category>
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		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Tafter ha incontrato l’assessore alla cultura Rita Rossa in occasione dell’accordo firmato dalla Provincia di Alessandria a Parigi con la Fondation Napoléon. Un’intesa che colloca il nascente Museo della Battaglia di Marengo nel circuito delle istituzioni scientifiche napoleoniche più accreditate, inserendosi in un quadro di relazioni con il Museo di Malmaison e il Musée des Invalides di Parigi…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista a Maria Rita Rossa, assessore alla Cultura e al Turismo della Provincia di Alessandria</strong></p>
<p><strong><img class="alignnone size-medium wp-image-18033" title="battaglia-marengo" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/03/battaglia-marengo-300x235.jpg" alt="battaglia-marengo" width="300" height="235" />Il <a href="http://www.tafter.it/2009/03/14/musei-apre-il-marengo-museum-con-una-piramide-dedicata-a-napoleone/">Museo della battaglia di Marengo </a>aprirà il 23 maggio 2009 negli spazi di Villa Delavo con l’inaugurazione della Piramide che ospiterà gli spazi di ingresso al percorso multimediale del museo. Quando siete partiti con la decisione di riaprire il museo? Quando avete cominciato a lavorare al progetto di riapertura e valorizzazione?<br />
</strong>Abbiamo cominciato tre anni fa circa quando la Regione Piemonte ha stanziato i finanziamenti per il recupero ed il consolidamento statico della Villa Delavo nell’ambito dell’accordo di programma quadro. Il progetto è partito dalle attività di recupero edilizio, e nel momento in cui le risorse sono state certe, ci siamo posti il problema di rapportare i lavori di consolidamento edilizio con un progetto di valorizzazione culturale e di allestimento espositivo e museale. Questo è avvenuto un anno e mezzo fa circa, e da quel momento in poi abbiamo bruciato le tappe; abbiamo nominato una commissione tecnico-scientifica di alto livello con Giulio Massobrio, il più grande esperto storico napoleonico, e Alex Donadio architetto e scenografo, che aveva già curato la mostra del bicentenario e Daniele Lupo Jallà, responsabile dei Musei Torinesi, Roberta Martinelli, direttrice dei Musei Napoleonici dell’Isola d’Elba. Tra incarichi e affidamenti di studi di fattibilità e progettazione, di fatto, siamo stati molto celeri. Il progetto è riuscito a svilupparsi in modo così ravvicinato, poiché ha trovato la condivisione e l’entusiasmo di tutti, dei dipendenti, della politica, e ha contato sulla velocizzazione delle procedure.</p>
<p><strong>Quanto alla parte di allestimento espositivo a che vi siete rivolti?<br />
</strong>Ci siamo affidati allo studio di fattibilità di Alex Donadio. Allo stesso tempo abbiamo tenuto molto alto il livello della ricerca scientifica, giovandoci in questo approccio, del rapporto con le istituzioni napoleoniche, con i Musei Napoleonici e il Musée de l&#8217;Armée, e soprattutto con gli archivi; abbiamo infatti rinvenuto prima i disegni che Napoleone aveva commissionato per la sua Città delle Vittorie, che egli pensava di collocare a Marengo, impressionato dalla campagna d’Egitto, e successivamente, il decreto napoleonico con cui si dava avvio alla costruzione della piramide. Quindi abbiamo combinato l’esigenza di un aspetto funzionale e architettonico, cioè costruire spazi in più, con un aspetto legato ad un approccio filologico di recupero delle volontà di Napoleone.<br />
Siamo partiti dall’esigenza di ampliare gli spazi di Villa Delavo e abbiamo pensato di non costruire un nuovo corpo in muratura ma una nuova struttura, da qui l’idea della costruzione della Piramide quale spazio per il primo momento espositivo. L’idea si basa sul principio legato alla storia della battaglia di Marengo che regge sulla relazione Berthier; essa era stata sin da subito modificata da Napoleone che voleva che Marengo diventasse la battaglia del proprio mito. La relazione è dunque una chiave di lettura del percorso espositivo che è stato allestito in modo interattivo ed interdisciplinare. Esso infatti coinvolgerà altre arti: dalla bozzettistica ai disegni di Caran d&#8217;Ache, alla scenografia. L’allestimento è stato curato da Alex Donadio che si è giovato della sua esperienza di scenografo.</p>
<p><strong>I finanziamenti per le attività di valorizzazione del museo a quanto ammontano e da dove provengono?<br />
</strong>Si tratta di finanziamenti pari a circa 4 milioni di euro. Per una parte sono regionali, ma in prevalenza si tratta di finanziamenti messi a disposizione dell’ente provinciale.</p>
<p><strong>In che termini saranno impostate le attività di marketing e comunicazione?</strong><br />
Abbiamo già pubblicizzato l’apertura del museo sui giornali francesi e abbiamo contatti con i membri della nostra mailing list, che si sono iscritti per visitare il sito.<br />
Ulteriori attività sono quelle di promozione all’estero: in questi giorni a Parigi, successivamente attraverso ulteriori rapporti con la Francia, ma anche con Olanda e Belgio. Abbiamo anche un accordo con Autozug, il servizio che consente ai turisti tedeschi che vengono in vacanza in Italia di viaggiare con l’auto al seguito. Si tratta di una promozione che ci consente di utilizzare una mailing list di quindicimila clienti. I contatti già intervenuti con quella realtà ci hanno consentito di promuovere Marengo anche attraverso la gastronomia.<br />
Faremo un’azione di promozione ad Eataly – la grande mostra-mercato della gastronomia d’eccellenza del nostro paese &#8211; il 4 di aprile a Torino e porteremo all’attenzione del pubblico più vasto il dipanarsi di questo progetto. Adesso dovremo costruire il rapporto con le istituzioni culturali in Piemonte e in Italia, dove, peraltro, contiamo già sui rapporti con gli altri istituti napoleonici; infatti, come già detto, nella commissione scientifica era presente la direttrice dei musei napoleonici dell’Elba.</p>
<p><strong>In che modo prevedete di relazionarvi con le altre istituzioni piemontesi?</strong><br />
Dovremo seguire dall’apertura in poi una serie attività che posizionino culturalmente e turisticamente il museo, con test e ulteriori aggiustamenti man mano. Chiederemo un tavolo di confronto con la Regione Piemonte per capire come interagire coi sistemi culturali regionali e provinciali, considerando il combinato disposto delle aperture di alcuni siti della provincia di Alessandria con altri quali Palazzo Madama e i Musei di Torino. Si tratta di sinergie che dovranno essere messe in campo e cercheremo di capire quale potrà essere la strada migliore. Infine, bisognerà capire quale forma di gestione utilizzare.</p>
<p><strong><img class="alignright alignnone size-medium wp-image-18034" style="float: right;" title="marengo-plastico-battaglia" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/03/marengo-plastico-battaglia-300x275.jpg" alt="marengo-plastico-battaglia" width="300" height="275" />Quanto alla forma di gestione del museo ci sono già delle ipotesi?</strong><br />
C’è un vecchio studio elaborato in merito che risale a sette &#8211; otto anni fa. Stiamo mettendo a punto il rapporto con l’Ateneo di Alessandria, il quale si occuperà di comprendere quanto si possano accogliere le proposte del vecchio studio e in che modo esso dovrà essere aggiornato rispetto alle modifiche normative. La proposta iniziale era quello del modello della fondazione; adesso, però, prima di arrivare alla scelta definitiva bisognerà ponderare molto bene la decisione, e bisognerà misurarla con le opportunità normative e con gli strumenti che offrono la necessaria agilità gestionale.</p>
<p><strong>Come è organizzata la struttura che gestisce attualmente il museo?</strong><br />
È un museo provinciale che fa capo totalmente all’ente. Per il momento si segue tutto attraverso gli uffici della Provincia sia dal punto di vista finanziario che della gestione. Il direttore del museo è stato individuato nella persona del dott. Poggio responsabile del servizio Cultura della Provincia, bisognerà individuare le persone che costituiscono l’apparato amministrativo e  a chi affidare alcuni servizi culturali (guide turistiche, didattica ). Si tratterà di almeno 10-15 persone che per il momento faranno capo all’Ufficio Cultura.</p>
<p><strong>L’occasione della firma dell’accordo di partenariato con la Fondation Napoléon concretamente come si configura?</strong><br />
Innanzitutto entriamo nel network dei musei napoleonici parigini, è un network che prevede un interscambio anche con gli altri musei napoleonici. Tramite questo rapporto intendiamo mettere in atto scambi di iniziative, di eventi culturali e di approfondimenti. Per esempio Marengo potrà essere location di congressi storici; si svilupperanno tutte le opportunità che porteranno a rapporti consolidati nel tempo. Siamo orgogliosi di aver cercato relazioni con gli altri musei napoleonici, per poter contare sul necessario rigore scientifico. Questi rapporti si sono evoluti, il progetto è stato ritenuto così credibile da aver sollecitato la stessa Fondation Napoléon a firmare questo accordo.<br />
Per noi Marengo è un brand; si pensi che il piatto tipico “il pollo alla marengo” è rinvenibile anche in Cina. Il punto è che all’estero però sfugge il collegamento tra Marengo e la provincia di Alessandria. Il museo serve anche a questo, ad aprire ad una maggiore visibilità del territorio.</p>
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		<title>Nasce un Distretto della Musica nella città di Stradivari</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Mar 2009 07:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Enti locali]]></category>
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		<category><![CDATA[Turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Nasce a Cremona il "Distretto della Musica" con l'idea di recuperare e valorizzare la grande tradizione musicale e l'arte liutaria che caratterizzano la provincia e, in particolar modo, la città di Cremona, luogo in cui è nato e vissuto il grande liutaio italiano Antonio Stradivari. Barbara Manfredini, responsabile dell'Assessorato al Turismo della Provincia di Cremona ci spiega come è nato e si è sviluppato questo progetto...
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista a Barbara Manfredini &#8211; responsabile dell&#8217;Assessorato al Turismo della Provincia di Cremona</strong></p>
<p><strong><img class="alignnone size-medium wp-image-17807" title="distretto-musica-cremona" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/03/distretto-musica-cremona.jpg" alt="distretto-musica-cremona" width="290" height="227" />Da dove nasce l&#8217;idea del progetto “Distretto della musica”? Come mai la Provincia di Cremona ha deciso di dare spazio a questo progetto?<br />
</strong>Siamo partiti da questa risorsa che è già nel Dna del territorio e riguarda la tradizione musicale e la liuteria, prevalentemente concentrata nel capoluogo ma presente anche in altri centri. La genesi si colloca nel momento in cui l’azienda di promozione turistica più altri soggetti locali hanno cominciato a muoversi in questa direzione; l’idea di fare un distretto è nata poiché tutte le istituzioni pubbliche e private potessero muoversi insieme dentro un progetto di marketing territoriale, quindi non solo un riferimento ad un’idea, oppure vagamente ad un marchio, quanto l’ipotesi di integrare i diversi percorsi. Essi sono ovviamente differenziati, sia che si tratti dell’ente locale, ad esempio del comune, oppure delle associazioni di categoria (per esempio vede delle diverse categorizzazioni ed obiettivi differenziati), sia che si tratti di associazioni legate al commercio, oppure alla ricettività. L’idea di recuperare la fama di cui si gode all’estero per la liuteria e per la musica si è legata all’obiettivo di far diventare questa fama diffusa anche a livello culturale nel territorio, attraverso le istituzioni per raggiungere i cittadini.</p>
<p><strong>Quando è partito il progetto? E chi è stato coinvolto all’interno del “Distretto della Musica”?<br />
</strong>Siamo partiti nel 2007. Il distretto fa parte del patto di sviluppo: sono dei tavoli territoriali che la provincia di Cremona ha inteso proporre su tutto il territorio, su argomenti e tematiche diverse. In particolare sul “tavolo cultura, turismo ed innovazione” è emerso questo progetto poi suffragato da un valente professore di marketing territoriale, il prof. Dall’Ara che ci ha permesso di mettere a sistema tutte le nostre idee, ci ha aiutato a confezionare il progetto e anche a redigere gli atti che saranno sottoscritti dagli operatori.<br />
Il progetto di marketing territoriale ha visto dunque la partecipazione di un consulente tecnico-scientifico per dare rigore al progetto. Serviva infatti l’apporto di qualcuno che avesse una conoscenza sopra le parti, evitando un coinvolgimento diretto, anche per capire se era una proposta valida e riconoscibile anche dall’esterno. E’ stata fatta un’analisi di fattibilità e poi ci è stato proposto come declinare le varie fasi del progetto.<br />
E’ stata successivamente costituita una sorta di governance attraverso un protocollo di intesa che è stato firmato da una serie di soggetti: la provincia di Cremona, i tre comuni cosiddetti di sotto-distretto, vale a dire Cremona, Crema e Casalmaggiore e tutte le associazioni di categoria in cui rientrano tutti gli operatori che sono attivi sul territorio, dalla ristorazione, agli albergatori, alla ricettività in genere.</p>
<p><strong>Il progetto distretto della musica, rientra nell’asse strategico “cultura, turismo e creatività” previsto nel piano di azioni 2009-11 della Provincia di Cremona, ci sono ulteriori supporti pubblici o  privati a cui si fa riferimento?<br />
</strong>La provincia, attraverso il Patto dello Sviluppo ha investito intanto 30 mila euro. Il progetto sarà presentato anche nel Bando Innovazione per la Competitività della Regione Lombardia, anche se non si sa ancora di quanto sarà l’importo finanziato. Altri interlocutori privati si impegnano attraverso l’offerta di diverse attività. Per esempio la camera di commercio ha previsto una serie di incontri di formazione per gli operatori che sono a suo carico. Ogni realtà privata andrà ad intervenire secondo le proprie competenze e secondo il disciplinare che ha firmato e sul quale decide di investire. I comuni per esempio dovranno occuparsi dell’arredo urbano, dando attenzione a questo aspetto, dall’aiuola spartitraffico, ai giardini, curando anche la segnaletica che dia rilievo rispetto alla comunicazione del progetto.</p>
<p><strong>Quali sono le attività che il progetto prevede, oltre agli eventi culturali veri e propri?<br />
</strong>Effettivamente la Provincia non interviene direttamente nella parte culturale, ma punta a costruire un  progetto di valorizzazione e di comunicazione di quello che già esiste ovvero intende far conoscere all’esterno un valore che comunque c’è. Visto che ci troviamo in Italia, paese pieno di città d’arte, caratterizzarsi attraverso iniziative quali percorsi relativi alle attività musicali ha un senso.<br />
Il distretto interviene a diversi livelli con differenti attività. Oltre ad attività di formazione, sono previste attività di comunicazione. Per esempio nella prima fase sono state fatte conferenze stampa di presentazione del progetto di marketing territoriale nelle tre realtà territoriali e poi si è intervenuti a livello nazionale con la partecipazione alla Bit- Borsa internazionale del turismo.<br />
Si è creato un marchio – graficamente una chiave di violino che si sviluppa in un albero musicale – per richiamare tutte le attività legate alla musica e alla liuteria e dalle stagioni concertistiche alle scuole di musica che ci sono sul territorio. Per esempio si utilizzerà una vetrofania da apporre in tutti i negozi, poi sarà elaborata una linea di packaging, fino ad interventi che riguarderanno l’arredo urbano. Per il momento le azioni che sono state fatte sono queste ma si prevedono attività di comunicazione e stampa a livello nazionale ed anche una serie di workshop.</p>
<p><strong>Quale potrebbe essere l’impatto di un’iniziativa del genere? C’è già un’idea di quali saranno gli effetti prodotti?<br />
</strong>Quanto all’analisi degli impatti sul pubblico, si è deciso di utilizzare un questionario attraverso le cosiddette porte di ingresso, gli uffici IAT, gli uffici del turismo, dove sarà distribuito anche un questionario di customer satisfaction dove sarà verificato anche questo, per capire le reazioni di chi viene in visita, per vedere se il messaggio è arrivato ed in che modo.</p>
<p><strong>Esiste, e quale è la parentela con CRe.Ar.T.E., Distretto Culturale della Provincia di Cremona?<br />
</strong>Il Distretto della Musica si innesta sul distretto culturale, interviene all’interno dei cinque filoni previsti dal distretto culturale, quello sulla musica, ma va considerato come un progetto ulteriore, nel senso che va a specificare meglio quello che nel distretto culturale vede come protagonisti le istituzioni operanti in ambito culturale, per esempio le istituzioni museali; la caratteristica del progetto qui riguarda prevalentemente l’aspetto del marketing territoriale e, dunque, tutto quanto concerne lo sviluppo di tipo turistico. È un progetto che non va ad invadere, ma va ad implementare quello che sarà il grosso lavoro del distretto culturale. Il nostro è un progetto di tipo più operativo e non si sovrappone assolutamente.</p>
<p><strong>In che termini si pone la Provincia rispetto alla logica distrettuale che è stata adottata per questo progetto?</strong><br />
Anche se si tratta di un progetto di marketing territoriale, la Provincia ha un ruolo di mero coordinamento, per evitare che le singole realtà si muovano da sole. La provincia in questo caso ha deciso di credere nel prodotto MUSICA (Muovere Sinergie Come Armonia)  attraverso un’idea vincente rispetto a quella del patrimonio artistico ed ambientale presenti sul territorio.<br />
La riflessione è nata all’interno di un sistema turistico, “Po di Lombardia”,  che coinvolge le provincie di Lodi, Pavia, Mantova, Cremona. Se Mantova è caratterizzata dai festival, Cremona è connotata proprio dalla musica. Per esempio all’estero Cremona è conosciuta per la liuteria, per Stradivari, legata più al capoluogo, ma non di rado si riesce a collegare ad una zona territoriale più ampia.<br />
A livello turistico già l’Azienda di Promozione Turistica utilizzò come logo identificativo di tutte le iniziative di carattere gastronomico una chiave di violino che terminava con una forchetta proprio perché il carattere distintivo di Cremona, in modo anche non strutturato, è questo.<br />
Qui la connotazione è forte ed è utilizzata come elemento distintivo nella competizione rispetto ad altri territori. Del resto non abbiamo fatto altro che prendere atto che all’estero era già così: vale l’equazione Cremona-Stradivari, quindi dall’eccellenza andiamo a declinare tutto quello che c’è, sempre e comunque a livello turistico. Non si entra in altri campi, non si entra nel merito dell’evento culturale in quanto tale poiché esso già cammina sulle sue gambe.</p>
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		<title>Ripristino del ministero del Turismo di Giulia Agusto </title>
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		<pubDate>Tue, 10 Mar 2009 08:31:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[A proposito di ...]]></category>
		<category><![CDATA[Turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Soppresso nel 1993 da un referendum popolare, il ministero del Turismo fa di nuovo la sua comparsa nelle ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del Sottosegretario al Turismo Michela Brambilla, i quali ne propongono una sua ricostituzione. La proposta nasce quale conseguenza della grave crisi economica in atto anche nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-thumbnail wp-image-17753" title="venezia_turismo" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/03/venezia_turismo-150x150.jpg" alt="venezia_turismo" width="150" height="150" />Soppresso nel 1993 da un referendum popolare, il ministero del Turismo fa di nuovo la sua comparsa nelle ultime dichiarazioni del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi e del Sottosegretario al Turismo Michela Brambilla, i quali ne propongono una sua ricostituzione.<br />
La proposta nasce quale conseguenza della grave crisi economica in atto anche nel settore. La soluzione? Ritornare sui propri passi e ripristinare una regia ministeriale per rilanciare il comparto.<br />
La riforma costituzionale del 2001, affidando alle singole regioni funzioni amministrative e legislative, e con esse il compito di definire in modo autonomo le politiche del settore turistico, lasciava in capo allo Stato solo funzioni amministrative di indirizzo generale e di coordinamento. Sebbene il trasferimento delle funzioni amministrative inerenti il turismo a livello periferico non sia stato né breve né lineare, esso rappresenta uno dei settori in cui, proprio a livello locale si sono prodotti alcuni modelli organizzativi innovativi &#8211; si pensi alla centralità del livello di intervento comunale nella disciplina dei sistemi turistici locali &#8211; che hanno impresso notevoli forze propulsive all’intero comparto. <br />
Per questo motivo ci si chiede fino a che punto la costituzione di un nuovo apparato ministeriale  assicuri le necessarie azioni flessibili per superare una crisi e, quanto, in tempi di magri bilanci pubblici, di tagli ai ministeri esistenti un nuovo ministero non significhi, invece, moltiplicare inutilmente le spese dello Stato.</p>
<p><em>Giulia Agusto è caporedattore di Tafter Journal </em></p>
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		<title>Organizzare la cultura</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Feb 2009 11:46:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Economia della Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Fondazione]]></category>

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		<description><![CDATA[La prospettiva di analisi utilizzata nel volume “Organizzare la cultura” fa ricorso alla disciplina dell’organizzazione aziendale per leggere ed interpretare il sistema cultura. Oggetto della trattazione è il settore delle varie istituzioni operanti nel campo culturale, prevalentemente di tipo fondazionale, attraverso un’analisi puntuale delle differenti forme organizzative, chiarendo quali sono i margini che le rendono utilizzabili ed auspicabili...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dalle fondazioni alle <em>community development corporations</em></strong></p>
<p><img class="alignnone size-medium wp-image-17109" title="organizzare-la-cultura_hinna" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/02/organizzare-la-cultura_hinna.jpeg" alt="organizzare-la-cultura_hinna" width="154" height="226" />Ben chiara a partire da titolo e sottotiolo, la prospettiva di analisi utilizzata nel volume. “Organizzare la cultura” fa ricorso infatti alla disciplina dell’organizzazione aziendale per leggere ed interpretare il sistema cultura offrendo proposte evolutive attraverso l’uso di specifiche istituzioni giuridiche (fondazioni e <em>community development corporation</em>).<br />
Oggetto della trattazione è il settore delle varie istituzioni operanti nel campo culturale, prevalentemente di tipo fondazionale, attraverso un’analisi puntuale delle differenti forme organizzative che chiarisce quali sono i margini che le rendono utilizzabili ed auspicabili.<br />
Si parte dalla disanima del terzo settore a livello nazionale ed internazionale dando conto delle teorie che ne giustificano l’esistenza, chi per via del fallimento del primo settore (lo Stato), chi per via del fallimento del secondo settore (il privato), chi invece considerandone il peso quale settore complementare e non alternativo agli altri due, che, invece, ha consolidato l’esistenza di un modello misto di welfare in cui organizzazioni non profit intervengono anche nell’erogazione dei servizi locali.<br />
Il contesto italiano, infatti, ben avviato nella direzione di un decentramento delle decisioni verso gli enti locali più periferici, si è basato negli ultimi anni proprio su modelli di organizzazioni non profit ascrivibili alle fondazioni operanti in ambito di servizi locali -ed in particolare in ambito culturale-, difficilmente rinvenibili in contesti internazionali, che possono favorire modelli decisionali basati sulla capacità di mediare le differenti istanze dei vari portatori di interesse a livello territoriale.<br />
Le fondazioni operanti in ambito museale si contraddistinguono per l’elevato grado di complessità organizzativa e ad esse si fa negli ultimi anni ricorso sempre più di frequente; alle fondazioni si sono poi aggiunti ulteriori sistemi organizzativi che, pur rispondendo a criteri di efficienza e efficacia, riescono a far convergere lo sviluppo territoriale attraverso la cultura. È il caso infatti dei network museali e dei distretti culturali.<br />
Se nel primo caso, la decisione di ricorrere a  reti museali o poli museali si basa sulla possibilità di avere un accesso facilitato a finanziamenti e di produrre evidenti economie di scala, il secondo caso si basa su ipotesi secondo cui l’economia dell’organizzazione culturale, tendenzialmente in perdita, si può giovare dell’economia del territorio che è in attivo poiché basata sulla spesa turistica e sui circuiti economici e sociali che essa offre. Il secondo caso, sebbene evocato da più, sembra vivere una fase in cui la concreta applicazione sia ancora poco chiara e si basi essenzialmente su due ipotesi: l’una che fa riferimento ad un territorio in cui già insiste un distretto industriale, in cui è dunque evidente l’orientamento all’innovazione, l’altra che invece prende avvio da una volontà politica e non nasce spontaneamente.<br />
Un’evoluzione istituzionale che si suggerisce si basa su istituzioni ispirate da una parte alle fondazioni di partecipazione, dall’altra alle “community development corporation”; queste, di origine nordeuropea, sono  legate ad attività <em>grant making </em>basate sulla raccolta di donazioni derivanti dalla comunità di riferimento, alla quale  sono re-distribuite sotto forma di servizi. Soluzioni queste che possono garantire una forma di <em>governance</em> più stabile ed integrare interessi culturali e di sviluppo territoriale. Ovviamente qualunque strada si intenda perseguire, suggerisce l’autore, sia sempre chiara la valutazione dei rischi connessi alla formula fondazione, divenuta nel tempo un’istituzione giuridica “di moda”,  alla quale si fa riscorso aspettandosi che sia l’unico modello che possa rispondere a criteri di efficacia e di efficienza che potrebbero essere ugualmente raggiunti all’interno dell’organizzazione qualora le sue attività fossero impostate su questi criteri e su sistemi di <em>accountability</em>.</p>
<p>Organizzare la cultura<br />
Dalle fondazioni alle community development corporations<br />
Alessandro Hinna<br />
McGraw-Hill 2004 euro 22,5<br />
ISBN 978-88-386-6295-9</p>
<p>www.mcgraw-hill.it</p>
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		<title>Gli eventi a Milano partono da Zero</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Feb 2009 08:11:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
		<category><![CDATA[Spazi urbani]]></category>

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		<description><![CDATA[Edizioni Zero nasce a Milano nel 1996 e, ben presto, sviluppa una fitta rete di comunicazione territoriale che va dal magazine Zero, mappatura degli eventi più importanti di Milano, alle ZeroGuide illustrate da fumettisti in erba. Andrea Amichetti ci spiega come è nato il progetto e come ha fatto a raggiungere un successo di pubblico così vasto...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Intervista ad Andrea Amichetti &#8211; Direttore editoriale del magazine Zero</strong></p>
<p><strong><img class="alignnone size-medium wp-image-16681" title="zero" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/02/zero-300x265.jpg" alt="zero" width="300" height="265" /></strong></p>
<p>Edizioni Zero nasce a Milano nel 1996. Nel corso di 12 anni sviluppa e approfondisce un sistema di comunicazione che comprende: la periodica gratuita attraverso la pubblicazione del magazine Zero che mappa gli appuntamenti più importanti nelle principali città, la libraria con l&#8217;edizione di Guide ai luoghi distribuite gratuitamente e illustrate da giovani fumettisti italiani e il sito che consente di visualizzare in tempo reale ciò che accade in città, di proporre appuntamenti, favorendo l&#8217;incontro della Community che da anni collabora con il magazine.</p>
<p><strong>Come è nata l’idea di fondare un magazine gratuito come Zero Magazine completamente dedicato agli eventi?<br />
</strong>L’idea è nata nel 1996 con altri due studenti. Eravamo partiti con l’idea di fare un progetto di comunicazione sulla città di Milano dove eravamo tutti arrivati per studiare. Si è trattato all’inizio di una tipica operazione effettuata da teenager che vivono a Milano ma non sono di Milano, e che volevano fare un lavoro consono alle proprie passioni. Eravamo dei consumatori di intrattenimento e di cultura, per cui questo è stato per noi il progetto più semplice da sviluppare. Il progetto è partito inizialmente bene. Poi, nove anni fa, gli altri due hanno lasciato ma nonostante ciò il progetto è continuato mappando la città.</p>
<p><strong>Zero è nato nel 1996. Quali erano le modalità di informazione in quegli anni, per i giovani rispetto agli eventi della loro città?</strong><br />
A quei tempi esistevano delle pubblicazioni che informavano sul tempo libero ma in modo generalista e superficiale che si rivolgevano praticamente a tutti, dai bambini agli anziani. Noi ci siamo inseriti in uno spazio attraverso un gruppo di persone con il nostro stesso stile di vita, giovani tra i venti e i trentacinque anni. L’idea di fare un magazine per informare i giovani su cosa si può fare la sera è risultato vincente.</p>
<p><strong>Quindi si è trattato di una giusta intuizione, no?</strong><br />
Abbiamo anche avuto fortuna. Non c’è mai una consapevolezza. Tu lo fai, poi ti dici “ho avuto fortuna, mi è andata bene”. E’ diventato un lavoro perché ha avuto successo. Si, certo, c’era un mercato che lasciava dei margini di intervento, c’erano informazioni parziali solo dagli allegati dei quotidiani; se facevi parte di un certo tipo di target, anche se raccoglievi tutti i flyer delle feste non ottenevi comunque una visione completa . Ai tempi non esisteva in una città come Milano qualcuno che ne mappasse gli eventi.</p>
<p><strong>Trovi che questa è una situazione che si verifica anche in altre città?</strong><br />
Se lo era prima, negli anni siamo riusciti a stimolare diversi concorrenti e questo è sicuramente un bene. Ora anche i grandi giornali tengono conto di quello che fa Zero. È un riferimento reale non da convegno. Adesso capita spesso che per parlare al target tra i venti e i quaranta anni, si prende come riferimento Zero, che, per quanto riguarda l’informazione su quanto succede in città, sembra essere il giornale più diffuso.</p>
<p><strong>Quali sono gli eventi “stile zero”? Quali caratteristiche devono avere perché se ne parli sul magazine?<br />
</strong>Il giornale è anche un giornale di opinioni, di stili di vita, oltre che di eventi. Diciamo al pubblico che esistono anche cose strambe, per esempio diamo spazio non solo alle discoteche ma anche ai centri sociali. La mia generazione ai tempi andava ai centri sociali per ascoltare musica ed intrattenersi. Però poteva anche andare in discoteca: ed era qualcosa di diametralmente opposto da come era dipinto all’esterno. Oggi allo stesso tempo il giornale parla sempre più di stili di vita: si va dall’evento nella chiesa del Duomo all’evento di nicchia in uno scantinato ma poi si segnala anche il concerto vero e proprio. Per anni abbiamo sostenuto che l’arte contemporanea fosse sopravvalutata, tutti sono diventati giovani creativi. Invece delle mostre di arte contemporanea, noi consigliavamo di andare a vedere la cresima al Duomo.</p>
<p><strong>Come vengono scelti i collaboratori della rivista?</strong><br />
In realtà, non si effettua una scelta ed una ricerca vere e proprie. Chi è interessato passa direttamente in redazione, per proporre i propri eventi o anche solo le sue passioni: oggi è un flusso continuo: da chi segue il metal, da chi fa eventi per bambini. È diventato anche un posto dove esprimersi, e a tal proposito è stato aperto un sito per ospitare le differenti voci.</p>
<p><strong>La redazione ed i collaboratori come funzionano? Hanno una funzione anche di “scouting”, ovvero di ricerca eventi o luoghi interessanti?</strong><br />
L’attività di ricerca di eventi interessanti è sicuramente la base. Ci gioviamo di una redazione di circa trecento persone in diverse città di Italia che vanno in giro. Tra tutti poi emergono quelli che sono davvero bravi a raccontare le città. Nessuno dei collaboratori è professionista, è una scelta precisa.</p>
<p><strong>I progetti con i partner e le aziende come nascono? Che rapporto si stabilisce con loro?<br />
</strong>Noi da una parte facciamo il giornale, il cui primo progetto è quello della copertina. Lo staff creativo, partendo dal prodotto di punta di brand affermati, ne rielabora creativamente packaging e logo. Il risultato è una comunicazione di immediata riconoscibilità, divenuta nel tempo una vera e propria icona. Ci occupiamo, poi, di produrre allegati per festival ed eventi. Zero realizza edizioni speciali in occasione di appuntamenti di particolare rilevanza per il suo target e progetti di comunicazione personalizzati per i propri clienti. In questi casi, fermo restando il progetto di comunicazione per il cliente e le sue particolari esigenze, la pubblicità è completamente separata dall’attività della redazione.<br />
La stessa cosa succede per le Guide, pubblicazioni apposite per clienti di cui si comprendono e si comunicano le esigenze, facendo salva l’identità di Zero. Nelle guide non ci sono pubblicità dei nostri inserzionisti. Si continua a parlare di eventi di qualità, di eventi che prima vediamo, poi suggeriamo. Il nostro lavoro non è mai una lavoro da comunicato stampa. Il nostro modus operandi è quello di dare a chi legge Zero – visto che non abbiamo scopo in alcun modo didattico – soprattutto emozioni, esperienze.</p>
<p><strong>Le pubblicazioni sono gratuite. Qual è, quindi, il modello di business che è alla base?<br />
</strong>Ci basiamo essenzialmente sulla raccolta pubblicitaria, abbiamo sviluppato una concessionaria interna dedita che si estende sia a livello locale, sia a livello nazionale. Abbiamo acquisito nel tempo un modo di operare per cui cerchiamo di essere indipendenti. Ad oggi abbiamo una base di 180 clienti ai quali ci proponiamo, ma speriamo comunque di crescere ulteriormente.</p>
<p><strong>Che ritorno registrate in termini di pubblico?<br />
</strong>Il magazine che si rivolge ad un target di giovani (20/35 anni), con un network di 7 edizioni distribuite nelle principali città italiane (Milano, Roma, Bologna, Torino, Firenze, Napoli, Veneto), ha raggiunto una tiratura di 575.000 copie mensili sull&#8217;intero circuito nazionale. Per altri versi, però, il ritorno si può registrare anche dalla porta della redazione che è sempre aperta: il nostro giornale è visitato in modo molto spontaneo, ci arrivano segnalazioni pari a circa centomila l’anno.</p>
<p><strong>Lei compare nel contro-comitato che risponde a Massimiliano Finazzer Flory, Assessore alla Cultura del Comune di Milano. Il comitato vede la partecipazione di 30 saggi ed ha come obiettivo quello di dare una svolta alla politica culturale della città. Cosa la spinge a partecipare ad un’iniziativa del genere, cosa ne pensa?<br />
</strong>Io ho accettato l’invito poiché proveniva da persone che conosco e che stimo molto. La mia intenzione è solo quella di confrontarmi con gente, come me, attiva in città. Ho accettato essenzialmente perché la proposta è arrivata dal gruppo di Esterni, che è una risorsa che lavora molto per la città di Milano. Per me non è una risposta alle istituzioni. Può influenzare le istituzioni e la loro politica? Non lo so. Io non ho mai incontrato nessun personaggio istituzionale, non ne ho esperienza. So che il mio giornale è stato un esempio per molti ed il mio non è un atteggiamento di contrapposizione. Io intendo partecipare, farmi una chiacchierata seria, se poi mi si chiede delle politiche culturali in città, io posso solo mostrare il mio lavoro, il giornale che ci permette di sentire la gente, di parlarci. Sono dell’avviso che ciascuno deve avere la sua professionalità. Magari questa è un’occasione per proporre e fare qualcosa. Io non voglio rispondere all’Assessore, perché non ne conosco i progetti. Registro solo una mancanza di visione e di coraggio a Milano. Si aspetta soltanto l’Expo. Ma è una situazione che si riscontra praticamente in tutte le città italiane. Per questo motivo penso di parteciparvi: per confrontarmi con altri.</p>
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		<title>L&#8217;innovazione duale</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Jan 2009 08:04:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Enti locali]]></category>
		<category><![CDATA[Management]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Il termine Innovazione assume un significato solo se riferito alla doppia dimensione del dire e dell’agire. È quello che l’autore Maurizio Bergamini Riccobon sostiene nel volume, fornendo interpretazioni e contesti di riferimento. Pur ancorando l’innovazione ai diversi sensi e dandone diverse chiavi di lettura secondo il contesto dove essa si produce, sia esso scientifico o legato al  mercato, l’autore sottolinea che l’innovazione si basa primariamente sulla trasmissione di conoscenza e sulle capacità distintive dei “soggetti” coinvolti…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Il territorio come base per lo sviluppo globale</strong><br />
<img class="alignnone size-medium wp-image-16210" title="innovazione-duale" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2009/01/innovazione-duale.jpg" alt="innovazione-duale" width="193" height="196" />Iper-utilizzato, abusato fino a diventare consumato, il termine “innovazione” recupera un senso solo se ancorato alla doppia dimensione del dire e dell’agire. Questo è quanto sostiene Bergamini Riccobon nel suo volume dall’illuminante titolo “Innovazione duale”.  Duale poiché l’innovazione nasconde il doppio significato legato da una parte al fare e dall’altra al pensare, alla dimensione analitica e a quella sintetica, alla regola e all’emozione. A partire da questo presupposto, l’autore disegna un quadro all’interno del quale economia, istituzioni, pubblica amministrazione, sono chiamati, ciascuno per le proprie competenze e per gli obiettivi che persegue, a sviluppare un contesto favorevole a cambiamenti ed evoluzioni che sortiscano effetti benefici gli uni sugli altri.<br />
Per circoscrivere immediatamente il campo, si propone una definizione che accorpa il valore personale, quello organizzativo e quello territoriale. Come a dire che si produce innovazione, intesa quale cambiamento positivo che libera risorse per la costruzione di nuovi significati, nuovi progetti, nuovi processi, a livello di intervento crescente: da quello individuale, organizzativo e sociale, fino a livello imprenditoriale ed istituzionale, tenendo in debito conto le inevitabili tensioni, tutte da ricomporre, che il processo presuppone. Pur ancorando l’innovazione ai diversi sensi e dandone diverse chiavi di lettura secondo il contesto dove essa si produce, sia esso scientifico, legato al  mercato, quale prodotto dei legami tra attori di riferimento oppure come risultato di networks tecnologici e prodotto di relazioni sociali, l’autore sottolinea che l’innovazione si basa primariamente sulla trasmissione di conoscenza. Ciò significa che essa si annida nelle maglie di un uso consapevole e critico del proprio bagaglio culturale – inteso nel senso più ampio del termine &#8211; e sulla base di una capacità di rielaborazione elevata. Risulta, dunque, centrale la capacità di proporre e disegnare cambiamenti sulla base di competenze, abilità sia di tipo tecnico che di tipo emotivo e relazionale, profondamente radicate alla dimensione valoriale. Non secondarie risultano infatti essere capacità legate all’ascolto attivo e allo sviluppo di elevate abilità di comunicazione interpersonale.<br />
Ciò che viene fuori è un mix che comprende capacità di mobilitare risorse umane e finanziarie verso il cambiamento, abilità a costruire network esterni che utilizzano e mettono in comune conoscenze complementari e le diffondono all’interno di ciascuna organizzazione aumentando il know-how e per converso la possibilità di competere su mercati più ampi, forte propensione al rischio e capacità di tollerare frustrazioni e fallimenti, quale conseguenza di tale agire. Gli stessi ingredienti andranno dosati anche per avviare l’innovazione in campo territoriale. Se è vero che i modelli di consumo più recenti si caratterizzano per l’aspettativa di una sempre maggiore personalizzazione di prodotti e servizi offerti, stessa logica sottende la capacità di un territorio di affermarsi per le sue peculiarità, per la capacità di dotarsi di un’offerta unica in grado di competere con altri territori. È questa una delle caratteristiche che fanno del sistema italiano basato sulla forte dimensione distrettuale, un modello che ha funzionato in un contesto di forte competizione globale. Ed è proprio questa dimensione di collaborazione, di tipo distrettuale, basata su rete di rapporti tra imprese, enti di formazione e ricerca, società di servizi e pubbliche amministrazioni locali viene individuata quale elemento su cui basare uno sviluppo territoriale innovativo. Se un territorio riesce a combinare con successo gli elementi sociali, quali il capitale relazionale e di fiducia esistente in una data comunità, esso produce effetti positivi sul territorio rendendolo attrattivo e favorendone lo sviluppo economico. Quanto proposto nel presente volume sembra riecheggiare e rendere sempre più attuale il monito di quegli osservatori della società italiana, De Rita in testa, i quali invitano a recuperare quanto di vitale esiste nel modello economico e sociale italiano – il legame forte tra banche e territorio, il tessuto di piccole imprese attive, il localismo quale presidio per processi di internazionalizzazione, la capacità di adattamento di tutto il sistema – per rispondere ad una temperie difficile e critica; un atteggiamento costruttivo che passa dal coraggio di rinnovare attraverso pochi sensati accorgimenti, intercettando quanto di vitale esiste già nella società italiana, supportando le scintille di imprenditorialità esistenti, tutelando la capacità di rischiare, dando spazio alle nuove componenti del lavoro costituite da immigrati e donne, e ristrutturando il terziario in senso competitivo e, per l’appunto, innovativo. </p>
<p>L&#8217;innovazione duale<br />
Il territorio come base per lo sviluppo globale  <br />
Maurizio Bergamini Riccobon <br />
Franco Angeli 2008  euro 13,50<br />
ISBN  978-88-464-9161-9<br />
 <a title="Casa Editrice FrancoAngeli" onclick="urchinTracker ('/outbound/article/www.francoangeli.it');" href="http://www.francoangeli.it/"><span style="color: #76abc4;">www.francoangeli.it</span></a></p>
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		<title>Il fruttuoso connubio tra arte e tecnologia</title>
		<link>http://www.tafter.it/2009/01/05/il-fruttuoso-connubio-tra-arte-e-tecnologia/</link>
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		<pubDate>Mon, 05 Jan 2009 10:00:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove tecnologie]]></category>

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		<description><![CDATA[Risale al secondo dopoguerra la nascita della prima interazione tra arte e tecnologia che ha portato alla formazione di opere d’arte realizzate con tecniche completamente innovative, della musica elettronica, di festival, progetti e siti web dedicati al vasto mondo della cultura digitale…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-15901" title="digital-art" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/12/digital-art-300x225.jpg" alt="digital-art" width="300" height="225" /></a>Il <strong>rapporto tra artisti e tecnologie</strong> è longevo e coincide con i primi strumenti tecnologici utilizzati a partire dal secondo dopoguerra. I primissimi esempi di interazione tra arte e tecnologie sono rappresentati dagli esperimenti di due matematici, Ben Laposky e Manfred Frank, i quali realizzarono, nel 1950, un <strong>“oscillogramma”:</strong> attraverso una formula matematica, ottennero la base per una proiezione grafica e crearono appositamente delle distorsioni. È a partire dalle loro sperimentazioni che si inizia a parlare di digital art e si comincia ad aprire la strada al vasto utilizzo dei <strong>computer per creare opere d’arte</strong>. Tra queste, anche la musica elettronica, genere nato dal connubio tra musica e computer per arrangiare e creare campioni sonori. Parentela più o meno stretta con l’arte digitale presenta anche la cosiddetta <strong>arte ASCII</strong>, che utilizza le immagini prodotte sulla base dei caratteri ASCII, un sistema di codifica dei caratteri a 7 bit comunemente utilizzato nei calcolatori, spesso utilizzato per la produzione di filmati e di video.<br />
La consapevolezza delle enormi potenzialità dei mezzi tecnologici associati alla produzione artistica nasce già a partire dagli anni Sessanta negli Stati Uniti, quando si assiste alla nascita di un movimento, battezzato con il nome<strong> E.A.T. – Experiment in Art and Technology</strong>. Il movimento nacque in seguito alla collaborazione tra Rauschenberg ed un ingengnere, Billy Kluver, già espressa in diversi progetti quali il festival <strong>“9 Evenings: Theater and Engineeering”</strong> che rappresentava un mix di teatro ed ingegneria che coinvolse i musicisti John Cage e David Tudor, il pittore Robert Whitman e lo stesso Rauschenberg,  e la mostra <strong>“Some more beginnings”</strong> in cui si presentava un gran numero di opere caratterizzate dall’utilizzo di tecniche elettroniche e mediatiche innovative. L’esperimento ottenne un successo clamoroso ed attirò anche l’attenzione – ed i finanziamenti – di grosse aziende, permettendo così la realizzazione di diverse opere e rendendo possibile a ciascuno dei due mondi di acquisire consapevolezza dell’altro: si inaugura in questo modo l’era della tecnologia e del <strong>computer quale strumento di creazione artistica</strong>.<br />
Il primo grande esempio di questo connubio in Europa è invece rappresentato da <strong>Ars Electronica</strong>, il primo festival dedicato all’arte e ai media digitali. Nato nel 1979 a Linz, in Austria, è diventato nel corso degli anni luogo eletto di incontro da parte di tutti i creativi, i ricercatori ed artisti attivi nel campo delle tecnologie digitali; durante i giorni del festival si alternano seminari, mostre, spettacoli teatrali e performance artistiche disciplinate da una forte trasversalità di approccio e di temi legati al mondo del digitale e dell’arte.<br />
Ovviamente la rete è il luogo che ospita e dà visibilità ai progetti artistici promuovendone costantemente di nuovi. E’ il caso della piattaforma <strong>digitalart.org</strong>, vera e propria galleria online che ospita migliaia di opere d’arte di artisti provenienti da tutto il mondo ed offre uno spazio per le discussioni e le interazioni reciproche. Tra i progetti riconosciuti e autorevoli <strong>“Rhizome”,</strong> sito dedicato alla creazione, presentazione, tutela e critica di tutte le pratiche artistiche che utilizzano la tecnologia è un altro buon esempio di spazio dedito all’interazione tra arte e tecnologia. Il sistema si basa su piattaforme di scambio e di collaborazione aperte ad una comunità di artisti dedita a sperimentare le relazioni tra arte, cultura e tecnologie. Nel giro di dodici anni, a partire dal 1996, realizza progetti sia on-line che off-line ed ospita un vasto archivio di opere d’arte legate alle tecnologie che sono accolte solo dopo un’attenta selezione effettuata dallo staff di curatori. La logica dell’apertura ai diversi stimoli e della partecipazione reale della comunità degli artisti è testimoniata dal sistema di classificazione utilizzato per l’archivio: esso si basa sui termini scelti dagli artisti stessi i quali, laddove raggiungano una certa notorietà all’interno della comunità, sono aggiunti al dizionario Rhizome.<br />
Interessante fenomeno quello di <strong>Wikiartpedia</strong>, la libera enciclopedia dell’arte e delle culture delle reti telematiche, progetto che ha come obiettivo la ricerca e la documentazione del settore attraverso la logica wikipedia, ovvero attraverso la partecipazione libera degli utenti. Un progetto italiano ed in lingua italiana per accrescere la conoscenza e la consapevolezza del mondo della cultura digitale.</p>
<p><strong>Riferimenti:</strong><br />
<a href="http://www.medienkunstnetz.de"><em>www.medienkunstnetz.de</em></a><br />
<a href="http://www.aec.at"><em>www.aec.at</em></a><br />
<a href="http://www.rhizome.org"><em>www.rhizome.org</em></a><br />
<a href="http://www.wikipedia.org"><em>www.wikipedia.org</em></a></p>
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		<title>Dottor Arte</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/11/05/dottor-arte/</link>
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		<pubDate>Wed, 05 Nov 2008 13:48:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Musei e Beni culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>

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		<description><![CDATA[Avvalersi della cultura per mettere in pratica interventi sociali volti ad alleggerire situazioni di difficoltà fisiche e mentali. Seppur in Italia si registrino ancora sporadici casi di pratiche artistiche rivolte alle categorie disagiate, i risultati di successo aprono prospettive positive…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-15082" title="dottor-arte" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/11/dottor-arte.jpg" alt="dottor-arte" width="286" height="268" />L’arte, intesa nella sua funzione di produzione di senso e di produzione di effetti positivi sulla vita degli individui, quando si concretizza in una dimensione esperienziale, permette di raggiungere un forte appagamento personale ed anche di sviluppare il proprio potenziale. Essa, poi, attraverso la fruizione estetica ed il benessere ad esso associata, permette un alleggerimento anche di <strong>condizioni di disagio</strong>. Su queste basi poggiano gli interventi che incrociano arte e risoluzione delle condizioni di difficoltà – sia che si tratti di salute, che di condizioni di esclusione sociale. Basta pensare ai diversi progetti che coinvolgono gli ospedali, interventi che riguardano l’arte come attiva sulle strutture fisiche oppure attraverso il coinvolgimento dei degenti.<br />
Tra i diversi casi, particolarmente felice è l’esperienza dell’<strong>ospedale pediatrico Meyer di Firenze</strong>. Una lunga tradizione in questa direzione ha portato l’ospedale ad essere premiato, in una delle precedenti edizioni, con il premio Impresa e Cultura. L’ospedale, nel corso degli ultimi anni, ha dato vita al progetto <em>Meyer cultura</em> &#8211; che raccoglie tutti gli interventi in campo culturale effettuati sotto l’egida dell’ospedale. Attraverso la Fondazione Meyer, si è data vita a diversi progetti – <em>MeyerAr</em>t, sotto il coordinamento artistico di Andrea Rauch, coinvolge gli artisti che si rivolgono al mondo dei bambini;  Meyer Musica, interessa gruppi di musicisti che si esibiscono nei reparti; <strong>Meyer Teatro</strong>, prevede la realizzazione all’interno dell’ospedale di spettacoli teatrali per i ricoverati e per il pubblico esterno – che hanno come obiettivo fondamentale l’utilizzo dei diversi linguaggi artistici per migliorare le condizioni dei piccoli pazienti, rivolgendosi allo stesso tempo, al pubblico proveniente dal territorio circostante, in modo da “aprire” verso l’esterno, un luogo percepito come di disagio, permettendo uno scambio in ambo le direzioni.<br />
Un progetto analogo, sebbene diretto più specificamente alle strutture fisiche dell’ospedale, è il progetto <strong>“Arteinattesa” del policlinico di Modena</strong>. Attraverso esso, e fino al 2010, l’ospedale diventa una galleria d’arte permanente tramite l’intervento di giovani artisti, i quali esporranno le loro opere negli spazi dell’ospedale aperti al pubblico, in modo da rendere più gradevole, anche meno doloroso il passaggio in un luogo altrimenti poco confortevole.<br />
Stessa matrice, arte ed intervento sociale, caratterizza l’iniziativa “<strong>Musei per tutti</strong>”, che prevede un accesso facilitato ad anziani e disabili presso i Musei Civici del <strong>Comune di Roma</strong>. Frutto di un protocollo di intesa tra Assessorato alle Politiche Sociali del Comune di Roma e Zetema Progetto Cultura, l’iniziativa prevede visita gratuita il mercoledì presso i musei e la possibilità di usufruire di mezzi di trasporto attrezzati.<br />
L’arte ed il disagio psichico sono alla base del progetto Superfici Sconnesse, promosso dalla Compagnia di San Paolo e dall&#8217;Associazione Il Bandolo Onlus di Torino.<br />
Un progetto, nato nel 2006, costruito sulla base del rapporto creativo che si instaura tra artisti e persone con patologie psichiatriche: laboratori che hanno prodotto ventidue opere e che hanno costituito occasione di riflessione sul tema della follia e sui pregiudizi nei confronti di essa.<br />
I progetti suddetti testimoniano dell’attenzione sempre maggiore assunta in Italia dal rapporto tra cultura ed interventi sociali, laddove in altri paesi essa aveva assunto già da tempo un ruolo rilevante nelle agende politiche; essi si basano sull’assunto che il pieno accesso alla cultura favorisca l’integrazione dei cittadini alla società di appartenenza e che, come tale, essa sia in grado di <strong>tamponare l’esclusione sociale</strong>, intesa come difficoltà a partecipare alle attività sociali che un individuo manifesta. Si tratta, quindi, di iniziative che si inseriscono a pieno titolo nel filone di intervento che prevede di allargare l’accesso, la partecipazione e la fruizione alla cultura quale accrescimento dell’identità culturale di una società.<br />
Non è ovviamente facile stabilire l’efficacia di queste iniziative, come complicato è individuare una definizione univoca di inclusione sociale e di modalità che la favoriscano, e che possibilmente evitino l’atteggiamento da “missionari” di chi impone interventi a categorie che potrebbero non ricavarne vantaggi o non recepirne il significato. Ciò che, però, colpisce di questi progetti è che essi sono connotati dall’<strong>incrocio di sensibilità analoghe</strong>: sia gli operatori sociali e sanitari che gli operatori artistici esercitano la loro attività professionale in uno spazio in cui la relazione con l’altro risulta preponderante.<br />
L’arte ha probabilmente il merito di proporre una visione di maggior respiro, permette di innalzarsi e di guardare in avanti senza temere, lavora sulla misura della progettualità e del futuro da parte di chi, affetto da malattie o disagi di altro tipo, è chiuso in un presente asfittico.</p>
<p><strong>Riferimenti:</strong><br />
<a href="http://www.fondazione.meyer.it">www.fondazione.meyer.it</a><br />
<a href="http://www.comune.roma.it">www.comune.roma.it</a><br />
<a href="http://www.nbmodena.org/2008/05/07/arte-in-attesa">www.nbmodena.org/2008/05/07/arte-in-attesa</a></p>
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		<title>La saggezza della folla</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Oct 2008 14:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il volume di James Surowiecki offre una chiave di lettura un po' rivoluzionaria per la comprensione della vita quotidiana. Per fare una previsione, risolvere un problema o prendere una decisione saggia, i grandi gruppi sono più bravi di una persona sola, per quanto qualificata ed esperta....]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-14986" title="saggezza-della-folla" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/10/saggezza-della-folla-197x300.jpg" alt="saggezza-della-folla" width="197" height="300" />Un libro chiaro, approfondito e a tratti sorprendente che tratta delle dinamiche e dei risultati ai quali pervengono i singoli qualora si aggreghino in gruppo. L’autore, sulla base di una serie di esperimenti effettuati nel corso degli ultimi decenni, da vari ricercatori, nei settori più disparati, dimostra che l’affidabilità dal giudizio democratico è molto elevata e può, se ben utilizzata, fornire maggiori garanzie di successo di un approccio basato sul singolo.<br />
Il gruppo tende infatti a giungere ad una decisione collettiva saggia, “normalizzando” giudizi e decisioni individuali, le quali si basano, comunque sia, su informazioni imperfette o carenti e sulla tendenza a compiere scelte soggettive non di rado irrazionali.<br />
I gruppi, se sufficientemente diversificati, sono in grado di prendere decisioni più sensate di un unico individuo pur informato e saggio; ciò succede perché la diversità offre prospettive diverse al gruppo, e permette a ciascuno di esprimere effettivamente ciò che pensa.<br />
Il libro è scandito in due parti: la prima parte esplora l’apparato teorico inerente l’argomento indagando tre ordini di problemi: cognitivi, di coordinamento e collaborazione, descrivendo in modo puntuale le condizioni che facilitano il raggiungimento di questa “saggezza” di gruppo. Nella seconda parte l’analisi si sofferma sui casi reali; casi in cui i gruppi, attivi in  diversi contesti, sono stati in grado di prendere decisioni sagge o totalmente sbagliate. Si dimostra, infatti, che le variabili che entrano in campo, affinché si verifichino rispettivamente il primo o il secondo caso, derivano da caratteristiche di funzionamento dei gruppi basate sulla possibilità, o meno, di avvalersi di: diversità di opinione e di informazioni in possesso &#8211; oltre che su diversità sia di tipo concettuale che cognitivo-, sull’indipendenza di ciascuna opinione dalle altre, sulla specializzazione e la capacità di sfruttare conoscenza specifiche e sull’aggregazione che permette di trasformare un giudizio personale in una decisione, e, in casi specifici, in una previsione collegiale. Questi elementi mixati portano, tra l’altro, alla conclusione che le migliori decisioni collettive nascono dalla disputa e dal disaccordo, non dal compromesso e dal consenso. La conclusione: gli individui sono programmati per essere collettivamente intelligenti e, alle volte, l’approccio caotico vince rispetto alla volontà di seguire traiettorie puramente razionali. Un volume che, come in una narrazione, con toni leggeri e colloquiali, rende avvincenti argomenti scientifici ed approfonditi.</p>
<p>La saggezza della folla<br />
James Surowiecki<br />
Fusi orari 2007 Euro 15,50<br />
ISBN: 978-88-89674-14-7</p>
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		<title>Metodi per la ricerca sociale partecipata</title>
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		<pubDate>Wed, 22 Oct 2008 10:03:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il volume di Pacinelli offre una puntuale disamina dei differenti step per impostare una ricerca sociale partecipata, offrendo metodi per la rilevazione partecipata del fabbisogno e dei “desiderata” per la convergenza delle opinioni dei partecipanti, per l’analisi partecipata degli impatti, per la realizzazione di osservatori partecipati, e per la e-partecipation…]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-14882" title="metodi-per-la-ricerca-partecipata" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/10/metodi-per-la-ricerca-partecipata-206x300.jpg" alt="metodi-per-la-ricerca-partecipata" width="206" height="300" /></a>La pianificazione strategica, intesa come modalità per individuare le politiche da attuare, non prescinde dall’elemento partecipativo e dal coinvolgimento di coloro i quali saranno i destinatari ultimi degli interventi ipotizzati. Si muove in questa direzione il disegno di metodologie di ricerca sociale partecipata che accolgono sistemi di indagine in cui il processo decisionale pubblico assume un ruolo rilevante. Il volume di Pacinelli propone una puntuale disamina dei differenti step per impostare una ricerca sociale di tipo partecipato: essa sarà basata su un rigoroso sistema di raccolta dati quali-quantitativi, una scansione per obiettivi di conoscenza e l’elaborazione di scenari. Sulla base di questa impostazione, l’intervento degli esperti avviene quale verifica di quanto emerge dall’analisi dei dati forniti dagli attori portatori di interessi: coinvolgere questi ultimi, ed ottenerne il consenso è essenziale, in quanto la precisa individuazione degli interessi potrà rendere una maggiore fattibilità e sostenibilità di un processo effettivamente partecipato. Nella pianificazione sociale così concepita, i destinatari &#8211; efficacemente coinvolti &#8211; sono chiamati ad assumere un ruolo attivo, in quanto è richiesto loro di esprimere il parere rispetto ai bisogni esistenti e alle esigenze future e, solo in una fase successiva, saranno gli esperti ad interveniree e sistematizzare le conoscenze acquisite.<br />
I metodi per la ricerca sociale partecipata tengono conto del ruolo assunto dai differenti soggetti nel processo decisionale e delle finalità applicative dei metodi; per assicurare un sistema analisi basato sulla partecipazione, si considera la partecipazione diretta – dei cittadini e degli utenti finali-, la partecipazione mediata – di rappresentanti di comunità e parti sociali-, e la partecipazione tecnica – degli esperti che conducono la ricerca; i metodi che saranno utilizzati terranno conto delle finalità applicative previste (metodi per la rappresentazione semplificata dei fenomeni, metodi per la rilevazione di fabbisogni e desiderata, metodi per la convergenza delle opinioni, metodi per l’analisi partecipata degli impatti).<br />
Pur rendendo conto del ruolo centrale assunto dalla misura e valutazione del processo decisionale allargato, la metodologia presentata non tace della rilevanza dell’analisi previsionale quale base della pianificazione strategica: è infatti dall’analisi delle varie opzioni che possono verificarsi nel lungo periodo, che si può orientare un processo più consapevole per la costruzione di un futuro più vicino ai desiderata e dunque, in qualche misura, più legato ad un processo di effettiva partecipazione.</p>
<p>Metodi per la ricerca sociale partecipata<br />
Antonio Pacinelli<br />
Franco Angeli 2008 euro 17<br />
ISBN: 978-88-464-9923-3</p>
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		<title>Capire l&#8217;arte contemporanea</title>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 11:38:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>

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		<description><![CDATA[Comprendere il linguaggio dell’arte contemporanea può risultare faticoso data l’assenza di parametri ai quali ancorare il proprio giudizio. La fruizione è generalmente lasciata alla sensibilità personale, se non al puro caso. Il volume di Angela Vettese, divenuto nel corso del tempo un libro di riferimento, accompagna il lettore nell’improbo compito di accrescere la propria capacità di valutazione… 
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-14578" title="capire-larte-contemporanea_vettese" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/10/capire-larte-contemporanea_vettese-190x300.jpg" alt="capire-larte-contemporanea_vettese" width="190" height="300" />Comprendere il linguaggio dell’arte contemporanea può risultare faticoso data l’assenza di parametri ai quali ancorare il proprio giudizio. La fruizione è generalmente lasciata alla sensibilità personale, se non al puro caso. Il volume di Angela Vettese, divenuto nel corso del tempo un libro di riferimento, accompagna il lettore nell’improbo compito di accrescere la propria capacità di valutazione e di affinare lo sguardo su un periodo di produzione artistica così vicino da poter indurre il rischio di ipermetropia.<br />
L’autrice esordisce svelando, in modo diretto e chiaro, la risposta alla questione cruciale che il pubblico spesso si pone quando si trova di fronte all’arte contemporanea: a partire da quali presupposti si può dire che si è di fronte ad un’opera artistica? Finalmente la risposta: è il mondo degli artisti, critici, galleristi, curatori di museo, editori, a decretare quanto possa essere considerato arte. La difficoltà, una volta che l’opera artistica è tale, risiede piuttosto nel dover contare su un sistema culturale di riferimento che si è allargato fino ad eccedere i confini occidentali per includere culture asiatiche e africane, nella maggior parte dei casi molto lontane dall’immaginario occidentale, dunque, difficilmente in grado di veicolare significati comprensibili. Anche per questo motivo si azzarda l’ipotesi che la grande difficoltà relativa alla storicizzazione del presente ha condotto spesso ad offrire al pubblico opere che condensano le visioni del futuro come emergono dalle sensibilità degli artisti.<br />
Il libro ha il merito di restituire in modo chiaro e sintetico le risposte agli interrogativi che comunemente agitano i profani dell’arte contemporanea; non a caso il percorso proposto dall’autrice è volutamente legato alla suddivisione in movimenti, piuttosto che contenere l’indicazione di un’evoluzione o una progressione di qualunque tipo. Il panorama artistico offerto e spiegato, oltre ai punti di riferimento propriamente legati alle opere, non tace dei rapporti stretti e convulsi tra il mondo degli artisti visivi, vivace, contraddittorio, capace di assumere nel corso degli anni forme sempre differenti, con tutti quei personaggi dotati di notevole influenza che hanno coagulato attorno a sé figure di spicco di giovani talenti, sia che si trattasse di mercanti d’arte o galleristi, che di esponenti della vita sociale di spicco, che hanno influito in modo sostanziale sul ruolo che questi hanno assunto nella vita culturale.  Gli artisti inseriti all’interno delle cornici artistiche di appartenenza, sono ritratti essi stessi con pennellate che descrivono la temperie, spesso anche umana, all’interno della quale si trovarono ad agire e sulla quale ciascuno di loro fu in grado di influire.<br />
In controluce si legge il valore dell’arte contemporanea come possibilità di espressione decisamente libera da vincoli, connotata da un’estrema velocità di esecuzione e prodiga del mondo di possibilità per sintetizzare il respiro di un periodo storico, le sue inquietudini e le possibilità di cambiamento. Capire l’arte contemporanea è quindi un modo per “acquisire gli strumenti di lettura delle onde di senso che un tempo e un mondo ci propongono”.</p>
<p>Capire l’arte contemporanea<br />
Dal 1945 a oggi<br />
Angela Vettese<br />
Allemandi Editore 2006 euro 20<br />
ISBN 978-88-422-0849-5</p>
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		<title>Le logiche del settore dell’arte contemporanea: tra mercato e attenzione del pubblico</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/10/01/le-logiche-del-settore-dell%e2%80%99arte-contemporanea-tra-mercato-e-attenzione-del-pubblico/</link>
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		<pubDate>Wed, 01 Oct 2008 11:18:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Economia della Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Mostre]]></category>
		<category><![CDATA[Musei e Beni culturali]]></category>

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		<description><![CDATA[L’attenzione al mondo dell’arte contemporanea si accresce sia dal punto di vista del pubblico che da parte del mondo delle istituzioni e del sistema economico. Aste milionarie, il proliferare di fiere e biennali internazionali, l'apertura di nuovi musei  generano una movimentazione non più trascurabile, riuscendo ad influenzare anche gli andamenti economici globali...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-14575" title="damien-hirst_squalo" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/10/damien-hirst_squalo-300x216.jpg" alt="damien-hirst_squalo" width="300" height="216" /></a>L’attenzione al mondo dell’arte contemporanea si accresce sia dal punto di vista del pubblico, ovvero dei consumatori culturali, che da parte del mondo delle istituzioni e del sistema economico. Le logiche che sottendono l’evoluzione di questo settore, pur non facilmente intellegibili dall’esterno, si basano su un sistema di interazioni reciproche con la società, le politiche culturali ed i valori più propriamente economici che possono spiegarne, almeno in parte, la complessità.<br />
Se consideriamo questo settore come ecosistema, scopriamo una <strong>galassia composta da vari attori</strong> – artisti, rappresentanti di case d’asta, galleristi, curatori, direttori di musei, critici, banche e consulenti di investimento- i quali, interagendo tra di loro in modi non del tutto prevedibili, possono impostare e modificare le regole, influenzando attivamente l’intero comparto ed i suoi rapporti con il mondo dell’economia e della politica.<br />
Per dirla con <strong>Samuel Keller</strong>, ex direttore di Art Basel, il mondo dell’arte contemporanea è un “ecosistema in cui gli squali non mangiano i pesci poiché rimarrebbero ben presto a bocca asciutta”; in altri termini, si tratta di un ambiente all’interno del quale i grandi player, le case d’asta, non possono fare a meno di un rapporto di interdipendenza costante con le gallerie, i luoghi deputati a scoprire artisti di talento e ad accrescere la loro reputazione e, per converso, il loro valore sul mercato. Quanto sembra scompaginare gli equilibri è la recente tendenza alla labilità dei confini tra i ruoli di ciascuno: nonostante i direttori delle maggiori esposizioni d’arte sanciscano regole piuttosto ferree ed osteggino la presenza dei rappresentanti delle case d’asta, succede sempre più di frequente che questi ultimi frequentino gli appuntamenti fieristici per cogliere le tendenze del settore; a ciò si aggiunga che in alcuni comitati di selezione delle biennali d’arte si scorgono nomi appartenenti al mondo del commercio dell’arte; le stesse Christie’s e Sotheby’s aprono le loro gallerie, infilandosi direttamente nel <strong>rapporto mediato dagli storici galleristi</strong>. Certo anche gli artisti, soprattutto le super star regine delle quotazioni, quando possono, si infilano nel gioco proponendo le proprie regole. I più bravi riescono a giocarle a proprio vantaggio. Basti solo pensare all’ultima performance della star <strong>Damien Hirst</strong> che ha venduto all’asta da Sotheby’s gran parte della sua produzione artistica degli ultimi due anni, aggirando qualunque tipo di rapporto con i commercianti d’arte ed i galleristi e rifiutando qualunque tipo di intermediazione tradizionale. Caso agli antipodi di un <strong>Rammelzee</strong>, star dei grafitisti americani, il quale vendette le sue opere ai galleristi non mantenendo alcun diritto sui successivi passaggi di proprietà.<br />
Questo lo sfondo su cui si muove un mondo che, volenti o nolenti, è fortemente <strong>legato a regole commerciali</strong>, e ad al quale è legato un mercato di proporzioni enormi che si è allargato nel giro di un solo decennio. Esso ha, infatti, celebrato il suo primo vero successo solo pochi anni fa, quando con la storica asta di Sotheby’s, datata 6 maggio 1997, sono stati realizzati 15.2 milioni di dollari in vendite a partire dalla collezione del dr. Nadal-Ginard (primo presidente del Boston Children’s Heart Foundation) che contava, tra gli altri, artisti del calibro di Jeff Koons, Bruce Nauman, Matthew Barney, Rachel Whiteread, Robert Gober e Kiki Smith. Da quel momento in poi, l’arte contemporanea è divenuta la star delle vendite di arte anche a livello mondiale, grazie ad acquirenti provenienti da tutti i continenti. Un fenomeno che è strettamente connesso con la cosiddetta<strong> “biennalizzazione” dell’arte</strong>, intesa quale fenomeno legato al proliferare di fiere ed esposizioni, di vario livello qualitativo, in tutto il mondo. Se la prima biennale d’arte è la Biennale di Venezia, datata 1895, e se per quasi un secolo accanto a questa si sono alternate solo altre sedici biennali, nel giro di meno di un ventennio si arriva a contare almeno sessanta eventi di arte contemporanea a livello globale. All’inizio degli anni Novanta la gran parte dei paesi dell’Eurasia, molti dell’America Latina, dell’Oceania e dell’Africa hanno cominciato ad organizzare manifestazioni di arte contemporanea: dalla Turchia, passando per Senegal, Taiwan e Shangai, fino a Osaka e al Brasile, non esiste paese che non ospiti la sua biennale e che, dunque, non offra una visibilità e a volte, accresca sensibilità e gusto verso il settore.<br />
Volendo quantificare in termini economici il <strong>valore di questo mercato</strong>, il calcolo è presto fatto: il mercato globale dell’arte contemporanea, si aggira su una cifra tra i 20 e i 30 miliardi di dollari &#8211; e potrebbe trattarsi di cifre assolutamente sottostimate, riferite quasi esclusivamente al giro di affari delle due grandi case d’asta – Christie’s e Sotheby’s – , che la fanno da padrone, e che hanno acquisito con un controllo del mercato pari ad almeno il 70%.   Solo in Italia, stando al rapporto su ”L’arte moderna e contemporanea e il suo mercato in Italia”, a cura del Laboratorio Nomisma sul Commercio dei Beni Artistici, nel 2007 questo mercato ha superato la cifra di 1,8 miliardi di euro, facendo registrare prezzi mediamente più elevati, scambi più frequenti e l’ingresso tra gli acquirenti di giovani tra i 30 ed i 45 anni, sempre più propensi a preferire gli investimenti nel settore dell’arte contemporanea a quelli immobiliare ed azionario. E come dar loro torto, se è vero che  nel corso dell’ultimo decennio gli investimenti in arte hanno generato un valore di dieci volte l’investimento iniziale.<br />
La vera questione è probabilmente un’altra: non si tratta più, o comunque non soltanto, del mero rapporto tra arte e mercato, che è sempre, in qualche modo esistito, ma di quanto il marketing stesso influenzi la produzione degli artisti contemporanei. O piuttosto, per dirla con Hirst, quanto debbano essere “sempre i soldi ad inseguire l’arte, e non il contrario”. Non si può, infatti, tacere dell’appeal che l’arte contemporanea eserciti sulle <strong>élite economiche</strong>, soprattutto sui ricchi di nuova generazione prodotti dall’apertura al mercato di paesi quali Russia e Cina. Un esempio su tutti è il caso del multimilionario, Roman Abramovic, che ha acquistato un intero spazio da dedicare all’arte contemporanea, il CCC Moscow Garage Centre for Contemporary Culture, un ex rimessa di autobus di 85.000 metri quadri risalente al 1927 ad opera dell’architetto costruttivista Konstantin Melnikov il cui coordinatore è Mollie Dent-Brocklehurst, curatore con un passato alla Gagosian Gallery, una delle gallerie più potenti a livello mondiale.<br />
Se l’andamento del mercato è questo, imprevedibile e sorprendente, altra questione è il rapporto con i consumatori culturali e le pubbliche istituzioni, impegnate negli ultimi anni ad effettuare ingente utilizzo di risorse per la <strong>costruzione di musei e sedi espositive</strong> destinati ad ospitare opere di arte moderna e contemporanea. Il consistente utilizzo di capitali destinati ad inaugurare politiche culturali e di valorizzazione urbana legati alla costruzioni di “cattedrali della modernità” si è rivelato un modo per modificare sostanzialmente  paesaggi ed identità urbane, contribuire a formare il gusto degli abitanti, educare un pubblico neofita, ed attirare un sempre maggior numero di visitatori. Si pensi solo al caso del Museo Guggenheim di Bilbao, inaugurato nel 1997: a fronte di un investimento pari a 85 milioni di euro, ha generato nel giro di pochi anni un aumento del Pil della regione basca pari a 140 milioni di Euro e 4 mila posti di lavoro in più, divenendo in questo modo protagonista del rilancio economico di una città e di un’intera regione.<br />
Cifre record anche dal punto di vista dei consumatori culturali che si mostrano sempre più interessati a visitare <strong>eventi di arte contemporanea</strong>: nel 2007 la Biennale di Venezia ha raggiunto un numero di visitatori pari a 319 mila, mentre la Tate Modern, nel corso dello stesso anno, ha registrato un pubblico pari a 5.2 milioni di visitatori. Si tratta di cifre di tutto rispetto, anche se l’arte contemporanea, quale consumo culturale, rimane sicuramente di nicchia e non è pensabile che raggiunga le cifre dei blockbuster, tanto più che spesso essa necessita una forma di comprensione del linguaggio piuttosto complessa, laddove non una vera e propria “iniziazione”. E’ certo, però, che la produzione artistica contemporanea, che si nutre dei vari linguaggi in grado di modificare profondamente i canoni sia della narrazione che della percezione estetica, racchiude in sè potenzialità di educare ad un gusto provocatorio e critico, permettendo di rafforzare la consapevolezza soggettiva, ed imprimere opportunità di fertilizzazione incrociata con il mondo della creatività, dei media e delle imprese, a tutto vantaggio dell’accrescersi delle componenti culturali del vivere quotidiano.</p>
<p><strong>Riferimenti<br />
</strong><em>Is the art market heading for a fall?</em>, The Sunday Times, 30 Marzo, 2008.<br />
Dal Pozzolo, L., (2008), “Il consumatore culturale, ritratto in seppia”, in <em>L’arte dello spettatore</em>, Franco Angeli, Milano.<br />
Nomisma, Laboratorio sul commercio dei Beni Artistici,  (2007), <em>L’arte moderna e contemporanea e il suo mercato in Italia</em>, Bologna.<br />
Poli, F., (2008), <em>Il sistema dell&#8217;arte contemporanea, Produzione artistica, mercato, musei</em>, Laterza, Roma.</p>
<p><a href="http://www.ecoledumagasin.com">www.ecoledumagasin.com</a><br />
<a href="http://nymag.com/arts/art/features/16542">http://nymag.com/arts/art/features/16542</a></p>
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		<title>Economia della felicità</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/09/10/economia-della-felicita/</link>
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		<pubDate>Wed, 10 Sep 2008 11:16:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Un volume che raccoglie una serie di interventi del noto psicologo israeliano Daniel Kahneman sull’applicazione della psicologia cognitiva alla scienza economica, rivelando il suo innovativo punto di vista sulla comprensione delle decisioni economiche…

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			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="Nessuna"><img class="alignnone size-medium wp-image-14226" title="libro_economia-felicita" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/09/libro_economia-felicita.jpg" alt="" width="120" height="180" /></a>Pur con un titolo che sembra un ossimoro, ma sufficientemente provocatorio ed accattivante, il volume ad opera del premio Nobel Daniel Kahneman, fornisce un inaspettato, quanto accurato, quadro dei sistemi che conducono a decisioni e valutazioni anche in settori dell’esistenza apparentemente poco governati da dinamiche prevedibili e classificabili.<br />
Le teorie di Kahneman, primo psicologo cognitivo ad essere insignito del premio Nobel in campo economico, hanno messo in crisi i fondamenti delle teorie economiche neoclassiche soprattutto nel campo delle decisioni razionali e proposto nuove basi sulle quali impostare l’economia sperimentale e comportamentale. Per dirla con le parole dell’autore, “la chiesa dell’economia ha ammesso nelle sue fila e persino premiato alcuni studiosi che in passato sarebbero stati bollati come eretici”.<br />
Sulla base di numerosi esperimenti, Kahnemann ha scardinato i principi sui quali le teorie economiche basano la concezione di “decisioni razionali”, soprattutto in riferimento alla formulazione di valutazioni e predizioni in situazioni di incertezza ed ambiguità, mostrando quanto numerosi e frequenti siano i casi di errori basati su errate concezioni di casualità e validità.<br />
L’economia tradizionale ritiene che le dinamiche che governano quanto accade nei mercati, e nel mondo dell’economia in senso lato, siano basate su comportamenti di tipo razionale, inteso come pianificato e sensato. L’evidenza empirica, basata sull’analisi dei comportamenti reali, suggerisce invece che, molto più spesso di quanto si pensi, le decisioni sono assunte sulla base di euristiche, ovvero scorciatoie decisionali, che contraddicono in misura sostanziale le teorie e gli assunti economici, ovvero i comportamenti attesi.<br />
Per questo motivo, inoltre, si ritiene fonte di felicità o soddisfazione quanto può, in termini economici, essere considerato non razionale. Ad esempio, da diversi esperimenti emerge che il valore attribuito dai singoli all’allocazione di risorse monetarie è molto meno “razionale” di quanto ci si aspetti, in quanto sono considerate in modo soddisfacente le spese effettuate per  quelle forme di beni o attività che possono offrire una quota di piacere ricorrente, se opportunamente distribuite nel tempo. Ciò significa, dunque, che il valore attribuito ad esse, può essere di difficile previsione e variare sensibilmente rispetto al valore economico effettivo.<br />
Tutto ciò conduce, e rafforza ulteriormente, l’assunto secondo cui non esiste un unico modello comportamentale, ma esiste una gamma piuttosto ampia di comportamenti che contraddicono l’esistenza di un essere umano invariabilmente razionale e che prende sempre decisioni su basi di estrema coerenza. Rovesciare questo paradigma, permette di accogliere un punto di vista “eccentrico”, ma sicuramente più aderente alla realtà e foriero di maggiori e più sofisticate indagini in campi apparentemente non governati dalle teorie economiche classiche, quali per l’appunto la misurazione del benessere degli individui e le motivazioni che conducono a scelte che influiscono sul livello di soddisfazione per la propria esistenza.</p>
<p>Economia della felicità<br />
Kahneman Daniel<br />
Editore Il Sole 24 Ore Libri  2007 Euro  14<br />
ISBN 978-88-8363-848-0</p>
<p> </p>
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		<title>Rinascimento virtuale</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Aug 2008 10:17:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Nuove tecnologie]]></category>

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		<description><![CDATA[Rinascimento virtuale è un affascinante viaggio attraverso l'universo in evoluzione del web e dei sistemi tecnologici applicati all'esistenza quotidiana. Il rinascimento virtuale è il momento di rinascita, auspicato dall'autore Mario Gerosa, caratterizzato dal passaggio da un cybermondo governato da tecnologici puri ad un universo arricchito dalla partecipazione degli umanisti.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/08/libro_rinascimento_virtuale2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-13728" title="libro_rinascimento_virtuale2" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/08/libro_rinascimento_virtuale2-187x300.jpg" alt="" width="187" height="300" /></a>Rinascimento virtuale è un affascinante viaggio attraverso l&#8217;universo in evoluzione del web e dei sistemi tecnologici applicati all&#8217;esistenza quotidiana. Il rinascimento virtuale è il momento di rinascita, auspicato dall&#8217;autore Mario Gerosa, caratterizzato dal passaggio da un cybermondo governato da tecnologici puri ad un universo arricchito dalla partecipazione degli umanisti. Il loro apporto, in termini di logica di intervento, può infatti generare un sistema complesso in cui si produce la convergenza di differenti forme espressive che contemplano nello stesso linguaggio videogame e fumetti, pittura e piattaforme di network sociali, geografia e arte; linguaggi, modalità di espressione ibridi che producono i nuovi saperi del web pronti a mescolare cultura alta, cultura popolare e sapere scientifico.<br />
L&#8217;autore, attraverso una serie di interviste ad alcuni protagonisti del web, ci racconta come l&#8217;attuale mondo virtuale sia pronto ad evolversi verso un sistema 3D, presumibilmente verso universi tecnologici alternativi agli attuali prospettati da Second Life, e caratterizzati dall&#8217;opportunità di creare contenuti originali da parte degli utenti. Certamente questo passaggio caratterizzato dall&#8217;unione di mondi on-line e dall&#8217;apporto dei social network, non è scevro da difficoltà e travagli, che emergono nel momento in cui reale e virtuale cominciano ad assumere confini più labili.<br />
E&#8217; il caso dei sistemi tecnologici applicati alla vita quotidiana (sistemi gps etc) che tendono a virtualizzare il reale o, in misura ancora maggiore, dei mondi virtuali che si confondono con la vita reale appropriandosi di nuovi spazi nella dimensione delle esperienze vissute dal singolo. Si pensi soltanto ai parchi a temi o ai viaggi virtuali che permettono di effettuare spostamenti fittizi, pur mantenendo intatta una forte dimensione emozionale. Accanto ad essi, all&#8217;avventura del singolo turista che si muove nella geografia del mondo virtuale, emergono sempre più frequenti esperimenti di &#8220;mappature emozionali del territorio&#8221;, di performing mapping, che coinvolgono sia le discipline scientifiche -ad esempio la geografia- che le discipline artistiche.<br />
Ma il vero vertiginoso cambiamento di paradigma consiste nella possibilità di sperimentare una sorta di viaggio virtuale attraverso i sistemi di relazioni, i rapporti costruiti sulla base di affinità sentimentali oppure professionali: è il caso, infatti, dei network sociali, che condensano le caratteristiche più avanzate dei mondi virtuali sperimentati quotidianamente dagli utenti, quali la mobilità, la possibilità di non avere confini, la capacità di ospitare una popolazione nomade e, soprattutto, di scomporsi e riaggregarsi costantemente.</p>
<p>Mario Gerosa<br />
Rinascimento virtuale<br />
Convergenza, comunità e terza dimensione<br />
Anno 2008<br />
ISBN 978-88-8353-605-2<br />
Prezzo 18,50 €</p>
<p>Leggi l&#8217;<a href="http://www.meltemieditore.it/PDFfiles/Y073.pdf">anteprima </a>del libro</p>
<p>www.meltemieditore.it</p>
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		<title>Creatività  e produzione culturale</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/07/25/creativita-e-produzione-culturale/</link>
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		<pubDate>Fri, 25 Jul 2008 10:54:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Industria Culturale]]></category>

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		<description><![CDATA[Il valore della cultura nei processi di sviluppo delle economie avanzate è ormai sancito a livello internazionale. In Europa, il 2009 sarà “Anno europeo della creatività e dell'innovazione” a testimonianza di quanto sia considerato rilevante il ruolo della creatività e della cultura quale volano di crescita economica e di possibilità di occupazione...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2008/07/rapporto-federculture.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-13511" title="rapporto-federculture" src="http://dev.rednoodles.com/tafter/wp-content/uploads/2008/07/rapporto-federculture.jpg" alt="rapporto-federculture" width="231" height="304" /></a></p>
<p>Un paese tra declino e progresso. Quinto rapporto annuale Federclture 2008.</p>
<p>A cura di Roberto Grossi.</p>
<p>Il valore della cultura nei processi di sviluppo delle economie avanzate è ormai sancito a livello internazionale. In Europa, il 2009 sarà  “Anno europeo della creatività  e dell&#8217;innovazione”, a testimonianza di quanto sia considerato rilevante il ruolo della creatività  e della cultura quale volano di crescita economica e di possibilità  di occupazione.  Ma cosa succede in Italia? Il quinto rapporto annuale Federculture, concentrando la propria attenzione su creatività  e produzione culturale, offre un quadro composito della situazione nazionale, che, se da un lato appare sconsolante, dall&#8217;altro fa emergere occasioni di sviluppo promettenti.<br />
Se creatività  e talento sono indicatori del livello di sviluppo di un paese e della sua capacità  di rinnovamento e sviluppo, l&#8217;Italia esce indubbiamente sconfitta, se raffrontata ad altre nazioni avanzate: solo quarantaseiesima nella classifica dei paesi più competitivi,  sei mila “cervelli” ogni anno lasciano il paese alla volta degli Stati Uniti, dove ben il 17% di residenti italiani occupa posizioni di manager o dirigente. I laureati italiani sono “solo” il 16% della popolazione, dei quali alcuni con notevoli inadeguatezze a comunicare attraverso la scrittura e un buon sette per cento che non legge mai. E tutto questo in un paese in cui la classe creativa è pari al 21%,  ed è in possesso del bagaglio di strumenti intelletivi in grado di promuoverla a classe dirigente e a farsi carico del rinnovamento delle compagini economiche e sociali, come accade sempre più di frequente in paesi &#8211; ad esempio India e Cina &#8211; che fino a una manciata di anni fa versavano in condizioni disperate in termini di produzione innovativa. Un quadro fosco quanto a valorizzazione dei talenti e implementazione di politiche di supporto alla creatività  ed innovazione, che diventa più roseo se si analizza la partecipazione dei singoli alla cultura.<br />
Si pensi che In Italia negli ultimi dieci anni, dal 1997 al 2007, sono aumentati tutti i consumi culturali; il tasso di partecipazione alle attività  teatrali è aumentato di un 23,5%, laddove, invece, si contrae la partecipazione agli eventi sportivi. Dati confermano che i giovani sono maggiori frequentatori del mercato della cultura in Italia, e nel corso di dieci anni, proprio il teatro ha visto svecchiare il suo pubblico grazie ad un aumento dei giovani pari al 10,6%. La spesa totale delle famiglie in cultura è aumentata e la spesa del pubblico registra i valori massimi nel settore dello spettacolo dal vivo e del cinema. Segnali di un interesse che regge e dal quale partire per invertire la tendenza al declino.</p>
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		<title>Fermento culturale a Oriente</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/04/09/fermento-culturale-a-oriente/</link>
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		<pubDate>Wed, 09 Apr 2008 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Architettura]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Economia della Cultura]]></category>
		<category><![CDATA[Media]]></category>

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		<description><![CDATA[Scenari urbani che si trasformano, organismi ex industriali che ospitano artisti contemporanei, fermento creativo localizzato negli spazi metropolitani della Cina in vertiginosa trasformazione, un caso di studio tra i più interessanti per analizzare le caratteristiche del settore culturale e dei trend dei paesi cosiddetti in via di sviluppo...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-13490" title="cinagiulia.jpg" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2007/01/cinagiulia.jpg" alt="" /></p>
<p align="justify">La Cina, gigante demografico, si conferma tra le nazioni con il più alto tasso di crescita al mondo, con una sempre maggiore attenzione verso la produzione di arte e cultura, che sta destando grande interesse anche da parte del panorama artistico internazionale.<br />
Chiusasi la fase della rivoluzione culturale alla fine degli anni Settanta, l&#8217;<strong>arte cinese</strong> inaugura i suoi movimenti d&#8217;avanguardia con la costituzione di diversi gruppi e correnti; solo dopo gli orrori di piazza Tian&#8217;anmen nel 1989 inizia una nuova fase di ricerca artistica di tipo prevalentemente individuale. L&#8217;attenzione non di rado si concentra sugli ambienti urbani, che nello sguardo degli artisti assurgono a sfondo di trasformazioni inquietanti ed incontrollabili. Le metropoli asiatiche sono, infatti, metafora e laboratorio inconsueto dei fenomeni di evoluzione sociale macroscopici in grado di produrre effetti su milioni di persone. Le <strong>metropoli diventano spazio di lavoro</strong> e sfondo delle opere per gli artisti cinesi dell&#8217;ultima generazione, che per primi hanno documentato le rapide mutazioni delle città e gli effetti prodotti sui loro abitanti, e sono spesso fonte di ispirazione anche per i giovani artisti occidentali che popolano numerosi le aree conquistate al loro interno. Un esempio: il famoso complesso ex industriale ”˜798&#8242;, luogo di elezione di residenza e lavoro per molti esponenti della scena artistica di Pechino. Un vero distretto, altrimenti noto come <strong>Dashanzi Art District</strong>, con un&#8217;anima ed una genesi strettamente legate alla stretta collaborazione tra Germania Est e Repubblica Popolare Cinese sotto l&#8217;egida dell&#8217;allora Unione Sovietica. Interrotte le attività nel corso degli anni &#8217;80, il distretto fu ripopolato proprio nel momento in cui la comunità artistica perseguitata dal governo centrale necessitava di un rifugio. Un esemplare metafora del sistema Cina in ambito culturale. Un sistema definito da Curran e Park, come “ambiente transizionale”, ambiente in cui si verifica il passaggio da un&#8217;economia in cui le istituzioni culturali tradizionalmente finanziate dallo stato secondo un modello di intervento totalmente pubblico, sperimentano l&#8217;uso graduale di modelli misti di gestione e di sussidi spesso con insolite, non sempre regolari, forme di investimenti finanziari in cui trasparenza e legalità possono non essere sempre garantite. Un transito, quindi, da modelli basati su assoluto ed indiscusso controllo da parte dello Stato, verso pratiche e strategie sempre più dirette alla diversificazione di servizi, al branding e alla commercializzazione seppure secondo modalità a macchia di leopardo e con notevoli differenze all&#8217;intero della creative industry ”“ intesa come settore culturale tout court.<br />
In questo senso il settore che presenta i maggiori potenziali di sviluppo è il <strong>settore dei media</strong>, in cui si sperimentano<strong> nuovi modelli di business e strategie di investimento</strong>. Un settore, quello dello spettacolo riprodotto e degli audiovisivi, che illustra al meglio gli enormi potenziali di sviluppo di commercializzazione e le modalità adottate per emergere sul mercato internazionale.<br />
Il cinema cinese presenta il giusto mix di nuove idee e di attrazione di investimenti nazionali e stranieri, grazie anche all&#8217;opera di registi del calibro di Zhang Yimou, Chen Kaige, nomi molto noti al pubblico internazionale in grado di farsi e fare pubblicità al cinema cinese, tanto da promuovere investimenti che hanno portato a ritorni in termini di box office pari a 97 milioni di dollari nel 2003 e potendo contare su un numero crescente di film prodotti grazie all&#8217;apporto delle imprese private. Ancora più dinamica la situazione nel settore televisivo in cui il consumo interno è molto elevato e il mercato è trainato dalla pubblicità . In campo televisivo, le fonti di finanziamento sono miste e provengono da finanziamenti pubblici, impiegano strategie below the line ed investimenti da imprese statali e private.<br />
Ovviamente permangono fortissime disuguaglianze, sia sul lato della produzione che del consumo culturale con asimmetrie di potere molto forti: solo nel settore dell&#8217;arte contemporanea il mercato è prevalentemente costituito da turisti o da ricchi collezionisti. Il ruolo che le gallerie assumono in questo contesto non è esente da ombre, non è inoltre sempre legato a strategie di crescita e formazione del pubblico di consumatori culturali, ma a costruzione di canali di mercato in cui far confluire il denaro da investire da parte delle classi arrichitesi di recente. Nello stesso modo non agiscono per costruire una sensibilità artistica e culturale specifica cinese.<br />
Non va ovviamente dimenticato che lo sconfinato territorio cinese ospita una popolazione prevalentemente rurale, pur presentando fenomeni di vertiginosa urbanizzazione in centri, divenuti ormai megalopoli, quali Pechino, Shanghai, Guangzhou, Chongqing, e Tianjin, nelle quali le industrie culturali sono piuttosto sviluppate e nelle quali i consumi culturali raggiungono elevatissimi livelli. Da statistiche elaborate in un recente rapporto, il consumo dei soli servizi legati al &#8220;knowledge&#8221; ha ormai raggiunto una percentuale, a Pechino, pari al 4% della spesa interna. Un dato non irrilevante, che merita una certa elastica interpretazione, data l&#8217;enorme incidenza di beni piratati non registrati nelle vendite di mercato, tanto da meritare la considerazione che gran parte dei consumi culturali sfuggono alle rilevazioni statistiche consuete.<br />
Se si guarda ai dati a livello nazionale forniti dal Ministero della Cultura nel 2003, il valore dell&#8217;economia culturale cinese occupa solo lo 0,26% del prodotto interno lordo e lo 0,8% del settore dei servizi. Si pensi che negli Stati Uniti, il settore contribuisce per un buon 7 % del PIL. Differenze elevatissime, dunque, rispetto a paesi sviluppati, che testimoniano l&#8217;enorme divario tra la minoranza metropolitana colta e spesso benestante e il resto della popolazione cinese.<br />
La stretta relazione tra urbanizzazione e reddito crescente è una tendenza tipica della Cina e delle economie dei paesi in via di sviluppo, un legame che presenta ulteriori elementi distintivi: l&#8217;aumento dell&#8217;incidenza dei servizi sul prodotto interno lordo considerato in termini di creazione di posti di lavoro e l&#8217;aumento del valore delle industrie creative. Il settore culturale, a livello internazionale raggiunge valori pari al 7% del prodotto lordo mondiale. Tutto ciò per dire quanti margini di manovra esistano nel settore e nell&#8217;economia cinese dove lo sviluppo delle aree urbane assicura le condizioni per la crescita del capitale umano iper-specializzato.<br />
Il settore culturale cinese pur in evoluzione vertiginosa e con l&#8217;ambizione di raggiungere in poco tempo nelle principali città del paese il livello delle grandi capitali culturali mondiali, non è ancora entrato in una fase di crescita intrinseca che, al di là di investimenti massicci in edifici ed architetture o grandi eventi ,- non ultimo il poderoso dispiego di risorse richiesto dalle Olimpiadi che ha acceso i riflettori sull&#8217; ambiguo contegno del governo in merito alla questione sui diritti umani -, necessiterà di sviluppare una strategia a lungo termine che crei le condizioni favorevoli per la produzione culturale, la partecipazione allargata e l&#8217;educazione partecipata all&#8217;arte e alla cultura, patrimonio non esclusivo delle ricche elite.<br />
L&#8217;attività creativa presuppone, per definizione, un ambiente istituzionale che garantisce diritti individuali, tolleranza verso le differenze individuali, spazio per la sperimentazione all&#8217;interno di un set di regole semplici e definite. Un sistema in cui la flessibilità influenza e crea le condizioni per l&#8217;iniziativa creativa e in cui prendono vita ambienti in cui è perfettamente percepita l&#8217;idea di poter contare su spazi di manovra ampi. Presupposto indispensabile, ovviamente, la libertà di espressione.</p>
<p>Bibliografia:<br />
Cunningham S., Keane M., Ryan M. D., (2005), Finance and investment in creative industries in developing countries, Asia-Pacific Creative Communities: A Strategy for the 21st Century Senior Expert Symposium Jodhpur, India.<br />
Curren, J. and Park, M.J., (2000), De-Westernizing Media Studies, Routledge, London.<br />
Florida R., (2003), L&#8217;ascesa della nuova classe creativa, Mondadori, Milano.<br />
Yusuf S., and Nabeshima K., (2003), Urban Development Needs Creativity: How Creative Industries Can Affect Urban Areas, November, Development Outreach, World Bank Institute.</p>
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		<title>Quando l&#8217;arte dialoga con il territorio</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/03/26/quando-l-arte-dialoga-con-il-territorio/</link>
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		<pubDate>Tue, 25 Mar 2008 22:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articoli]]></category>
		<category><![CDATA[Arte]]></category>
		<category><![CDATA[Sociale]]></category>
		<category><![CDATA[Territorio]]></category>

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		<description><![CDATA[Dalle aree metropolitane ai centri più piccoli, la progettazione territoriale tramite lo strumento di comunicazione, sensibilizzazione e riflessione costituito dall'arte e dalla cultura è una pratica consolidata. In tutta la penisola numerose le iniziative...]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-13490" title="arte-dialoga-con-territorio.jpg" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2007/01/arte dialoga con territorio.jpg" alt="" /></p>
<p align="justify">Quando l&#8217;arte contemporanea colloquia con il territorio &#8211; urbano ed extraurbano &#8211; nascono interessanti fusioni e progetti di fertilizzazione incrociata e vitale contaminazione. Prendiamo il caso di &#8220;<em>Enel contemporanea</em>&#8220;, un progetto culturale nel quale la grande azienda Enel si impegna e riflette sul ruolo che l&#8217;energia ha nell&#8217;ambito dell&#8217;arte contemporanea. Da questo spunto è nato un evento che fino alla fine del 2007 ha coinvolto tre artisti, <strong>Angela Bulloch, Jeppe Hein e Patrick Tuttofuoco</strong>, in tre diversi punti della capitale: da Piazza del Popolo all&#8217;Ara Pacis fino a Piazza Sauli, nel cuore della Garbatella. Proprio in Piazza Sauli è stata ospitata l&#8217;installazione &#8220;Hexagonal Water Pavilion&#8221; del danese Hein, caratterizzata da una particolare fontana che permette ai visitatori di interagire con i getti d&#8217;acqua, diventando così parte integrante dell&#8217;opera stessa e dando loro la possibilità di dare un senso in-solito ad un elemento assolutamente noto quale è l&#8217;acqua.<br />
Ed è proprio la scelta di coinvolgere punti tanto diversi del territorio urbano che caratterizza l&#8217;iniziativa artistica, improntata da una parte all&#8217;<strong>attenzione ai temi dell&#8217;innovazione </strong>e della modernità sui quali l&#8217;azienda ha inteso investire e, dall&#8217;altra, al <strong>coinvolgimento di un tessuto urbano</strong> a volte soffocato dalla monumentalizzazione e con pochi margini per gli interventi di arte pubblica e contemporanea. Un quartiere popolare come la Garbatella sembra invece capovolgere i termini della questione affidando ai cittadini il compito di partecipare alla produzione di senso del progetto artistico, come la fontana di <strong>Hein </strong>testimonia.<br />
Dal territorio metropolitano al territorio dei centri più piccoli sempre con il tramite dell&#8217;arte contemporanea: è lo spazio che l&#8217;iniziativa &#8220;<em>L&#8217;Arte si Mostra in Succursale</em>&#8221; si propone di riempire. In questo caso lo spazio che viene dato al territorio è di segno opposto: sono gli artisti locali ben radicati nel loro territorio di appartenenza che possono disporre gratuitamente degli spazi delle filiali delle banche al fine di trasformarli in inusuali gallerie per le loro opere. L&#8217;impegno viene dal gruppo Banca Sella, che ha deciso di dare spazio agli artisti contemporanei locali aprendo ad un diverso modo di colloquiare con il territorio.<br />
Il legame di scambio reciproco che i portatori di interesse locali tendono a stringere con l&#8217;arte contemporanea è testimoniato dal sempre maggiore <strong>peso dato alle politiche culturali</strong> e alla creazione di contenitori ad essa dedicati; una tendenza, a dire il vero, sempre più evidente in vivaci città di provincia più che nei grandi centri metropolitani. Esemplari in tal senso sono le attività previste in città quali Faenza e Padova. Tra le iniziative più complesse che legano la progettazione sul territorio ad uno strumento di comunicazione, sensibilizzazione e riflessione costituito dall&#8217;arte e dalla cultura, si segnala il progetto di <strong>Festival dell&#8217;Arte Contemporanea</strong> previsto a maggio a Faenza. Il progetto si inserisce nel quadro di una sempre maggiore sensibilità da parte delle pubbliche amministrazioni locali verso i temi della conoscenza e dell&#8217;innovazione come strumenti di sviluppo dell&#8217;economia territoriale.<br />
Padova è invece ospite e fautrice della creazione di una<strong> fondazione per l&#8217;arte contemporanea</strong> costituitasi nel marzo dell&#8217;anno scorso, la <strong>fondazione March</strong> per l&#8217;arte contemporanea. Una fondazione che ha tra i suoi obiettivi principali proprio l&#8217;integrazione dell&#8217;arte contemporanea nel territorio, nel suo humus e nel suo tessuto imprenditoriale. Un progetto che prevede formazione, residenze per artisti e archivi d&#8217;arte per sostenere i giovani artisti nel loro percorso di sperimentazione e per liberarli dai vincoli di mercato per la creazione di un sistema di arte locale fertile e ben connesso ed individuato rispetto al sistema internazionale. Da sottolineare il particolare legato al nome della fondazione: fondazione march perché legata al periodo della sua nascita (29 marzo 2007), mentre durante l’anno assume il nome dei mesi che scorrono. Una fondazione con 12 nomi, quindi, idea partorita dalla mente dell’artista Jonathan Monk. L’arte, anche in questo caso, può essere partecipe un intero processo di vitalizzazione, spazio di apertura, lavoro in fieri, mobile ed orizzontale che anima luoghi e suoi abitanti.</p>
<p align="justify">Riferimenti:<br />
<a title="Artsblog" href="http://www.artsblog.it">www.artsblog.it</a><br />
<a title="Banca Sella" href="http://www.gruppobancasella.it">www.gruppobancasella.it</a><br />
<a title="Il Corriere della Sera" href="http://www.corriere.it">www.corriere.it</a><br />
<a title="undo.net" href="http://www.undo.net">www.undo.net</a></p>
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		<title>Le Fondazioni comunitarie il Italia e in Germania</title>
		<link>http://www.tafter.it/2008/02/25/le-fondazioni-comunitarie-il-italia-e-in-germania/</link>
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		<pubDate>Mon, 25 Feb 2008 00:00:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Agusto Giulia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Recensioni]]></category>
		<category><![CDATA[Legislazione]]></category>

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		<description><![CDATA[Le fondazioni comunitarie in Italia e in Germania, a cura di Philipp Hoelscher e Bernardino Casadei, è il volume edito a partire dal seminario "Fondazioni comunitarie in Europa" tenutosi nel 2006 a Loveno di Menaggio (Como) realizzato grazie al congiunto impegno di Fondazione Cariplo e Karl-Konrad-und-Ria-Groeben-Stiftung...
]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-13490" style="vertical-align: baseline;" title="libro-fondazioni-tedesche-e-italiane.jpg" src="http://www.tafter.it/wp-content/uploads/2007/01/libro-fondazioni tedesche e italiane.JPG" alt="" width="361" height="376" /></p>
<p>Un&#8217;analisi di esperienze italiane ed internazionali a confronto per evidenziare il ruolo che le community foundations rivestono all&#8217;interno della società civile nel panorama europeo, con particolare attenzione al contesto tedesco e a quello italiano.<br />
Quello che emerge è un&#8217;interesssante panoramica dell&#8217;istituto della fondazione comunitaria, nata in Europa ad inizio anni ottanta in Gran Bretagna ed in Italia pochi anni dopo, con la Fondazione della provincia di Lecco. Le community foundations risultano essere caratterizzate dalla garanzia di una forte partecipazione da parte della comunità e di un sostanziale orientamento democratico: esse sono infatti da intendersi come vere “scuole di democrazia” poiché promuovono un reale impegno civico per la collettività . In Germania più che in altri paesi l&#8217;approccio è di tipo bottom up: le fondazioni comunitarie tedesche lasciano molto spazio all&#8217;azione modellatrice del singolo cittadino, funzione che emerge anche nella denominazione che esse assumono (Buergerstiftung, ovvero fondazioni di cittadini). In Italia, caratteristica fondamentale è data dall&#8217;essere un soggetto basato prevalentemente sul sistema della filantropia comunitaria che fa della cultura del dono, anche differenziandosi rispetto ai donor services americani, il centro attorno cui gravita la società civile.<br />
Le fondazioni italiane possono presentare diverse modalità di genesi: dall&#8217;associazione di singoli cittadini fino ad un insieme più complesso di soggetti pubblici. Territorialmente sono radicate in regioni settentrionali quali la Lombardia, il Veneto, il Piemonte, aree non a caso con una forte tradizione nel settore delle fondazioni civili a livello nazionale. Pur non partecipando direttamente ad organi statutari, il coinvolgimento delle persone e il rafforzarsi della rete sociali, sono i cardini su cui esse si muovono intrattenendo un rapporto proficuo e di scambio nei confronti dei pubblici di riferimento: donatori, organizzazioni non profit e comunità nel suo complesso. Le fondazioni comunitarie vivono delle donazioni ed in definitiva coprono uno spazio libero all&#8217;interno del terzo settore per la loro funzione prevalente di grant making e non di fondazione operativa. Una novità è anche data dalla possibilità che esse riescono a coinvolgere un gran numero di risorse umane volontarie, assolvendo alla fondamentale funzione di organismo associativo, mettere insieme e fare da collante all&#8217;interno di una comunità producendo la cosiddetta “eccedenza relazionale” che permette di considerare l&#8217;investimento in qualità della vita come bene relazionale. In questo senso possono essere considerate come una forma organizzativa in grado di valorizzare e comunicare il valore del capitale sociale.<br />
La logica su cui esse si muovono non è quella politica del potere-diritto e dell&#8217;utilità , tipica del mercato, ma la logica che è subordinata a quella del dono. Emerge, infine, chiara la missione delle fondazioni comunitarie come costituzione di un patrimonio per finanziare l&#8217;attività sociale e per migliorare la qualità della vita della comunità in cui operano e per la promozione e lo sviluppo dei territori di riferimento.</p>
<p>Le fondazioni comunitarie in Italia e Germania<br />
Buergerstiftungen in Italien und Deutschland<br />
a cura di Philipp Hoelscher e Bernardino Casadei<br />
Editore Maecenata Institut &#8211; Fondazione Cariplo euro 24,00</p>
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