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WikiLoot: il “Chi l’ha visto?” dell’arte

- di Nicola Migliore -

A metà tra Wikipedia e Wikileaks si colloca Wikiloots, una piattaforma online nata con lo scopo di raccogliere tutte le opere d’arte scomparse o rubate nel corso degli anni, fornendo informazioni anche su quelle poi rinvenute

10 gennaio 2013

I saccheggiatori di reperti archeologici hanno le ore contate. Jason Felch, giornalista del Los Angeles Times da sempre impegnato nella lotta ai furti culturali con inchieste scomode che hanno interessato anche grandi musei americani, ha sviluppato un nuovo progetto chiamato “WikiLoot”, un portale Web che ambisce a porsi a metà strada, per funzioni, contenuti e architettura grafica, tra Wikipedia e WikiLeaks.

Sfruttando la collaborazione degli utenti in pieno stile crowdsourcing, Felch intende realizzare una piattaforma online contenente foto e documentazioni, anche inedite, sulle opere d’arte rubate e non ancora ritrovate, classificandole e analizzandole sulla base delle indicazioni che arrivano dagli stessi utenti. Un’attività che si inserisce nel solco delle sue inchieste giornalistiche, considerando che Felch ha già raccolto una buona quantità di foto e documenti sulle opere scomparse.

Si tratta, però, anche di uno strumento che può tornare molto utile ai musei e ai collezionisti, che prima di acquistare un’opera potranno verificare e controllare la provenienza, soprattutto se dubbia, evitando di incorrere in situazioni rischiose e imbarazzanti, come avvenuto poco tempo fa nel caso del Getty Museum di Los Angeles, che ha dovuto restituire all’Italia la famosa Dea di Morgantina del V secolo a.C., malgrado l’avesse acquistata nel 1986 per 10 milioni di dollari. Dagli accertamenti fatti dagli organi competenti italiani e americani risultò che l’opera era stata rubata e portata negli Stati Uniti illegalmente. Grazie a WikiLoot, casi del genere potrebbero non ripetersi mai più: del resto, il mercato nero dell’arte, oggi, secondo le stime, ha raggiunto dimensioni notevoli, con una valutazione complessiva che tocca i 10 miliardi di dollari l’anno.

Queste le parole di Felch riportate anche sul sito internet ufficiale del progetto: “L’ispirazione di WikiLoot arriva dalla grande quantità di documentazione che è stata elaborata negli ultimi anni, che riguarda soprattutto le antichità Classiche rubate dall’Italia e dalla Grecia. Gli investigatori Europei hanno analizzato diversi archivi, giornali, documenti economici e migliaia di fotografie relative a oggetti rubati di recente. Abbiamo preso alcuni di questi archivi e diversi report interni dei musei americani per cercare di metterli insieme. Nel tempo, siamo sicuri che queste schede, le informazioni open-source e altre tipologie di documenti aiuteranno ad estendere le finalità del progetto anche oltre le antichità Classiche e i musei Americani. Messi insieme, i dati offrono una finestra unica sul mercato nero internazionale. Spesso purtroppo questi dati rimangono fuori dalla nostra portata e conducono ad analisi frammentarie. WikiLoot vuole invertire questa tendenza”.

Parte del lavoro di inchiesta svolto dal giornalista americano è stato già pubblicato nel suo libro Chasing Aphrodite, in cui ha trovato spazio anche la vicenda delle restituzioni, da parte dei musei americani, di 100 capolavori a Grecia e Italia, per un valore complessivo che oscilla tra i 500 milioni e il miliardo di dollari.

Ma Felch ricorda che ci sono ancora moltissime opere rubate che non sono state ancora trovate, soprattutto per quanto riguarda l’arte moderna e contemporanea. E’ il caso del “Concerto a tre” di Vermeer, scomparso nel 1990 oppure del “Le Pigeon aux Petits-pos” di Picasso, scomparso nel 2010.

Tuttavia gli esperti e le forze dell’ordine mettono in guardia dagli aspetti negativi che potrebbero emergere dall’utilizzo di una simile piattaforma, sia per la divulgazione di informazioni riservate, sia per la possibile manipolazione di queste informazioni da parte di malintenzionati. Considerando, però, che il progetto non è ancora ufficialmente partito sul Web, ci sarà tempo e modo per discuterne con i programmatori e individuare le soluzioni alle possibili falle del progetto, che in ogni caso rimane uno strumento utilissimo e democratico per contrastare il traffico di opere d’arte rubate e il saccheggio dei siti archeologici, problemi molto sentiti in un paese ad alta densità culturale come il nostro.

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