Timbuctù ennesima vittima dell’iconoclastia

- di Roberta Pisa -

Una delle odierne sette meraviglie rischia di sparire per sempre dalla faccia della Terra. Responsabili della distruzione dei mausolei di Timbuctù, in Mali, non sono le forze della natura, ma le violenze umane: l’iconoclastia degli integralisti di al Qaida si è infatti accanita su questi simboli della cultura del Mali, che rappresentano per tutti noi dei tesori da difendere.

4 luglio 2012

L’iconoclastia ha cancellato numerose opere d’arte dall’elenco del patrimonio culturale dell’Umanità: questo movimento risalente al periodo dell’impero bizantino ha avuto diversi rigurgiti storici, nel periodo calvinista, in una certa forma in quello comunista, e nei regimi integralisti, lasciando dietro di sé un’irrimediabile scia di polvere e macerie.
Questa forma di avversione nei riguardi di immagini sacre si perpetua ancora oggi: pensiamo alla distruzione da parte dei talebani dei Buddha di Bamiyan in Afghanistan o all’attuale opera di demolizione di mausolei e tombe sacre a Timbuctù, nello Stato del Mali, in Africa.
Se dei primi si sta pensando con strenua tenacia alla ricostruzione, così come per i Buddha di Jananabad in Pakistan, i monumenti sacri maliani sono invece attualmente sotto attacco di frange di integralisti islamici appartenenti ad una cellula di al Qaida, che ne stanno devastando le strutture.
Questo luogo magico dalla lunga storia è considerato, proprio per la presenza di tali straordinari esempi di architettura sacra in fango solidificato, una delle sette meraviglie del mondo moderno, entrata a far parte del patrimonio Unesco nel 1988.
Gli stessi membri dell’organizzazione internazionale, riuniti in questi giorni a San Pietroburgo, dichiarando in pericolo tali siti, hanno provocato l’ira dei fondamentalisti decisi ad imporre nello Stato africano la legge della Sharia.
Il Mali, come tanti altri stati del continente, ha infatti recentemente subito l’ennesimo golpe, che ha gettato nel caos la capitale Bamako, lasciando il resto del territorio alla mercé di violenti gruppi armati. Gli abitanti di Timbuctù non hanno infatti potuto in alcun modo contrastare la furia violenta del gruppo di Ansar Dine, che ha motivato la distruzione di sette mausolei e della porta sacra nella moschea Sidi Yeyia, con l’assunto che “costruire tombe è contrario all’Islam”.
Diallo Fadima Touré, ministro della cultura del Mali, ha lanciato un appello all’Onu affinché intervenga per porre fine a questi atti di “distruzione criminali”.
Una dichiarazione a tal proposito, sicuramente più concreta del minuto di silenzio osservato in sede Unesco, è giunta da Fatou Bensouda, procuratore della Corte Penale Internazionale, il quale ha sentenziato che la distruzione dei monumenti storici e religiosi rientra a tutti gli effetti tra i cosiddetti “crimini di guerra”. Tutto ciò non rappresenta tuttavia una soluzione immediata: ora è invece il momento di agire e fermare tale barbarie, che rischia di cancellare meraviglie di inestimabile valore.
Con un moto di orgoglio sono scesi in piazza a Bamako migliaia di manifestanti, proprio per protestare contro la distruzioni di simboli culturali e religiosi, parte integrante della travagliata storia del loro Paese.
L’importanza ricoperta da tali monumenti va infatti oltre la valenza culturale, storica e religiosa che gli è propria, ma risiede soprattutto nel riconoscimento di un popolo, travagliato da divisioni e lotte intestine, come simboli di appartenenza, elementi identitari capaci di unire più di quanto non potrà mai fare un regime o un’organizzazione sovranazionale.
La salvaguardia di Timbuctù e del suo patrimonio è dunque una prova di civiltà non solo da parte del popolo maliano, ma rappresenta anche un banco di prova importante per la società internazionale che, accogliendo l’appello di Diallo Fadima Touré, salverà un tesoro che non appartiene solo allo Stato africano, bensì a tutti noi.

 

 

 

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