Quarto Oggiaro: vita di periferia
- di Alfonso Casalini -
Negli ultimi anni si parla sempre di più delle periferie urbane, spesso però rimanendo imbrigliati in confini mentali e fisici che non permettono di analizzare il reale stato delle cose. Prendiamo il caso di Quarto Oggiaro, periferia milanese, e vediamo che cosa combinano da quelle parti
16 maggio 2012
Negli ultimi anni si parla sempre di più delle periferie urbane. Il tono degli interventi che si concentrano su questa tematica si differenzia in base alle intenzioni e alle caratteristiche del commentatore: fucina di innovazioni, rifugio sicuro per agenti criminali, opportunità di investimento (vedi riqualificazione e affini) o lembi di città in balia delle correnti im-migratorie.
Uno dei motivi più importanti per cui si fa un gran parlare di questi quartieri dislocati, spesso (ma non sempre) mal connessi al territorio cittadino è ovviare (almeno sulla carta) alla totale misconoscenza che si ha degli stessi.
Ma se si parla di periferie si rimane sempre imbrigliati in quei confini , mentali e fisici, che questo termine porta con sé, qualunque sia il tipo di tematica affrontata: criminalità, e allora il commentatore di turno illustra con dati alla mano (spesso tuttavia inesatti) come l’apporto delle minoranze straniere giochi un ruolo cruciale nelle condotte illegali; se il discorso è di riqualificazione allora il tono sarà leggermente differente (anche se fazioso all’inverso) e si concentrerà soprattutto sulle qualità creative e di importanza della periferia (snodo cruciale tra la città e l’hinterland, zone dove il cambiamento è possibile, risorsa per grandi opportunità di investimento etc.).
L’esercizio mentale che tuttavia spesso latita è quello di considerare le periferie come “normali quartieri urbani” con i propri difetti e le proprie virtù.
Questo esercizio aiuterebbe sicuramente giornalisti e policy maker ad uscire dalle categorizzazioni semplicistiche e spingerebbe loro e la comunità di riferimento a pensare effettivamente ai bisogni degli abitanti di questi “territori di confine”.
Prendiamo un caso specifico: Quarto Oggiaro.
Questo quartiere della periferia nord di Milano, al confine tra la città e il territorio di Novate Milanese, è vittima da anni di una serie di etichette morali che lo dipingono come una delle zone più pericolose del territorio meneghino.
Questa identificazione trae origine e forza da considerazioni spesso veritiere ma non per questo esaustive.
Diventato “luogo di proprietà” di una famiglia camorristica del casertano, il quartiere è rimasto isolato dal resto della città grazie ad una serie di circostanze che di fatto hanno trasformato il quartiere dormitorio in una base di spaccio e altri affari malavitosi. Questo isolamento, che sicuramente ha giovato l’organizzazione criminale, ha avuto delle pesanti ripercussioni sull’immaginario collettivo legato a questa zona.
Oggi Quarto Oggiaro è una realtà molto più simile ad un paesino di periferia che ad una grande periferia urbana. Gli abitanti del quartiere sono per lo più onesti lavoratori che si incontrano al bar e che chiacchierano del più e del meno.
Non hanno legami con la città di Milano se non per motivi di lavoro, e soprattutto reputano Milano lontana.
Il fatto che il passante S3 impieghi 12 minuti a collegare questa zona con la stazione Cadorna sembra cambiare poco questa idea.
Se si prova infatti a chiedere alla stazione quale binario scegliere per arrivare a Cadorna o in alternativa a Porta Garibaldi, le persone ti chiedono con gentilezza se si ha intenzione di andare a Milano o in alternativa “verso la città”.Questa distanza è frutto di quegli anni di isolamento e non ha più bisogno di esistere.
Il territorio è ricco di risorse, e di consumi culturali attivi. I consiglieri di zona 8 sono tutti molto giovani e disponibili al cambiamento.
Ci sono molti “stranieri”, e la maggior parte di questi sono perfettamente integrati e generano ricchezza di cui beneficiano tutti.
Ma, per non essere vaghi, presentiamo alcuni dati:
Quarto Oggiaro conta 31868 abitanti, di cui 6015 stranieri provenienti da ben 92 Nazioni differenti, dalla Romania all’Inghilterra, dalla Cina agli Stati Uniti; ma l’analisi demografica dei cittadinii stranieri sono importanti soprattutto nel dettaglio delle fasce d’età.
In Italia si assiste da tempo ad una rettangolarizzazione della piramide demografica che consiste in quel fenomeno in base al quale il tasso di popolazione tra 0 e 15 anni e quello degli over 75 praticamente coincidono o differiscono di poco. Questo vuol dire che la popolazione invecchia e che le possibilità di crescita economica sono sempre più limitate.
Gli stranieri residenti a Quarto Oggiaro costituiscono il 30% della popolazione di fascia tra 0 e 34 anni, con picchi del 34% per la fascia di età che va tra 0 e 4 anni.
Preso singolarmente questo dato può voler dir poco, interpretabile come un’opportunità o una minaccia.
Ma se a questo dato aggiungiamo che circa il 41% delle imprese registrate alla Camera di Commercio sono di proprietà di stranieri allora le interpretazioni diventano meno suscettibili.
Se Quarto Oggiaro cresce è dovuto alla presenza di persone provenienti da altre realtà che generano reddito, tasse, ricchezza.
Una ricchezza dunque non solo culturale ma imprenditoriale. Una ricchezza di cui non beneficiano soltanto i cittadini stranieri ma tutti i cittadini di Quarto Oggiaro.
Uno slancio alla crescita che il nostro Paese ha ormai dimenticato.
In un periodo come quello attuale l’Italia non può permettersi vecchi e pedanti pregiudizi, e soprattutto non si può permettere che tali pregiudizi siano un freno per la crescita.
Tenere il quartiere di Quarto Oggiaro isolato dal resto del territorio urbano non è un errore dal punto di vista sociale e umano ma è un errore economico.
Questo non significa che questo quartiere sia l’ El dorado del territorio meneghino, o che i problemi legati alla criminalità siano scomparsi né tantomeno che nessuno dei 6015 cittadini stranieri censiti sia dedito ad attività illecite.
L’importante è tuttavia imparare a riconoscere i problemi, ad individuare leve di sviluppo e cercare di scommettere su soluzioni vincenti.
La distanza delle periferie urbane è un problema culturale che genera perdite nette di benessere sociale e non bastano fondi una tantum per risolvere il problema: è necessaria una profonda attività che colleghi il meglio che questo quartiere può o potrebbe offrire con quanto di meglio può essere prodotto nei territori circostanti.














LINA
29 maggio 2012
PERCHE’ FATE VEDERE LA FOTO DEL PALAZZO PRIMA DEL RESTAURO? FATE VEDERE COME E’ SISTEMATO ORA GRAZIE.
STEFANO
29 maggio 2012
Questo 41% di imprese di “stranieri” (ma abitanti in Italia) pagano le tasse, suppongo.
Se quest’ultimo “dettaglio” non risulta rilevante, forse non percepiamo positivamente
i servizi che lo Stato ci offre: se è perché li giudichiamo inadeguati o scadenti,
cerchiamo allora di capire come vengono usate queste tasse nello specifico,
iniziamo a pretendere di più dai nostri contributi. Se siamo fra quelli che vorrebbero
“togliere” le tasse, o che le evadono, per esempio non pagando gli scontrini
o con il lavoro in nero (immagino che in origine le prime ad offrire questo tipo di
lavoro fossero necessariamente aziende italiane!), chiediamoci cosa stiamo andando
a peggiorare, chi stiamo colpendo: non “solo” i più bisognosi (cosa già deplorevole),
ma tutti i cittadini, tutte le infrastrutture, lo sviluppo economico, quindi noi stessi.
Chi argomenta che “tanto è tutto un magna magna” e “tanto i servizi fanno schifo”,
cede alla rassegnazione, all’autolesionismo, che alimenta i corrotti a fregarsene
di un popolo che se ne frega, che lascia fare, che non chiede nulla, che anzi
sicuramente al loro posto farebbe lo stesso, nell’individualismo più sfrenato, nella “rivalsa”.
Smettiamola. Quando vi chiedete perché siamo in crisi, ecco una delle cause, non da poco.
In momenti di crisi si fa strada un brutto vizio del pensiero, forse un residuo dell’istinto
primordiale di sopravvivenza, che tenta di fare analogie fuori luogo: ci illude che un
comportamento solidale sia “stupido”, che avvantaggi altri _anziché_ noi, in un
mondo dove “chiaramente tutti tentano di fregarsi” ed è quindi “più furbo” chi frega gli altri.
Pensando così, contribuiamo a costruire un mondo di canaglie, che fa comodo a chi vuole
continuare ad approfittarsi degli altri (rubare, corrompere, ecc) indisturbato, o a credere
e sperare di “salvarsi il culo” in quel modo, mentre gli altri poveracci (non per forza
in senso economico) stanno ad accoltellarsi fra loro, seguendo lo stesso ragionamento.
Cari adoratori dei “furbi”: come vedete, chi agisce anziché abbattersi è più intelligente,
ma ci sono diversi modi di agire, tendenzialmente (con tutte le sfumature intermedie):
- a danno proprio e altrui: il modo dell’autolesionista, dello stupido
- a favore proprio ma a danno altrui: il criminale, il vendicatore
- a danno proprio ma a favore altrui: il masochista, il santo martire
- a favore proprio e a favore altrui: il costruttore, l’appassionato
Due di questi modi sono socializzanti, e tre di questi modi sono miopi, poco lungimiranti.
Ma l’ultimo di questi atteggiamenti porta più direttamente al benessere più stabile
ed esteso (sia personale che collettivo). Chi lo capisce, e riconosce i momenti
in cui mette in atto le altre modalità, inizia ad abbandonarle, in favore
di un metodo di vivere molto più efficace, traboccante, che possono applicare tutti
e permetterci così di uscire TUTTI insieme da OGNI tipo di crisi.