New York fatica ad uscire dalle ceneri di Ground Zero
- di tafter -
La strage delle torri gemelle risale ormai a nove anni fa, ma la ferita è ancora aperta. I familiari delle vittime hanno accolto la notizia dell’edificazione di una moschea a Ground Zero con rimostranze e cori di protesta, ma quel vuoto cittadino attende ancora di essere colmato…
18 agosto 2010
Dopo la fatidica data dell’11 settembre 2001, che gli Stati Uniti e il mondo intero ricorderanno per l’attentato alle torri del World Trade Center, i newyorkesi probabilmente non credevano che il vuoto lasciato da quel simbolo cittadino potesse essere colmato. Eppure i residenti hanno voluto reagire restituendo vita a quel cuore urbano così dilaniato.
L’intento non si è rivelato tuttavia di semplice attuazione: fin dal principio è sorta una divisione tra chi sosteneva che l’area dovesse essere consacrata a luogo di memoria per le vittime e chi invece riteneva più opportuno, e tra questi ovviamente le società proprietarie e locatarie del terreno, far sì che la vita tornasse a scorrere anche in quella parte dell’Upper East side.
Nel 2002, per togliersi dalla spinosa impasse, la Lower Manhattan Development Corporation, il consorzio che si è incaricato della ricostruzione della zona, decise di lanciare un concorso internazionale aperto a tutti gli architetti che avessero una buona idea per il progetto da realizzare. Dei 407 team che hanno preso parte alla competizione, è stata selezionata una rosa di sette progetti. A spuntarla su tutti è stato il visionario disegno dell’americano dalle origini polacche, Daniel Libeskind, con la sua torre dall’architettura decostruttivista.
Il 4 luglio 2004 sembrò concretizzarsi la speranza di veder risorgere Ground Zero, quando finalmente fu posata la prima pietra che avrebbe visto la nascita di un hub ferroviario firmato Santiago Calatrava, accompagnato da un monumento memoriale e dalla Freedom Tower, dall’altezza ambiziosa di 1776 piedi, progettata da Libeskind. Anche in quell’occasione si presentarono però troppi scogli insormontabili, tra esubero di costi rispetto al budget previsto e problemi logistici. Solo nel 2006 si giungerà alla definitiva approvazione del piano, quando furono risolte le divergenze tra progettisti e sviluppatori.
Oggi, dopo anni di stop, ripensamenti e incertezze, la ‘One World Trade Center’, così ribattezzata, sembra così aver ripreso quota, e quattro grandi società immobiliari sarebbero interessate a partecipare, con un apporto minoritario da 3,1 miliardi di dollari, per la conclusione dei lavori e per la futura gestione. Si fanno inoltre avanti investitori, molti esteri, per accaparrarsi gli spazi (circa il 40% della struttura) che le autorità intendono locare: c’è una società cinese che ha già firmato per l’affitto di 18.000 metri quadri. Il bottino da spartire sembra dunque alquanto allettante.
In questi giorni a far notizia è però la decisione presa dalla New York’s Landmarks Preservation Commission, l’agenzia incaricata di proteggere le costruzioni cittadine di interesse storico e culturale. La commissione ha votato per una soluzione che ha spiazzato in molti: con nove voti a favore e nessun voto contrario, ha infatti deciso all’unanimità di approvare il progetto del “Cordoba Center”. Quest’ultimo prevede l’edificazione, nelle vicinanze di quello che era il World Trade Center, di un grande centro culturale islamico che, oltre a prevedere piscina, palestra, auditorium e caffetteria, sarà completato da una moschea. Proprio tale destinazione d’uso ha però scatenato sdegno e disapprovazione da più parti, a cominciare dai parenti delle vittime dell’attentato, fino all’ebraica Anti Defamation League, al cui coro di proteste si è aggiunta la voce di molti repubblicani. Il sindaco Michel Bloomberg ha invece accolto la prossima realizzazione del centro, per cui saranno tra l’altro impiegati 100 milioni di dollari, creando centinaia di nuovi posti di lavoro, con plauso e ottimismo, ritenendolo un forte segno di tolleranza e apertura.
Per la realizzazione del Cordoba Center verrà però sacrificata la palazzina che sorge sin dall’800 al 45 di Park Place, sede un tempo della Burlington Coat Factory e ora dismessa anche a causa dei danni riportati con il crollo delle Torri gemelle. La New York’s Landmarks Preservation Commission, con il suo voto, ha infatti negato l’interesse storico dello stabile, decretandone la demolizione per lasciare il posto a nuove strutture che possano meglio integrarsi con lo stile architettonico predominante. La proprietà in questione è stata acquistata dall’organizzazione islamica Cordoba per 4 milioni di dollari, con l’intento di trasformarla in un punto culturale e di svago. Il progetto, certamente positivo e lungimirante, è stato perorato dall’imam moderato Feisal Abdul Rauf, ma in molti lo hanno giudicato offensivo. La decisione della Commissione ha quindi tolto ogni speranza di aggrapparsi a cavilli legali per impedire agli oppositori il sorgere del centro.
La forte reazione cui si è assistito da parte dei contrari al Cordoba Center dimostra dunque come, la ferita inferta dall’attentato del 2001, purtroppo fatichi ancora a rimarginarsi: tolleranza e rispetto del culto, sanciti in chiare lettere dal primo emendamento della costituzione americana, sono stati probabilmente accantonati dal dolore sofferto. Ma una grande nazione come gli Stati Uniti non può permettersi di soccombere a certe debolezze, che rischiano di annebbiare la vista tra le ceneri di macerie su cui in molti, senza alcun peso di coscienza, si stanno arricchendo.
Fonti:
http://www.professionearchitetto.it/news/notizie/1320/Ground-zero-un-concorso-mondiale-per-la-ricostruzione
http://www.architettiroma.it/archweb/notizie/10470.aspx
http://visconti.blogautore.espresso.repubblica.it/tag/progetto-cordoba/
http://www.ilpost.it/2010/04/26/freedom-tower-new-york-wtc-affitto/









