Di come una tela dimenticata si trasformò in un prezioso capolavoro del Velázquez: “L’educazione della Vergine”

- di Redazione  -

L’ipotesi che la tela “L’educazione della Vergine” sia un autentico Velázquez, ha fatto sì che il dipinto, per 85 anni conservato dalla ignara Yale University, balzasse all’attenzione delle cronaca mondiale…

7 luglio 2010

Cosa fa di un dipinto una grande opera? La tecnica con cui è stato realizzato? La maestria nelle pennellate? …o forse il nome dell’autore?
E’ questo l’interrogativo che sorge spontaneo alla notizia della vicenda che ha coinvolto l’Università di Yale, nel Connecticut, dove per ben 85 anni è stato ospitato un anonimo dipinto raffigurante “L’educazione della Vergine”, vagamente attribuito alla scuola spagnola.
E’ bastato tuttavia che il Sig. John Marciari, uno dei responsabili del Museo di Belle Arti di San Diego in California, avanzasse l’ipotesi che quel quadro fosse in realtà uno dei capolavori realizzati nella sua gioventù artistica e anagrafica dal gran maestro Diego Rodríguez de Silva y Velázquez, più semplicemente noto come Velázquez, perché vi si rivolgesse un’ampia attenzione mediatica.
Lo studioso del museo californiano ha persino ricostruito l’ipotetica vicenda che ha condotto la celebre tela fin nel Nuovo Mondo. Si pensa infatti che “L’educazione della Vergine” fosse inizialmente appartenuta al Convento delle Carmelitane di Sant’Anna, nell’iberica Siviglia, che fu però tragicamente sommerso dalle acque della storica inondazione del 1626. Il dipinto, uscitone indenne, sarebbe poi giunto misteriosamente in mano privata. Per John Marciari il presunto Velázquez avrebbe così attraversato l’Atlantico nel 1925, quando i fratelli Townshend lo portarono a loro seguito nel lungo viaggio verso l’America. Proprio in quella data gli annali della prestigiosa università statunitense riporterebbero infatti l’introduzione nelle mura accademiche di due tele incorniciate e dipinte ad olio nello stile di Murillo, di provenienza spagnola e raffiguranti temi religiosi.
Questo è quanto ha dedotto Marciari della complessa vicenda, grazie anche all’evidente somiglianza dell’opera in questione con altre del più giovane Velázquez, quando ancora non era il pittore ufficiale della corte di Filippo IV e si dedicava al repertorio sacro de “L’adorazione dei Magi” o de “La Cena di Emmaus”.  A rendere la congettura ancor più accattivante sarebbe poi il fatto che “L’educazione della Vergine” conterrebbe allora anche la prima natura morta con cui l’autore de “Las Meninas” si sia mai cimentato.
L’ultima parola sarà tuttavia quella dell’eminente Museo del Prado, detentore del maggior numero di opere del pittore spagnolo, che si pronuncerà sulla presunta paternità velazquiana del dipinto conservato a Yale, in tempi che non si prospettano certo brevi.
In attesa che dalla Spagna giungano le necessarie certificazioni di autenticità, “L’educazione della Vergine” godrà del riserbo che fino ad ora probabilmente non ha mai ricevuto, correndo tra l’altro il rischio di andare nuovamente persa, o al peggio danneggiata, a causa dell’incuria che spesso viene riservata a pezzi di antiquariato dal dubbio valore.
Questo momento di gloria e celebrità svanirà nel caso in cui le ipotesi delle auree origini venissero smentite? Il dipinto tornerà nella scatola del dimenticatoio e dell’anonimia, esposto sulle pareti universitarie come un banale esempio della scuola pittorica spagnola? E se invece fosse semplicemente valorizzato e apprezzato per quello che è? Potrebbe magari rivelarsi ben più prezioso di quanto già non sia stato ipotizzato.
Del resto non si può negare che, qualora John Marciari avesse ragione, la sua scoperta rappresenterebbe un importante tassello per la storia dell’arte.  Eppure proprio la storia ci insegna che non tutto l’oro luccica e risplende: nel XVI secolo l’Architetto Domenico Fontana, durante i lavori di bonifica nella Valle del Sarno, dedicò poca attenzione alle antiche epigrafi rinvenute con gli scavi. Se avesse dato più valore a quei reperti l’umanità gli avrebbe dovuto eterna gratitudine per aver riportato alla luce le celebri meraviglie di Pompei, solo in seguito scoperte…

Fonti:
Elisabetta Rosaspina, La traversata dell’Atlantico del “Velasquez riapparso”, Il Corriere della Sera, 02/07/2010

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