Buio in sala: nei teatri italiani va in scena la protesta
- di Alessandra Fina -
Il 27 marzo 2010 si è celebrata, per la prima volta in Italia, la “Giornata mondiale del Teatro”, manifestazione istituita per la prima volta a Vienna nel 1961. Nei teatri di tutta Italia, però, le proteste non si sono fatte attendere trasformando quello che doveva apparire come un plauso all’arte teatrale, in un triste momento di riflessione sul futuro del teatro stesso…
7 aprile 2010
La Giornata mondiale del Teatro si è aperta così, fra plausi e proteste. E non poteva essere diversamente: istituita nel 1961 a Vienna, l’Italia ci arriva ben 49 anni dopo.
Una scelta, questa, che teoricamente avrebbe dovuto metterci in linea con il resto del mondo, ma che si è invece palesata in tutta la sua incongruenza.
Ricordando infatti i tagli che il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha effettuato al Fondo Unico per lo Spettacolo e che qualche mese fa fecero scendere in piazza influenti esponenti del settore, questa giornata non poteva non trasformarsi in Italia nella Giornata Nazionale del Dissenso.
Il messaggio di apertura che spiegava le ragioni dell’adesione alla manifestazione (decreto del Consiglio dei Ministri del 6 novembre 2009) è stato ovviamente affidato al nostro Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, mentre a ricordare quanto venne detto nel 1962 da Jean Cocteau, c’era l’attrice teatrale e cinematografica Judi Dench, la quale ha indicato il teatro come luogo di comunione di tutte le culture e di tutte le popolazioni.
Gli eventi si sono poi susseguiti da Nord e Sud della penisola, accompagnati però da un insolito appuntamento: la deposizione di un crisantemo davanti alle porte di tutti i teatri stabili, come simbolo di morte della cultura e di un settore, quale quello dello spettacolo dal vivo, messo al bando nonostante storicamente si sia sempre configurato come simbolo di raccolta e diramazione della cultura stessa.
Gli addetti ai lavori, precari e non, hanno dunque salutato in questo modo la giornata celebrativa a loro dedicata.
Mentre a Milano il Teatro Piccolo inaugurava i suoi reading, il direttore Sergio Escobar dichiarava: “Se una volta il teatro era necessario, adesso è indispensabile. Il teatro è il luogo della parola e il luogo della parola è anche quello della dignità”; al Teatro Argentina di Roma invece, la protesta ha avuto luogo attraverso la voce di Moni Ovadia, che ha lamentato a più riprese l’insensibilità della classe dirigente rispetto al teatro. A Napoli, il malumore si è manifestato con la chiusura delle porte dei maggiori teatri della città dal Bellini al Mercadante e fino al San Carluccio che, pur portando in scena gli spettacoli previsti dal cartellone, ha voluto diffondere le ragioni della protesta attraverso la distribuzione di volantini all’interno delle sale.
Nonostante tutto, la giornata mondiale del Teatro celebrata “all’italiana”, ha ricevuto la soddisfazione del Ministro Sandro Bondi il quale ha dichiarato: “Sono orgoglioso perché per la prima volta dalla sua istituzione nel 1961, la Giornata mondiale del Teatro viene celebrata in Italia. Credo che sia l’occasione giusta per richiamare l’interesse del pubblico, in particolare dei giovani, sull’importanza del teatro, quale elevata forma di espressione artistica di alto valore sociale, in grado di rafforzare la pace e l’amicizia tra i popoli”.
Ecco dunque l’ennesimo spettro di una finta festa, di un ricco banchetto in cui nulla andrebbe festeggiato, che altro non è stato se non il tentativo di inscenare una giovialità teatrale ormai scomparsa perché sostituita dal triste rancore di chi Istituzioni le subisce.
Il teatro, come altri settori destinati alla cultura, non può essere un centro di diffusione né tantomeno di comunicazione e di formazione, se non poggia su delle fondamenta stabili.
In Italia la giornata mondiale del teatro altro non è stata che un contenitore vuoto, animato dalla finzione che quest’arte potesse ancora essere celebrata, in onore degli antichi fasti. Così non è stato: triste conclusione ma, almeno, reale.









