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“Adduna”: l’arte africana incontra la cultura occidentale. Intervista a Marta Massaioli e a Ringo of Dakar

- di Chiara Laterza -

L’arte africana incontra ancora oggi delle difficoltà di comprensione in contesti occidentali: in questa intervista, la curatrice Marta Massaioli e l’artista Ringo of Dakar spiegano a Tafter il significato di quest’arte e le reazioni del pubblico durante la mostra “Adduna” di Ringo of Dakar presentata a Bologna qualche settimana fa. Un dialogo non solo tra le arti ma anche tra due culture che faticano a trovare una giusta via di espressione e di comprensione…

2 aprile 2010

Intervista a Marta Massaioli – curatrice della mostra “Adduna”, personale di Ringo of Dakar

Marta tu sei una grande esperta ed appassionata di arte africana. Quando e come è nato questo tuo interesse e quali sono le tue riflessioni riguardo questo tema?
Ho iniziato ad occuparmi di arte africana qualche anno fa, poiché ho sentito l’esigenza di scandagliare un tipo di arte che era, ed è ancora, poco conosciuta in Europa e soprattutto in Italia. Spesso l’arte africana viene racchiusa all’interno di stereotipi ormai obsoleti, di clichè che difficilmente sono sradicabili dalla nostra tradizione culturale.
Un primo approccio c’è stato nel 2007 quando mi sono avvicinata al lavoro del nigeriano Olu Oguibe: Olu è un artista- intellettuale, una figura rilevante nell’ambito dell’arte africana contemporanea, sopratutto per la sua attività teorica legata alle numerose pubblicazioni che ha dedicato al tema “Arte della Diaspora” di cui è appunto teorico insieme a  Okwui Enzewor.
Olu è Professore di Storia dell’arte all’Università del Connecticut e Direttore Associato dell’Istituto di Studi Afro Americani presso la medesima università….la sua estetica è quindi già concettuale, già lontana dal primitivo e più appartenente a quella che va riferendosi appunto all’arte della diaspora. L’arte africana in Europa e in America viene quasi sempre collegata a questo movimento ed a tipologie estetiche che sono state influenzate da altri luoghi e che hanno perso, totalmente o in parte, le specificità proprie dell’Africa.
Il mio studio si è focalizzato su artisti che invece vivono ed operano ancora in Africa o che comunque, hanno mantenuto, seppure in luoghi diversi, le caratteristiche dell’espressione artistica africana. Per esempio per citarne alcuni Iman Shaggag, El Shafei Dafalla Mohamed, artisti che avevano all’epoca poca visbilità in Europa. Contemporaneamente, quasi per un meccanismo magico, mi sono avvicinata ai lavori di Malik Sibidè, certo più famoso, ma proprio nell’anno precedente il suo Leone d’Oro a Venezia nel 2007. E’ nato così un incontro davvero legato all’incrocio dei destini.
In Italia, ma in generale in tutta Europa, c’è una scarsa conoscenza di questo continente dal punto di vista artistico: il mio obiettivo è quello di riuscire a colmare questa lacuna, ma più mi avvicino a queste tipologie estetiche più mi rendo conto che l’arte più facile da
comprendere per la nostra cultura rispecchia un’estetica etnica, quasi naif. Il mio percorso quindi non è ancora concluso e ancora vasta è la quantità di opere e di artisti che devo approfondire.

Si è appena conclusa (13 marzo 2010) la mostra “Adduna” personale di Ringo of Dakar artista influenzato da molteplici correnti culturali provenienti dal suo paese d’origine e dai paesi occidentali in cui è vissuto. Come si sono espresse queste correnti artistiche all’interno dell’esposizione?
Conosco molto bene l’arte di Ringo sia perché è il mio ex compagno ed il padre di nostra figlia Anna, sia perché sono affascinata dal suo lavoro.
La personale “Adduna” nasce da un progetto di Ringo che ho poi deciso di curare e di presentare in tutte le sue sfaccettature: la sua arte è infatti molto particolare perché è influenzata dalle sue esperienze di vita anche in Francia e in Germania, dove ha vissuto, e che però è ancora orientata verso una continua ricerca estetica.
La cosa che più mi colpisce della sua personalità è la sua estrema libertà, la sua rabbia nel vagare tra forme espressive che apparentemente sono in contrasto tra loro ma che poi riescono sempre ad incontrarsi. Molto spesso Ringo non viene compreso, viene relegato ad un ambiente naif al quale però non credo appartenga pienamente: la sua arte non procede infatti verso un discorso univoco, è come se fosse un diario di viaggio, in cui i luoghi esprimono una tipologia estetica di volta in volta differente e che lui poi riporta nelle sue tele.
Ringo è davvero un anti-artista che lega sempre, nella sua opera, l’arte e la vita, che si intrecciano con una inquietudine interiore, che lo porta a  trasforma in continuazione l’espressione estetica. Se prendiamo alcune delle sue opere separatamente, realizzate in diversi periodi della sua vita, sembra quasi che esse siano state eseguite da persone diverse.
Un aspetto affascinante è anche la sua ricerca costante, il suo mettersi sempre in gioco pur mantenendo il legame forte con il suo Paese d’origine. Per “Adduna”, ad esempio, ha preparato un’azione scenica in cui buttava dell’acqua su di una tela: l’acqua spegne il
fuoco, il rosso dell’opera che si ricollega ai rituali magici senegalesi. Ecco, credo che in questo caso la sua azione sia stata erroneamente collegata all’action painting, all’informale. In realtà con questo gesto si voleva esprimere un concetto molto diverso, legato soprattutto alle tradizioni culturali africane.

In occasione dell’inaugurazione una modella congolese ha esibito un nudo integrale statico ispirato alla Venere d’Urbino di Tiziano. Perché questa scelta e quale è stata la reazione dei visitatori?
La scelta è stata, diciamo, casuale. Ringo aveva già cominciato a lavorare sul tema della purezza estetica assoluta. Ricordo la performance  di  Jesi, al Palazzo dei Convegni dove aveva presentato una reinterpretazione dell’Afrodite di Milo in cui la stessa modella aveva posato con un drappo attorno alle gambe su cui poi veniva versato del colore. Tutta l’azione si ricollegava poi, tramite una pelle di pecora distesa sul pavimento, al rito celebrato durante la festività musulmana del tabaski senegalese.
A Bologna, invece, l’interazione con la modella è stata minima. La performance si svolgeva prima in esterno per poi concludersi all’interno della Galleria dove la modella, inizialmente in piedi, si distendeva poi sul divano su cui Ringo aveva posizionato tre bicchieri contenenti tre colori per lui simbolici.
Devo ammettere che il pubblico era molto imbarazzato: portare il nudo in una galleria è sempre qualcosa che turba le nostre anime. La modella è inoltre una ragazza molto bella, e anche la bellezza, intesa come perfezione, di per sé  imbarazza notevolmente.
Nonostante lo stesso gallerista volesse a tutti i costi la performance, poi nessuno si è dimostrato realmente preparato a quest’azione scenica.
La performance non era però  una provocazione, bensì una trasgressione e una riflessione: perché  se guardiamo il dipinto della Venere di Urbino non ci imbarazziamo ma alla vista di una modella in carne ed ossa che la imita ne siamo colpiti? Il nudo ancora ci scandalizza e, soprattutto quando è bello, ci sconvolge.
Per Ringo poi, il tema del nudo, essendo musulmano, è un tema molto rivoluzionario: presentare una donna nuda per la religione musulmana è quasi un peccato mortale.

Come si presentava l’allestimento della mostra e quali sono state, se ce ne sono state, le difficoltà nella realizzazione?
L’allestimento della mostra è stato abbastanza facile, anche per quanto riguarda il collegamento delle opere. L’arte di Ringo non ha un filo univoco, l’elemento conduttore è l’idea del colore legato a dei simboli specifici e, soprattutto il tema della forza della natura.

In questo periodo in cui si parla molto di multiculturalità  e di inclusione sociale qual è secondo il tuo punto di vista, l’espressione culturale che meglio può condurre all’integrazione?
Credo che siamo ancora molto lontani dall’integrazione perché lo scontro tra due culture come quella islamica e quella cristiana ha creato molte difficoltà nella costruzione di un dialogo comune.
Inoltre non esiste comprensione dell’Africa da parte dell’Occidente e questa incomunicabilità è reciproca. Qualsiasi gesto, anche minimo, volto alla comprensione di queste due culture è comunque significativo e, nonostante sia difficile trovare un compromesso che le avvicini, credo che la cultura e il linguaggio artistico in particolare, possano dare un contributo importante alle sfumature di queste differenze.

Terminando l’intervista con Marta, sono stata protagonista di una piacevole sorpresa non pianificata: Ringo of Dakar era infatti appena rientrato ed è stato felice di rispondere alla nostra ultima domanda

Ringo, quale pensi sia la caratteristica principale della tua arte e quale riscontro hai ottenuto dal pubblico con la tua mostra?
“Adduna” vuol dire vita, vivere, è tutto ciò che passa attraverso la forza della natura e cerca di rappresentare non solo la realtà ma anche la narrazione, il simbolo: aspetti caratterizzanti non solo l’arte africana ma che accomunano poi tutta l’umanità.
Credo che sia ancora difficile parlare di una conoscenza e di una comprensione dell’arte africana ma siamo sulla buona strada, sono fiducioso. E poi, durante la mostra, ho riscontrato molto interesse da parte del pubblico. Mi domandavano il significato delle opere e questo mi riempiva di gioia. Ero felice di spiegare cosa “c’era dietro” le mie opere.

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