Ambarabà ciccì coccò, Bondi e Settis sul comò
- di Chiara Laterza -
Il direttore della Normale di Pisa teme una svendita del patrimonio culturale dopo che un comò settecentesco di un’ebanista francese ha visto cancellato il suo vincolo in quanto non appartenente alla storia artistica italiana. Il Ministro Bondi ribatte precisando come la decisione arrivi da un team di esperti e Settis replica affermando come l’”italianità” non sia un requisito valido per queste questioni…
18 novembre 2009
Vale 15 milioni di euro il pregiato comò opera di Antonine-Robert Gaudreaus, ebanista francese del regno di Luigi XV che è balzato in questi giorni sulla cronaca dei maggiori quotidiani nazionali.
Il sasso lo ha lanciato su “La Repubblica” il direttore della Normale di Pisa e archeologo Salvatore Settis, gridando all’inaugurazione della svendita dei beni culturali.
Il tutto scaturisce dalla decisione avanzata il 1° ottobre dal direttore generale per le Belle Arti, di abolire il vincolo presente sul mobile dal 1984, anno in cui l’Ufficio esportazione di Roma ne nega la libera circolazione considerato il pregio e l’altissima qualità del comò.
Più volte, da quel 1984, sono state presentate delle istanze di rimozione sul vincolo puntualmente rifiutate dal Ministero dei beni culturali. Ma questa volta sembra essere tutto diverso: dopo una relazione dettagliata del prof. Alvar Gonzales-Palacios, in cui l’illustre storico delle arti avanzava l’ipotesi che il mobile non era da considerarsi meritevole di vincolo in quanto non appartenente alla storia dell’ebanistica italiana, il Comitato tecnico scientifico per il Patrimonio artistico ed etnoantropologico (organo consultivo del Ministero) decreta che in effetti vi è un’assenza di “ogni legame, diretto o indiretto, con le arti decorative della penisola”.
Al tono allarmistico di Settis, che tra la pagine del quotidiano teme un allargamento delle maglie della salvaguardia dei beni culturali in cui mercanti e ladri d’arte possono immergervi, risponde il Ministro Bondi, anch’egli indignato, non dalla cancellazione del vincolo bensì dalle parole dell’archeologo.
Il Ministro ribadisce infatti l’assenza di continuità storica con il nostro patrimonio culturale appoggiando quindi la decisione del Comitato e allineandosi con le dichiarazioni già espresse in una lettera dell’Associazione Antiquari d’Italia in cui si invita a distinguere tra “ciò che è veramente importante per il patrimonio storico artistico da ciò che spesso viene notificato in ragione di un’onnivora ingordigia.”
Il prof. Carlo Bertelli, inoltre, precisa come “ il comò è giunto in Italia dall’Egitto solo nel 1962 e faceva parte del patrimonio privato della signore Jose Finney. La Sovrintendenza, all’epoca, valutando i beni ereditari della signore, l’ha vincolato prudentemente. Ora però, dopo la relazione di Palacios che dimostra come il mobile non abbia nulla a che fare con la nostra storia, possiamo togliere quel vincolo, inutile”.
Il Codice Urbani, ma anche la legge Bottai del 1939, così come l’intero sistema di salvaguardia del patrimonio artistico in Italia del 1909, impongono regole molto severe riguardo i beni culturali vincolabili che devono “ presentare interesse artistico particolarmente importante” a prescindere dalla provenienza dell’artista che lo ha creato. Il comò quindi potrà essere di nuovo esportabile. Contro questa decisione si sono già mossi gli esponenti e il direttore di Italia Nostra ed è stata presentata anche un’interrogazione parlamentare: il tutto per evitare quella deregulation temuta da Settis, che potrebbe risultare dannosa per la tutela dei beni culturali e per tutte quelle opere che, nonostante non siano perfettamente in linea con la nostra storia artistica o architettonica rappresentano ormai dei beni culturali italiani, che la legge deve rispettare e salvaguardare…come fossero propri.









