11/11/2009
Il nuovo volto di Berlino
Il confine tra un’opulenta Germania comunista che voleva proteggersi dalle insidie del fascismo occidentale viene travalicato e ammutinato. Il 9 novembre 1989 il muro che divideva Berlino in due Berlino e la Germania in due Germanie cade a terra, abbattuto da migliaia di cittadini. Inizia una nuova fase, una nuova storia fatta di unione e di alleanze, che molto spesso altro non fa che evidenziare nuove divisioni e nuove diversità.
Cade un muro ma le differenze non si scavalcano in una notte.
“Ci vogliono cinquecento anni per fare una città – disse Renzo Piano, incaricato di parte della ricostruzione di Potsdamer Platz – e cinquanta per fare un quartiere. A noi hanno chiesto di costruire una bella fetta di Berlino in cinque anni”.
Fretta di ricostruzione, di ricongiunzione, smania di dimostrare all’Europa e al mondo intero la nuova capitale (dopo aver strappato il titolo a Bonn) fanno di Berlino un cantiere sempre aperto, una città che fatica a riconoscere il suo presente perché continuamente concentrata sul proprio futuro.
“Berlino è condannata sempre e solo a diventare, mai ad essere” scriveva Karl Scheffler nel 1910. E’ forse questo il significato profondo dell’anima di Berlino, il sedimento culturale lasciato da un passato che si cerca obbligatoriamente di cancellare, per costruire ciò che si voleva essere.
Di certo Berlino in 20 anni ha subito radicali trasformazioni, conseguenze inevitabili di una separazione politica, culturale e sociale: non sono cambiati solo gli edifici, le piazze, le politiche territoriali e sociali volte al superamento del divario presente. Sono cambiati gli uomini e le donne che li abitano. Dal 1991 più di un milione e settecentomila persone hanno lasciato la città, e nello stesso arco di tempo sono arrivati un milione e ottocentomila nuovi berlinesi. Un cambiamento di volti notevole per una capitale che conta tre milioni e quattrocentomila abitanti.
Weltam Sontag polemizza su come due terzi dei 1.300 miliardi di euro investiti nel 1989 nella Germania postcomunista siano stati dedicati alle prestazioni sociali finalizzate alla riduzione del divario sociale e culturale.
Gli altri finanziamenti servirono per la costruzione di linee telefoniche, di reti stradali e ferroviarie completamente rinnovate. Le ripercussioni in campo monetario dopo la caduta del muro sono dovute esclusivamente al nuovo flusso di persone che finalmente possono spostarsi da un paese all’altro da una città ad un’altra, muovendo quindi il mercato e stimolando nuovi rapporti internazionali.
Nel 1999 Berlino viene dichiarata il più grande cantiere d’Europa.
Berlino è una città in progress e, mentre sul Ku’damm impazza lo struscio consumista e a Prenzlauerberg riprende a battere il cuore bohemien della città, al Reichstag si lavora per rimettere a nuovo il futuro Parlamento tedesco, a Friedrichstrasse gru e ruspe rianimano l’antico centro sull’Unter der Linden, ad Alexanderplatz si progettano monumentali ristrutturazioni del baricentro orientale.
Il 15 febbraio 2006 la Frankfurter Allgemeine Zeitung, il più autorevole quotidiano tedesco, riporta la notizia di uno stanziamento epocale di 13 milioni e mezzo di euro per le politiche culturali da parte dell’allora ministro federale dell’Educazione e della Ricerca, la democristiana Annette Schavan. Il programma di lavoro prevede di risolvere alcune questioni sociali tra cui “Europa – caratteri sociali e culturali dell’Europa e dell’Europeo” e studia come la forma comunitaria e la sua definizione tramite la religione, l’appartenenza territoriale e le comuni idee circa il futuro vengano a realizzarsi mediante le feste e il teatro. Nonostante le difficoltà in questo campo e le polemiche dalle diverse parti politiche, nel 2006 Berlino è Capitale della Cultura, a testimonianza di un incessante impegno per l’eliminazione di ogni tipo di disparità.
Tre palazzi dell’opera, 150 teatri, 250 biblioteche, 175 musei più di 300 gallerie fanno oggi da sfondo all’esorbitante numero di istituzioni culturali che nascono e crescono alimentate da politiche giovanili volte alla promozione dell’arte emergente.
Oltre al famoso Checkpoint Charlie e l’adiacente Museo del muro che esisteva sin da prima la caduta, sono moltissimi i luoghi che ricordano il passato della Germania divisa. Il nuovo DDR-Museum che racconta la vita della Repubblica Democratica Tedesca oltre il muro, i centri Stasi trasformati in centri di documentazione e ricerca e la ormai famosa East Side Gallery, quel che resta del muro in una galleria d’arte open-air, simboleggiano il passato, le fondamenta sopra le quali una nuova Berlino è rinata e cresce.
La caduta del muro è stato un evento, una grande dimostrazione di libertà e di rivendicazione da parte del popolo, ma è stato anche solo un segnale, uno stimolo. Sono gli effetti che oggi ce ne raccontano la storia.


