ricerca avanzata
Post2PDF Stampa l’articolo Segnala l’articolo
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • FriendFeed
  • StumbleUpon
  • Twitter
  • Wikio
8/04/2009

L’Abruzzo che verrà

protezione-civileIl terremoto che continua ad affliggere l’Abruzzo è un evento che stravolge gli animi delle sue vittime e dell’Italia tutta, invitata alla riflessione generale. Più volte si è parlato di cosa fosse evitabile, della prevenzione e della previsione di una catastrofe che, se non può essere annunciata, può essere però facilmente contenuta. Ma cosa ne sarà dell’Abruzzo domani, quando i riflettori puntati sul caleidoscopio dei suoi drammi, delle perdite, dei crolli saranno spenti e tutti dovranno riattivarsi nella ricostruzione?
Anche in questo caso una previsione richiederebbe non poca approssimazione ma, purtroppo, l’opinione pubblica, stressata già altre volte da cataclismi simili, ha nel suo archivio, tra i tanti, due esempi, antitetici, di gestione dell’emergenza: quello del 1980 riguardante il terremoto in Irpinia e quello del 1997 riguardante il terremoto dell’Umbria e Marche. Due diverse gestioni della crisi, governata la prima dagli interessi e dalla speculazione (tanto da essere ricordata come l’Irpiniagate o Terremotopoli), la seconda da una maggiore volontà di riaffermazione e di rinascita.

Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 1980, una forte scossa sismica fa tremare la Campania e la Basilicata, causando 2.735 morti, 8.850 feriti e gravissimi danni ai centri abitati. Sono oltre 300 mila i senza tetto e una ferita già difficile da riparare in un territorio segnato dall’emigrazione e dal sottosviluppo, si allarga a dismisura. Per l’emergenza vengono stanziati complessivamente più di 50.000 miliardi di lire, provenienti in gran parte da fondi a carico del bilancio statale (44.620 miliardi) e, in secondo luogo, da elargizioni di soggetti pubblici o privati, nazionali e esteri (5.980 miliardi).
Secondo l’impianto normativo, i Comuni avrebbero dovuto essere i veri protagonisti della ricostruzione, così come poi avvenne, senza però un minimo di controllo di legittimità sull’incompatibilità delle funzioni e dei ruoli dei soggetti coinvolti.
Il risultato, visibile già a pochi mesi di distanza dalla strage, ma più chiaro dopo ormai 30 anni, ha visto come indiscusso protagonista il fallimento: l’intreccio di interessi illeciti ha infatti provocato la stagnazione delle iniziative industriali e un consistente ritardo nelle operazioni di risoluzione dell’emergenza: a 10 anni di distanza, infatti, ancora 28.572 persone risiedevano nei container o nelle roulotte di primo soccorso, dimostrando come un evento catastrofico fosse stato sfruttato esclusivamente per ottenere dei finanziamenti facili, utilizzati in maniera non solo superficiale ma anche controproducente.

L’Umbria e le Marche
sono piegate da una sequenza di scosse telluriche che seminano panico e distruzione, il 26 settembre del 1997. Nella Basilica superiore di San Francesco di Assisi alcune persone tra frati, amministratori locali, tecnici e giornalisti stanno ispezionando gli affreschi per rilevare i danni provocati dal sisma della notte .
La nuova scossa li coglie di sorpresa; si sbriciolano le vele della volta, il “cielo” della Basilica viene giù e quattro di loro rimangono uccisi dai preziosi affreschi di Giotto e Cimabue.
La crisi sismica, allora, interessò una vasta fascia della catena appenninica tra Umbria e Marche colpendo duramente 76 comuni umbri dove 22.604 persone sono state evacuate. I finanziamenti resi disponibili in quell’anno ammontano ad oltre 5 miliardi di euro con un sostanzioso contributo dell’Unione Europea pari a circa 523 milioni di euro.
I danni alle persone, ai centri abitati, al patrimonio culturale sono tali da mobilitare l’amministrazione affinché ciò che è accaduto non si ripeta mai più. Ingenti parti dei finanziamenti vennero utilizzati in primis per il restauro della Basilica di San Francesco, forte attrattore di flussi turistici e fulcro indispensabile per la rinascita(anche identitaria) della città di Assisi. L’Umbria, inoltre, con la Legge Regionale n.18 del 23 ottobre 2002, è stata la prima Regione in Italia ad emanare una specifica normativa che favorisce la realizzazione di interventi volti alla riduzione del rischio sismico e la diffusione della cultura della prevenzione. In seguito al terremoto, al fine di garantire una ricostruzione organica e coerente, vennero inoltre adottati i P.I.R. (Programmi Integrati di Recupero), concepiti appunto come strumenti di coordinamento programmatico finanziario e grazie ai quali la Regione  è riuscita nel veloce ripristino delle attività sociali ed economiche.

Cosa ne sarà domani dell’Abruzzo? Dopo la tragedia e le numerose perdite, questo drammatico evento può essere utilizzato come leva di riscatto in una situazione economica che, già prima del cataclisma, presentava non pochi problemi. Finanziamenti stanno arrivando in queste ore dai bilanci dello Stato, dalle casse delle Regioni italiane, così come pure sono stati accolti gli aiuti internazionali. Sono stati nel frattempo stanziati 30 milioni di fondi immediati per sopperire ai primi soccorsi e agli alloggi gratuiti per i senza tetto. Per ora, la speranza che lo sfruttamento degli incentivi economici serva come nuova linfa vitale per una possibile rinascita del territorio, è un conforto che, per quanto minimo, ci induce ad una riflessione (pro)positiva, affinché “altre Irpinie” non si verifichino mai più.

 

Dati estratti da:
“La camorra del terremoto” in Rapporto sulla camorra: relazione approvata dalla commissione parlamentare antimafia il 21 dicembre 1993.
Osservatorio sulla ricostruzione della Regione Umbria

Foto di Carla Martello

Laterza Chiara


Tags: , , ,